giovedì 14 aprile 2016

Processo alla 'Ndrangheta (di Enzo Ciconte)

Acquistalo su Amazon
Se davvero si vuol capire la 'ndrangheta, non c'è che un sistema: studiarla. E per farlo bisogna affidarsi a strumenti precisi e lucidi, perché il tema è uno di quelli davvero delicati. Processo alla 'Ndrangheta, a mio modesto parere, è uno di questi: perché il suo autore, Enzo Ciconte, è uno dei massimi conoscitori di questo fenomeno che - ci spiega lo studioso di Soriano Calabro - ha avuto un percorso parallelo e non troppo distante da formazioni politiche che negli anni Sessanta erano un baluardo per la difesa dei diritti dei deboli, dei contadini. Il professor Ciconte ci riporta i casi di persone assolte dai giudici e poi uccise a pistolettate appena rimessi in libertà, a testimoniare come non sempre la giustizia sia messa nelle condizioni di prendere decisioni esatte. Dalle pagine di Processo alla 'Ndrangheta l'autore ci racconta nei minimi dettagli i linguaggi della 'ndrangheta, descrivendo riti di affiliazione, chiamando per nome le donne di 'ndrangheta, le cosidette "Sorelle di Omertà". Oppure i "Mezzi dentro, mezzi fuori", i figli dei capibastone, i quali vengono affiliati durante il battesimo cristiano.
     Ma non c'è solo la criminalità calabrese, in Processo alla 'Ndrangheta; troviamo anche riferimenti a Cosa Nostra, alla Camorra e alla Sacra Corona pugliese, con la citazione di affiliazioni reciproche di esponenti delle diverse criminalità organizzate. Ma oltre alle mafie si parla del rapimento di Aldo Moro, con la presenza dell'affiliato alla 'ndrangheta Antonio Nirta "u du nasi", in via Fani; della Massoneria a cui - a metà degli anni Settanta -, la 'ndrangheta decide di aderire strutturalmente, con la nascita della cosidetta Santa, una realtà in cui 33 'Santisti' (un alto grado gerarchico 'ndranghetista) sono autorizzati ad aderire alla massoneria; si parla dei contatti con l'estrema destra e dell'evasione del terrorista nero Franco Freda (fuggito nell'ottobre del 1978, nel corso del processo celebrato a Catanzaro per la strage di Piazza Fontana); si parla di servizi segreti, di Gheddafi, del principe Borghese: di Giulio Andreotti, definito "...cosa loro..." da due palermitani in contatti con la 'ndrangheta.
     Tutto cose che oggi sono in buona parte risapute: ma la cosa "straordinaria" è che Processo alla 'Ndrangheta ha visto la luce nel 1996! Questo per dire che Enzo Ciconte queste cose le scriveva e le mettava a disposizione di tutti vent'anni fa; ma ci sono passaggi che, riletti a distanza di due decenni, mettono i brividi. In particolare, quando il professor Ciconte descrive quella che lui chiama la "Terza Fase di sviluppo" della 'ndrangheta: il radicamento al Nord. La prima fase è costituita dal contrabbando di sigarette, mentre la seconda è il passaggio dal tabacco alla droga: la Terza Fase è il reimpiego dei fiumi di denaro illecitamente guadagnati con la droga e i sequestri in un "territorio" inteso non geograficamente ma economicamente. Il Nord ricco e pronto a mettersi a disposizione - negli anni Ottanta - per creare le situazioni economiche e strategiche per far proliferare quelle famiglie calabresi vicine alla 'ndrangheta che, già negli anni Sessanta , erano arrivate in Lombardia, in Piemonte e in Veneto, senza destare preoccupazione da parte delle amministrazioni.
     Ma gli 'ndranghetisti che arrivano in "Altitalia" non riescono a entrare direttamente nel mercato che conta; e si appoggiano a: "...mediatori, dirigenti di società finanziarie o immobiliari, commercialisti, 'colletti bianchi' di varia provenienza, consulenti, faccendieri disponibili a tutto, a qualsiasi transizione. Sono personaggi importanti, che possiamo definire uomini-cerniera, in grado di introdurre e di legare insieme i mafiosi e gli ambienti economici e finanziari locali...". Iniziano così a prestare soldi a usura, entrando in società che poi falliscono e passano di mano; il mercato risentirà dell'ingresso della criminalità organizzata e verrà sbilanciato da una concorrenza (sleale) impossibile da fronteggiare.
     Eppure, anche a fronte di segnali straordinari della penetrazione mafiosa da parte della 'ndrangheta, si doveva difendere l'apparenza: "...era necessario salvaguardare il buon nome della città dalle accuse di presenze mafiose...". Sono passati vent'anni, ma si sentono ancora oggi affermazioni del genere. Forse anche perché la 'ndrangheta è riuscita a portare avanti un atteggiamento politico proprio, arrivando con la residenza delle famiglie (e quindi il diritto di voto) a condizionare le elezioni amministrative.
     E quale potrebbe essere la soluzione, secondo Enzo Ciconte? Destrutturare il modello mafioso come modello di funzionamento, in uno Stato inefficiente; e soprattutto separare la 'ndrangheta dai partiti e dalle istituzioni, creando una vera democrazia in cui ogni cittadino abbia: "...la possibilità di poter dominare il proprio presente e di progettare il proprio futuro...".
     Parole (inascoltate) di vent'anni fa.
     Peccato.
  

Processo alla 'Ndrangheta purtroppo è praticamente introvabile nelle librerie; l'unica soluzione, in attesa di una ristampa da parte della casa editrice Laterza, è recarsi in biblioteca e prenderlo in prestito. Uno "sforzo" di cui, però, si sarà tranquillamente ripagati.

Donato Ungaro

Nessun commento:

Posta un commento