mercoledì 23 marzo 2016

Mentre l'orchestrina suonava "Gelosia" (di Antonio Roccuzzo)


Un'autobiografia (di gruppo) che mette al centro un maestro del giornalismo italiano: Giuseppe "Pippo" Fava.

 

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All'inizio degli anni Ottanta, a Catania, un gruppo di ragazzi prende a seguire le orme di un giornalista "scomodo": Pippo Fava. Per molti è la prima esperienza giornalistica, in un luogo dove la cronaca, la politica e la mafia si mischiano in un caleidoscopio che increspa i contorni della cronaca, della politica e della mafia; ricavandone una visione che non può essere univoca, ma che 'dovrebbe' essere condizionata dagli interessi dei poteri forti: mafia e politica. Che hanno quell'arroganza - ognuna per la propria "competenza" - di determinare la cronaca cittadina di un Catania dominata, fin nell'intimo più profondo, da una classe dirigente che mischia interessi politici e interessi mafiosi. Una città governata da quelli che Fava chiamava "I quattro cavalieri dell'Apocalisse mafiosa", i quali voleva non solo controllare l'economia della "Milano del Sud", ma che pretendevano di condizionare anche la visione delle cose da parte dei giornalisti che si occupavano di cronaca, di politica e di mafia.


     Mentre l'orchestrina suonava "Gelosia" è la biografia di un gruppo di ragazzi più un uomo maturo; un gruppo di discepoli e un maestro, senza retorica. Il libro scritto da Antonio Roccuzzo racconta cos'era Catania tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta; una Catania, quella raccontata dalle pagine del Giornale del Sud prima a da quelle de I Siciliani poi, di cui si poteva scorgere un vero e proprio 'saccheggio' consumato ai piedi dell'Etna, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando centomila nuovi abitanti arrivarono in città chiedendo case e lavoro, con imprenditori di pochi scrupoli che non esitavano a mettersi in combutta con la politica cittadina per costruire e cementificare.
     L'uccisione di Fava per mano di Cosa Nostra sarà uno spartiacque per la vita dei ragazzi, dei carusi di Pippo Fava; qualcuno vorrà mollare tutto, qualcun'altro chiederà di andare avanti. A decidere del futuro del gruppo saranno dei ragazzi che arriveranno in redazione, per offrirsi di aiutare nel proseguio di quella lotta civile di cui Fava aveva suonato la carica, instradando i suoi ragazzi a guardare in faccia i mafiosi; per poterli riconoscere, con coraggio e dignità.
     Niente di strano, quindi, se all'inizio del Terzo Millennio Roccuzzo, appena trapiantato a Reggio Emilia a fare il capo-servizio alla Gazzetta di Reggio, si ritrova davanti una situazione che può ben conoscere: per averla già vista a Catania, vent'anni prima.
     Certo, non è più Cosa Nostra, quella che ha preso a costruire nella Città del Tricolore (e provincia); si chiama 'ndrangheta la criminalità organizzata che Roccuzzo si trova a fronteggiare dalla redazione sulla circonvalazione di Reggio Emilia. E un giorno, proprio davanti alla redazione reggiana, lo aspetta un uomo: "E' lei quel Roccuzzo che ce l'ha coi calabresi?", gli chiede. Roccuzzo lo manda a quel paese, in siciliano; e quello è stato il suo approccio con i Grande Aracri, cosca di 'ndrangheta che oggi, proprio oggi, è alla sbarra in tribunale a Reggio, a seguito dell'Operazione Aemilia.
     Un'operazione che Roccuzzo, da giornalista siciliano abituato a certi linguaggi, aveva già subodorato ben prima che forze di polizia e magistratura iniziassero a cercare di fermare i traffici criminali, con la politica che - nella terra dei Fratelli Cervi - pensava di poter fare affari con imprenditori vicini alle cosche. Roccuzzo parlava di mafia quando quella parola non poteva neanche essere pronunciata, lungo la Via Emilia.
     E oggi sappiamo che non è così; che Antonio Roccuzzo aveva ragione; il suo non era un vuoto "Al lupo, al lupo". Era un avvertimento che sarebbe bastato non prendere sottogamba; e oggi a Reggio Emilia e provincia (forse) non saremmo a leccarci le ferite lasciate da un trentennio di presenza indisturbata della 'ndrangheta. Ma così non è stato.

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Donato Ungaro

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