sabato 21 maggio 2016

D'Argenta e d'Anti-mafia...

I ragazzi di Argenta davanti al Tribunale
«Professoressa, le chiedo di avvicinarsi al banco per conferire con la Corte». In queste parole del Presidente del Tribunale di Reggio Emilia, Francesco Maria Caruso, c'è tutto il (buon) senso di quanto accaduto ieri mattina nell'aula del Processo Aemilia, dove si sta celebrando il procedimento contro la presunta 'ndrina dei Grande Aracri di Cutro. La professoressa è Beatrice Trentini; e si avvicina ai tavoli dove siedono quegli stessi avvocati che hanno chiesto l'allontanamento suo, della collega Manuela Mazzanti e dei loro alunni da quell'aula. Percorre il lungo corridoio che separa i banchi dove siedono i suoi ragazzi dai giudici della Corte. Lo fa camminando calma e in silenzio, Beatrice: la professoressa Beatrice. E quasi sembra di veder rappresentato un moderno "Il quarto stato" di Giuseppe Pelizza da Volpedo: in versione anti-mafia.

martedì 17 maggio 2016

Cose di Cosa Nostra (di Marcelle Padovani - Giovanni Falcone)

     Fa un certo effetto leggere, a 24 anni di distanza dalla strage di Capaci, un libro come Cose di cosa nostra, di fatto scritto a quattro mani da Giovanni Falcone e da Marcelle Padovani; fa effetto perché nelle venti interviste rilasciate dal magistrato palermitano alla giornalista francese - e che hanno fatto nascere questo libro - c'è una disamina attenta e precisa di quello che la mafia è stata e soprattutto di quello che la mafia sarà negli anni a seguire. Parla di cose che conosce perfettamente, Falcone, testimone straordinario di una società - quella mafiosa - che ha visto e toccato; con la quale ha dialogato, attraverso i confronti con mafiosi che hanno deciso di collaborare con la giustizia, affidando la propria vita nelle mani di quel giudice di cui avevano deciso di fidarsi. Traspare, dalle parole infilate come perle in una preziosa collana dalla cronista transalpina, un rapporto quasi "socratico" tra l'investigatore e l'oggetto delle sue indagini; tra Falcone che sapeva perfettamente che su Cosa Nostra ci sarebbero state sempre cose nuove da scoprire, e una realtà criminale che si evolve in un perenne sviluppo.

domenica 15 maggio 2016

Dall'ombra della saracca all'ombra della 'ndrangheta

Una cartolina degli anni Venti
     Una volta, nella Bassa in riva al Po, certe famiglie erano tanto povere che, tutte le sere, la cena era solo fette di polenta insaporite con un'aringa affumicata. Ma l'aringa - meglio nota come saracca - non potevano consumarla in una sera; così il padre legava il pesce facendolo penzolare sul centro della tavola, in modo che i commensali potessero sfregare la polenta contro la saracca la quale, spostandosi al tocco del commensale, non si consumava contro la polenta abbrustolita: e alla fine della cena l'aringa poteva essere riposta quasi intera, pronta per la cena della sera successiva. Si racconta anche - ma questa potrebbe essere solo una barzelletta - di famiglie tanto povere che la polenta non la sfregavano contro la saracca appesa al soffitto, ma sull'ombra che veniva proiettata sulla tovaglia.

sabato 14 maggio 2016

Benzine: di Gino Pitaro

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     Non può, Benzine (edit. Ensemble, Roma - pp 148, 12 euro), essere considerato un libro di "mafia". Eppure, anche questa pubblicazione di Gino Pitaro ha una chiave di lettura che - alla fine - parla di disagio sociale, di microcriminalità e di traffici internazionali, di quartieri degradati e di lavoratori sottopagati; un "brodo di coltura" nel quale nasce quella voglia di emergere che costituisce l'elemento attraverso il quale uno degli appartenenti al gruppo di amici di cui parla l'autore, compie il grande passo: e arriva a girare in macchina con una pistola nel cassetto portaoggetti del cruscotto. Una pistola che viene esibita e utilizzata: prima per fare rumore, baccano. Poi quell'arma assume un altro significato e diventa uno strumento non più di "divertimento" tra ragazzi in una periferia romana. E allora tutto precipita, tutto assume un aroma diverso: acre, come quello delle benzine, come i materassi che i Rom brucerebbero nei campi allestiti fuori dal G.R.A., lungo i binari delle ferrovie che dal Centro di Roma portano nei paesi in cui i "Romani de Roma" hanno imparato a mangiare le salsicce rumene.

sabato 7 maggio 2016

Protezione (anti-mafia) civile

     Nell'Italia dei campanili, l'Anti-mafia dovrebbe essere come la Protezione civile; dovrebbe "lavorare" come la realtà che si occupa di difendere la cittadinanza inerme da catastrofi - sia naturali che causate dall'uomo -; con il duplice scopo di prevenire i disastri, ma anche di soccorrere le popolazioni colpite dai disastri stessi.
     Le componenti della Protezione civile sono sia "pubbliche" (Vigili del fuoco, apparati regionali e comunali, ministeri competenti a vario titolo), che "private" (associazioni di volontariato e altre realtà di 'imprenditoria sociale'). Per l'Anti-mafia, la situazione non è molto diversa; nel "pubblico" possiamo inserire la Magistratura, la Direzione Nazionale Antimafia, le varie

mercoledì 4 maggio 2016

La mafia non ha vinto - il labirinto della trattativa (di G. Fiandaca e S. Lupo)

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Non è facile scrivere una 'impressione di lettura' di La mafia non ha vinto (edit. Laterza, Bari - pp. 163, 12 euro), scritto dal giuspenalista Giovanni Fiandaca e dallo storico Salvatore Lupo. Non è facile perché i due accademici trattano il problema partendo da un fatto effettivamente certo: la "trattativa" non è un reato. Secondo Fiandaca e Lupo, il "castello" accusatorio sostenuto da Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo (per fare il nome dei due magistrati più noti che si sono occupati del caso relativo alla trattativa Stato/mafia) contro i vertici dei ROS ed esponenti politici dell'epoca (i senatori Giulio Andreotti e Calogero Mannino) non avrebbe un fondamento giuridico tale da poter essere sostenuto davanti alla Giustizia; proprio perché il reato di "trattativa" non è previsto dall'ordinamento penale italiano. E, fanno notare gli autori, già nella memoria con cui viene chiesto il rinvio a giudizio, i giudici 'inquirenti' definiscono la trattativa "scellerata" e "deprecabile": nulla di penalmente rilevante, quindi, per Fiandaca e Lupo. Ma è così? Perché, allora, una buona parte degli italiani che hanno a cuore i movimenti antimafia sostengono il lavoro di 'Nino' Di Matteo, divenuto un simbolo della lotta al legame malato tra criminalità organizzata e parti deviate dello Stato?