domenica 17 aprile 2016

L'unità (mafiosa) d'Italia

La criminalità organizzata, la 'ndrangheta in particolare, ha una caratteristica che dovrebbe farci riflettere: trasformare un problema in una risorsa. É questo, a voler ben vedere, quello che abbiamo potuto osservare negli anni passati; sia negli anni Cinquanta/Sessanta che nella successiva fase di immigrazione dei decenni Ottanta/Novanta.
Se cerchiamo nei cassetti della memoria le immagini dei flussi migratori Sud/Nord più antichi, ci verranno in mente le immagini in bianco e nero del Neorealismo italiano: le valige di cartone, i cartelli Non si affitta ai meridionali, i treni Espresso e Accellerato – tanto cari a Nanni Loi – che portavano 'orde' di Terroni a casa dei Polentoni, le baraccopoli intorno alle grandi città del Nord in fase di industrializzazione, i Totò & Peppino di "noio... volevam... volevàn savoir... l'indiriss... ja?", le pellicole alla Ladri di biciclette, i libri come Totò il buono del luzzarese Cesare Zavattini divenuto poi un film dal titolo inequivocabile: Miracolo a Milano.

Era questa sostanzialmente la base delle migrazioni al Nord dei Meridionali (tra cui anche mio papà, originario di Cerignola; e mio nonno Donato, segretario della locale sezione del Pci e amico di Giuseppe Di Vittorio); ma negli anni qualcosa è cambiato. E, per certi aspetti, ne sono stato testimone.
Quando a metà degli anni Novanta facevo il "vigile urbano" a Brescello (per correttezza si deve dire: Agente di polizia municipale), per un certo periodo io e i miei colleghi eravamo stati incaricati di verificare le iscrizioni agli elenchi degli artigiani, di coloro che chiedevano di aprire un'attività in proprio. Dovemmo subito abbandonare l'idea tradizionale dell'artigiano, con l'officina o la bottega; quando facevamo i sopralluoghi ci recavamo nelle case dei richiedenti e venivamo fatti accomodare in cucina o al massimo in soggiorno, per mostrarci quattro documenti in croce: richiesta della partita IVA, denuncia di inizio attività, qualche fattura per l'acquisto dell'attrezzatura, un registro per segnare i lavori svolti e un blocco di fatture da compilare a mano. Chiedevamo poi di visionare l'attrezzatura, che era più o meno la stessa che avevo a io casa per fare la minuta manutenzione: cazzuole, frattassi, cabassi, qualche cavalletto da muratore. Il tutto ricoverato nel bagagliaio della macchina di famiglia, che dal lunedì al venerdì rappresentava l'auto aziendale, per tornare la macchina per andare a fare la spesa e per andare a spasso nel fine settimana. Tutto regolare, ci veniva detto dall'Ufficio Commercio del municipio. E noi ci limitavamo a "verificare" auto-dichiarazioni di aspiranti artigiani. Ne ricordo una particolarmente curiosa: immanicatore di badili. Il soggetto in questione ha cercato per tutto il tempo della verifica amministrativa di farmi capire l'importanza del suo lavoro, che consisteva nel mettere il manico ai badili e verificarne il corretto equilibrio.
Inutile dire che quasi la maggioranza dei richiedenti – a Brescello – erano di Cutro e di Isola Capo Rizzuto, venuti a Brescello per lavorare nelle imprese dei calabresi che oramai in zona si erano fatti un nome e avevano avviato imprese edili che, nel giro di pochi anni, sono riuscite a soppiantare quasi completamente gli artigiani e piccoli impresari edili della zona. Solo che le nuove imprese edili (alcune delle quali subivano tutti gli anni un incendio fortuito, nel quale andavano puntualmente distrutti i documenti fiscali), quasi non avevano dipendenti: e costringevano i "nuovi arrivati" ad aprire una partita IVA e diventare artigiani, per poi fatturare il lavoro che facevano per le imprese dei 'compaesani'. "Tutto regolare; c'è il rispetto della normativa", ci veniva risposto all'Ufficio Commercio, quando davanti a casi eclatanti sollevavamo una qualche perplessità. Ma capitava, ogni tanto, di riconoscere le stesse attrezzature che venivano usate per le denunce di inizio attività da parte di più componenti della stessa famiglia. E alla fine notificavamo le iscrizioni al registro delle imprese agli artigiani: tutte con la stessa firma.
Oggi, alcune di quelle attività sono al centro della cronaca nera della Bassa reggiana: o per aver subito degli incendi di attrezzatura o per aver emesso fatture false. In molti casi è ventilata dagli investigatori la vicinanza alla 'ndrangheta.
Ed ecco, allora, l'uso dell'emigrazione da parte della criminalità organizzata per formare, così, un "brodo di coltura" per le proprie attività illecite: ecco la trasformazione di un problema in una risorsa, quella che chiamo: L'unità (mafiosa) d'Italia. Una volta spazzata via dal mercato l'impresa edile locale (che non sarebbe stata sensibile alle richieste della 'ndrangheta), si sono creati labili equilibri economici con compaesani che sono stati costretti a diventare artgiani "farlocchi", creando così lavoro nero e concorrenza sleale; e oltrettutto erano facili da ricattare, perché oltre alla "carne da cantiere" (con mogli e figli al seguito) la 'ndrangheta ha portato al Nord anche la propria mentalità. Le stesse dinamiche mafiose del Sud esportate al Nord: L'unità (mafiosa) d'Italia.
Ma c'è di più: una volta impiantate le famiglie ricattabili dai "grandi nomi", non ci si è limitati a rendere schiavi del terzo millennio quei lavoratori che lasciavano la Calabria per il Nord. Si è detto loro (e ai loro familiari) anche chi dovevano votare, determinando così un surplus di valore per la criminalità organizzata: i "grandi nomi" potevano – a questo punto – mettere in piedi il mercato delle preferenze, per far eleggere prima politici locali che avevano espresso vicinanza alle cosche, per poi passare a segnalare ai "propietari" delle liste civiche i nomi da inserire nelle liste stesse.
E il gioco è fatto: l'immigrazione economica che spingeva famiglie senza lavoro a trasferirsi al Nord è stata trasformata in risorsa. A queste condizioni non ci può essere interesse a sviluppare il Sud, perché deve essere mantenuta la convenienza a gestire i flussi migratori verso il Nord, per determinarne la "colonizzazione" del territorio economicamente importante per la criminalità organizzata.
Ma il Nord – economicamente parlando – non è una "risorsa rinnovabile" infinita; e quando il territorio avrà dato tutto quello che poteva dare, verrà abbandonato: ma nel frattempo sarà stato violentato, violato, offeso nei valori più cari. Nei valori che ne hanno determinato la ricchezza.
Devono allora essere ascoltate le parole di chi – a ragion veduta – lancia allarmi: magistrati, "poliziotti", economisti e sindacalisti ci stanno dicendo che la politica, così come il cittadino, deve stare attenta a non prendere il caffè con il mafioso di turno: «Il mafioso ha bisogno che il sindaco, il medico e il prete del paese si rapportino con lui, ma se questi lo isolano ignorandolo, non combattendolo armati, ma semplicemente non dandogli spazio per interloquire è già un grosso risultato». Parole di Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria in attesa dell'ufficializzazione della nomina a capo della DDA di Catanzaro.
Cosa vogliamo fare?

Donato Ungaro

1 commento:

  1. Tanto di cappello per chi ha scritto un articolo così lucido e realista, che non tergiversa nelle rivendicazioni storico culturale che assomigliano più ad un monologo da cabaret. Io sono un dirimpettaio di Brescello e finalmente trovò qualcuno che la pensa come me. Complimenti sig. Ungaro.

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