martedì 2 febbraio 2016

L'Auschwitz della povertà

Non sono in autobus, ma sto camminando a piedi, per andare in deposito. E camminando mi guardo intorno, con un’attenzione che forse è più alta del normale: non riesco a spiegarmi il perché, ma sicuramente è così, deve essere così. Diversamente, non capisco come mai certe cose le veda solo io.
O forse non è così; quello che vedo lo vedono tutti, perché è sotto agli occhi di tutti. Ma non riesco ad accettare come normale qualcosa che, secondo me, normale non è. Cos’ho visto di così strano? Un
giaciglio, fatto di coperte e cartoni, nel vano di una scala di sicurezza di un cinema: un cinema parrocchiale.
«Se questa è una chiesa», mi domando mentre passo accanto a quella moderna Betlemme; anzi. A quella moderna “Auschwitz”! Sì, a quel moderno “campo_di_concentramento” diffuso che è la miseria, che costringe un essere umano a dormire in quel giaciglio fatto di lana e cartone, su un marciapiede, nel sotto-scala all’aperto di un cinema: parrocchiale.
Dobbiamo conservare la memoria dei campi di sterminio nazisti; è giusto. Per evitare che si ripetano certi orrori; d’accordo. Ma se crediamo che il ritorno di quei mostri sia caratterizzato dal ritorno del saluto nazista o fascista, dalla riaccensione dei forni crematori o dalla riattivazione delle camere a gas, ci sbagliamo. È sufficiente l’indifferenza, anche oggi, mentre si cammina su un marciapiedi davanti a un cinema. Parrocchiale.
È più che abbastanza il voltarsi dall’altra parte, il non voler vedere o il considerare normale che qualcuno possa dormire in quel modo. Ci penserò, stanotte, mentre mi adagerò nel mio letto caldo; a quell’essere umano che si rimbocca le coperte sotto alla scale di cemento del cinema, parrocchiale. E non può un privato cittadino ospitarlo a casa propria, pur di toglierlo dal marciapiedi; ma non si può neanche pensare che questo sia normale.
Che le istituzioni arrivino ad accettare come un “danno collaterale” una condizione del genere non è giusto. Ci deve scandalizzare, indignare, sbalordire sapere che a poche centinaia di metri da casa nostra una persona sta dormendo in quel modo; e non mi interessa il colore della sua pelle, la sua religione o la sua etnia.
Dobbiamo capire e conoscere i germi che hanno portato alla posa della prima pietra di Auschwitz; e dobbiamo conoscere gli anticorpi che hanno sradicato i cancelli di quell’Inferno in Terra. Solo così potremmo ri-conoscere i prodromi della disumanità; scansandoli, per preferire gli anticorpi. Oggi.

Donato Ungaro

Articolo comparso sul sito di Piazza Grande, il 27 gennaio 2016

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