giovedì 7 aprile 2016

Le fondamenta della città (di Giuseppe Gennari)

Come il nord Italia ha aperto le porte alla 'ndrangheta.

 

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«...gli anticorpi sono molto più "vivaci" al Sud che al Nord. Gli anticorpi sono quelle cose che servono per identificare un corpo estraneo e far scattare gli allarmi.../...qui [al Nord, ndr] abbiamo politici che chiedono voti e favori a esponenti di noti clan calabresi e che poi vengono a dire di averlo fatto magari per ingenuità, ma in perfetta buona fede...», parole di Giuseppe Gennari, giudice per le indagini preliminari al Palazzo di Giustizia di Milano; Gennari, da oltre un decennio di occupa di 'ndrangheta all'ombra della madunina. Già nelle carte dell'Operazione Infinito, resa famosa dal filmato di un summit di 'ndrangheta a Paderno Dugnano, in una sala del Circolo "Falcone e Borsellino", appariva il suo nome. Con Le fondamenta della città, il giudice-scrittore traccia un quadro spaventoso del fenomeno della criminalità organizzata calabrese in terra di Lombardia: e sfata tanti, troppi luoghi comuni che - ironia della sorte - finiscono per fare il gioco più della mafia che dell'anti-mafia. Un libro che aiuta a comprendere la colonizzazione della 'ndrangheta fuori dalla Calabria.
     Le prime pagine di Le fondamenta della città sono una nitidissima fotografia di quello che è la 'ndrangheta in Lombardia, dei rapporti che nel corso degli anni si sono creati tra certa politica e certi professionisti con esponenti della criminalità organizzata di origine calabrese. Una spiegazione precisa e limpida di meccanismi e sistemi adottati dai clan criminali per farsi spazio e trovare quel consenso che è necessario a penetrare l'economia, la politica di un territorio. Giuseppe Gennari scrive, carte (processuali) alla mano, dell'infiltrazione che si è trasformata in colonizzazione, in conquista del territorio; nel controllo da parte della cosca (la quale non perde mai il contatto con la "casa madre" in Calabria) di tutte le attività necessarie a trasformare la 'ndrangheta da mafia rurale a realtà imprenditoriale. «...le mafie moderne non sono più solo droga, usura, pizzo. Molto più spesso diventano impresa, affari, mediazione, prestazione di servizi.../... E qui comincia la grande sfida per investigatori e pubblici ministeri. Dimostrare che quel noto professionista, quell'imprenditore affermato, quel commerciante sono in realtà solo il volto pulito di un'organizzazione 'ndranghetista è un'impresa di per se difficilissima...». Ed è questo il modo nuovo di fare "mafia" secondo il sistema descritto da Gennari: l'abbandono di metodi oramai riconosciuti da tutti come mafiosi (gli omicidi), con il passaggio a sistemi più "sottili", che non destano allarme sociale ma, addirittura, con quello che il giudice meneghino definisce "consenso sociale" da parte della criminalità organizzata. Una criminalità che, grazie alle 'soluzioni immediate' offerte finisce per fare un grande salto di categoria: non è più la mafia a rappresentare l'anti-Stato, ma è lo Stato a essere 'ospitato' in un territorio oramai controllato dalla mafia.
     Ma Gennari è ben cosciente che esiste, o esisterebbe, una soluzione per battere la criminalità organizzata sul suo stesso terreno, sul terreno del consenso sociale creato dalla 'ndrangheta: lo Stato dovrebbe essere più efficiente della mafia! Ed è una soluzione a cui pensava già il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale era solito dire: «Lo Stato dia come diritto ciò che la mafia dà come favore».  Ma non è facile, perché le istituzioni corrono (alcune volte "volontariamente") su vecchie Fiat 500 mentre la criminalità viaggia comodamente in Ferrari. E il fascino della 'Rossa' è sconvolgente; l'unica a poter determinare il successo o il fallimento della mafia di qualunque tipologia è la società civile, che deve costituirsi al fianco di quei magistrati, di quegli esponenti dell'anti-mafia che mirano non solo a manette e condanne (quelle vanno bene per il passato e il presente) ma che lavorano per costruire una mentalità diffusa, antropologicamente portata a ripudiare la criminalità e il suo modo di gestire imprese, aziende, politica.
     Nei capitoli che accompagnao piacevolmente il lettore verso le pagini finali del suo libro, Giuseppe Gennari parla da professore (quale effettivamente è), ma senza  cadere nella retorica "magistrale" che rischia di far perdere piacere alla lettura: a far perdere il piacere è il racconto di episodio in cui Gennari si è imbattuto nel corso delle indagini. Si sprecano i nomi e le condizioni di imprenditori che per rimanere sulla breccia hanno ceduto la loro dignità, la loro onestà in cambio di un aiuto da parte di persone apparentemente molto disponibili ma che - in seguito - hanno portato via loro anche gli occhi per piangere. E oltre al danno, la beffa; sì, perché alla fine queste persone devono anche difendersi dall'opinione pubblica e dalla legge, finendo per cercare di coprire i responsabili della loro bancarotta: divenendone complici. Un capitolo intero è dedicato all'omertà, che finisce per essere uguale a Milano e in Brianza, come a Reggio Calabria e sulla Sila. Centinaia e centinaia di fascicoli gialli a indicare colpi di pistola e incendi nei cantieri: tutti gialli, perché il giallo alla Procura di Milano è sinonimo di procedimenti contro ignoti. Ma ignoti non perché non si sappia chi ha sparato o chi ha appiccato l'incendio: è perché il "Signor Brambilla" finisce per scegliere il silenzio. Basta una banca che chiude i rubinetti del credito e l'imprenditore è "costretto" a rivolgersi a chi i soldi li ha: pronti e liquidi. Ma quando poi non si onorano certi debiti, arrivano piombo e fiamme: ma nessuno può confessare di avere rapporti con strozzini e mafiosi. E si sceglie il silenzio; in Lombardia, come in Calabria.
    Le fondamenta della città si chiude con un paragone folgorante: un commercialista che tiene i conti di una cosca e un pastore che ospita un latitante tra pecore e formaggio. Chiaramente, tra i due, a rimetterci sarà il pastore il quale verrà accusato di "procurata inosservanza di pena", per aver nascosto un ricercato. «...in verità, il professionista fa qualcosa di molto importante per l'organizzazione, perché fornisce le competenze specifiche per consentirle di proliferare, conservare e moltiplicare i suoi guadagni. Ma rischia molto meno del pastore (il quale finirà sicuramente in carcere)...», scrive Gennari.
    Per la politica la faccenda non è molto diversa: un politico che chiede voti al mafioso di turno ma non viene eletto non è accusabile di aver commesso alcun reato. Eppure,"moralmente" ed "eticamente" risulta colpevole: ma non per la legge. E questo - spiega il giudice milanese - per il cambio di una singola parola nel corso dell'approvazione del "416 ter" (voto di scambio): in origine il testo recitava che era punito chi offriva "...utilità..." in cambio di voti (appalti, assunzioni eccetera), ma nel testo definitivo la parola utilità ha lasciato il posto a "...denaro...". Il risultato è che può essere punito solo chi acquista i voti, pagandoli con denaro sonante; e non chi promette di ricambiare il favore una volta eletto.
     «Sino a quando non vincerà l'idea che il rispetto della legalità, il bene della collettività, la protezione delle generazioni future valgono più degli interessi personali nulla potrà veramente cambiare». Parola di magistrato; parola di Giuseppe Gennari.

Le fondamenta della città può essere acquistato, oltre che nelle librerie, anche on-line su Amazon.it, sia in formato cartaceo che come E-book (formato Kindle).

Donato Ungaro

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