martedì 17 maggio 2016

Cose di Cosa Nostra (di Marcelle Padovani - Giovanni Falcone)

     Fa un certo effetto leggere, a 24 anni di distanza dalla strage di Capaci, un libro come Cose di cosa nostra, di fatto scritto a quattro mani da Giovanni Falcone e da Marcelle Padovani; fa effetto perché nelle venti interviste rilasciate dal magistrato palermitano alla giornalista francese - e che hanno fatto nascere questo libro - c'è una disamina attenta e precisa di quello che la mafia è stata e soprattutto di quello che la mafia sarà negli anni a seguire. Parla di cose che conosce perfettamente, Falcone, testimone straordinario di una società - quella mafiosa - che ha visto e toccato; con la quale ha dialogato, attraverso i confronti con mafiosi che hanno deciso di collaborare con la giustizia, affidando la propria vita nelle mani di quel giudice di cui avevano deciso di fidarsi. Traspare, dalle parole infilate come perle in una preziosa collana dalla cronista transalpina, un rapporto quasi "socratico" tra l'investigatore e l'oggetto delle sue indagini; tra Falcone che sapeva perfettamente che su Cosa Nostra ci sarebbero state sempre cose nuove da scoprire, e una realtà criminale che si evolve in un perenne sviluppo.

     C'è, nelle pagine di Cose di cosa nostra, la coscienza da parte del magistrato che diventa obbligatorio pensare alla vita come un bene non infinito; e per questo "... ho imparato ad accorciare la distanza tra il dire e il fare. Come gli uomini d'onore. In certi momenti, questi mafiosi mi sembrano gli unici esseri razionali in un mondo di folli...". Uomini, questi mafiosi, che decidono di mettere la propria intelligenza al servizio di una società criminale che - in caso di errore - non avrà esitazioni a eliminarli senza pietà; eppure, rischiano la propria vita per una sub-cultura che sarebbe errato pensare nata esclusivamente da una rozza ignoranza. Anzi, Falcone sostiene - citando lo storico inglese Denis Mack Smith -, che la mafia sarebbe "...non frutto abnorme del solo sottosviluppo economico, ma prodotto delle distorsioni dello sviluppo stesso...". Perché, oltretutto, "...si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale..."; e allora è necessario comprendere che non si deve pensare alla criminalità organizzata come "...una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia...".
     Ma cos'è esattamente, allora, la mafia? Giovanni Falcone ce lo spiega con un aneddoto: "...Uno dei miei colleghi romani, nel 1980, va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e lo provoca: 'Signor Coppola, che cosa è la mafia?'. Il vecchio, che non è nato ieri, ci pensa su e poi ribatte. 'Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell'appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia...". Tempo fa scrivevo, parafrasando Giorgio Gaber, che "io non temo tanto il mafioso in sé, quanto il mafioso in me...". Le autorevoli parole di Falcone confermano che il rischio di essere "mafiosi" appartiene a tutti noi: e questo deve farci riflettere.
     Oltre alla mafia siciliana, a Cosa Nostra, il libro di Padovani e Falcone parla della 'ndrangheta, dei rapporti tra le due mafie; ma anche del dubbio sollevato da Buscetta circa l'esistenza della stessa 'ndrangheta, la quale - per i mafiosi siciliani - ha una consistenza relativa, in quanto sarebbe priva di una cupola vera e propria; e questo è una mancanza, per gli uomini di Cosa Nostra. In ogni caso, si riconoscono quei semi - nei ragionamenti del giudice caduto a Capaci con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro) - che saranno il futuro di Cosa Nostra e delle altre mafie; ovvero che si passerà da una mafia di assassini a una mafia di imprenditori. Con il guaio rappresentato dal fatto che lo Stato continuerà a combattere la mafia cercando gli assassini. Accenna, Falcone, anche ai "colletti bianchi", a quei professionisti che mettono le proprie attitudini professionali a disposizione dei mafiosi, con la coscienza che "...politica affaristica e criminalità mafiosa sono sempre più implicate nell'economia..."
      Un battaglia persa, quindi, quella dello Stato contro le mafie? Assolutamente no; perché "...possiamo sempre fare qualcosa..." con l'arsenale di leggi e strumenti che sono a disposizione di magistratura e forze di polizia. La legge La Torre, ad esempio, la quale "...continua a rivestire però grandissima utilità in tutte le indagini ptrimoniali a carico di pregiudicati mafiosi, in quanto autorizza la confisca dei beni acquisiti illecitamente colpendo i mafiosi nel loro punto debole: ricchezza e guadagni...". Ma Falcone sa anche che è la politica che si deve dare da fare, che deve dar il via a una rivoluzione culturale, perché non si può "...fronteggiare un fenomeno di tale gravità coi soliti pannicelli caldi, senza una mobilitazione generale, consapevole, duratura e costante di tutto l'apparato repressivo e senza il sostegno della società civile...". Serve una presa di coscienza da parte di tutti, in quanto chi ha il potere di voto deve capire l'importanza del suo atto di democrazia, per poter sciegliere persone degne di rappresentare una amministrazione civile e vera, perché "...la presenza di amministrazioni comunali docili, poi, vale ad evitare un possibile freno alla sua espansione (della mafia, ndr) dovuta o al rifiuto di concessioni edilizie o a controlli troppo approfonditi degli appalti e dei sub-appali...".
     Mi corre l'obbligo di chiudere questo mio modestissimo scritto riportando per intero la "chiusa" usata da Giovanni Falcone per accompagnare il lettore verso la fine di questo bel libro: "...Credo che Cosa nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione. Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non si siano alleati a Cosa Nostra - per un'evidente convergenza di interessi - nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.../...Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere..."
      Grazie: delle opere e delle parole.

 NON LI AVETE UCCISI! LE LORO IDEE CAMMINANO SULLE NOSTRE GAMBE!

Donato Ungaro

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