domenica 15 maggio 2016

Dall'ombra della saracca all'ombra della 'ndrangheta

Una cartolina degli anni Venti
     Una volta, nella Bassa in riva al Po, certe famiglie erano tanto povere che, tutte le sere, la cena era solo fette di polenta insaporite con un'aringa affumicata. Ma l'aringa - meglio nota come saracca - non potevano consumarla in una sera; così il padre legava il pesce facendolo penzolare sul centro della tavola, in modo che i commensali potessero sfregare la polenta contro la saracca la quale, spostandosi al tocco del commensale, non si consumava contro la polenta abbrustolita: e alla fine della cena l'aringa poteva essere riposta quasi intera, pronta per la cena della sera successiva. Si racconta anche - ma questa potrebbe essere solo una barzelletta - di famiglie tanto povere che la polenta non la sfregavano contro la saracca appesa al soffitto, ma sull'ombra che veniva proiettata sulla tovaglia.
     Difficile che la criminalità organizzata potesse avere interesse a infiltrarsi in un clima di povertà diffusa come poteva essere quello della provincia reggiana nel dopoguerra; non c'era quasi da mangiare, per certe famiglie: figurarsi come potevano andare le cose per le casse delle amministrazioni pubbliche.
     Le cose però sono cambiate nel volgere di qualche decennio; e la 'rossa' Emilia Romagna doveva impegnarsi per diventare quello che - a tutti gli effetti - è diventata negli anni del Boom economico: un modello di efficenza e accoglienza. Non c'erano, a parte qualche sporadico caso, le grandi industrie di Milano e di Torino; ma la gente iniziava a vivere dignitosamente. Ci si lasciava alle spalle i ricordi della guerra e con essi si abbandonava l'idea della miseria: si iniziava a pensare "all'americana". In grande.
     Nelle campagne facevano capolino macchine sempre più perfette e potenti, l'artigianato iniziava a svilupparsi in media impresa e nascevano i primi quartieri residenziali a pochi passi dai nuclei centrali dei paesi. Iniziava il progresso, lo sviluppo dell'economia non più basata quasi solo e unicamente sull'agricoltura e sull'allevamento; la gente che una volta mangiava polenta e saracca (o la sua ombra) adesso voleva iniziare a godersi la vita. Giravano i soldi; quelli veri.
     Stava cambiando un mondo; i partigiani che avevano cacciato i tedeschi e rese le bastonate ai fascisti nascondevano le vecchie armi nelle soffitte: non si sa mai che il pericolo ritorni. Ma il pericolo che sarebbe arrivato nella Pianura Padana, tra le rive del Po e l'Appennino, non vestiva più il fez e la camicia nera; per quello c'erano gli anticorpi, la tradizione antifascista non ha mai abbassato la guardia. Ma mentre le "sentinelle" montavano la guardia, un'altro pericolo stava lentamente invadendo l'Emilia Romagna: la criminalità organizzata di origine meridionale. E nessuno aveva gli strumenti per riconoscere quel "nuovo fascismo", quel pericolo che molto spesso arrivava aggirando le retrovie.
     Così, ad un bel momento, ci si è trovati "invasi" da persone e famiglie che - apparentemente - vestivano la stessa giubba della sentinella di guardia sulla barricata antifascista; ma nell'anima erano più nere delle camice nere dei fascisti. Perché rappresentavano quella mentalità che, nel giro di pochi anni, avrebbe consolidato la presenza di un sistema di vita che non era mai stato visto sulle rive del Po: era arrivata la 'ndrangheta.
     E come si fronteggia la 'ndrangheta? Nessuno era in grado di dirlo, perché gli "anticorpi" emiliano-romagnoli erano sintonizzati sulle frequenze del Fascismo; non su quelle della criminalità organizzata di stampo mafioso. Il mafioso? Sarà quello con la coppola in testa e la lupara sulla spalla, si immaginavano tutti quanti. Ma invece gli 'ndranghetisti stavano già girando per le campagne reggiane, su auto di lusso acquistate nel giro di pochi mesi dopo il loro arrivo a bordo di vecchie Fiat Uno prima serie. Ma come faranno? Si chiedevano gli abitanti della zona; la domanda veniva presto dimenticata, visto che dopo le auto gli immigrati acquistavano le case. E in quanti hanno venduto case di campagna - magari in golena - al prezzo di una villa a due passi dal paese grande! Nessun reggiano avrebbe comprato quel rudere, a quel prezzo; loro, invece, sì. Perché era un modo per conquistare il "territorio"; prima quello fisico e poi quello sociale. I ragazzini andavano a scuola, all'oratorio; e le famiglie nostrane socializzavano con i nuovi venuti. Certo, parlano un dialetto diverso, un po' gutturale come i bergamaschi; ma sono brave persone, gran lavoratori. Tutti muratori, un qualche camionista in proprio. Ed era vero; in molti erano e sono bravi lavoratori. Ma dopo un po' di tempo hanno iniziato a registrarsi episodi strani.
     Incendi, macchine rovinate con l'acido, scritte sui muri: "Il fuoco brucia", "La neve non si tocca". E poi un omicidio, in via Venturini, a Brescello; anni prima, una bomba in un bar a Reggio Emilia. E un altro omicidio, sempre a Reggio Emilia. La gente inizia ad avere paura; ma oramai il danno è fatto. La criminalità organizzata è sbarcata a Reggio Emilia e inizia a riciclare nella provincia della Città del Tricolore il denaro ricavato dal traffico degli stupefacenti. Le case nascono come funghi e piano piano l'offerta supera la domanda; il mercato non regge e la crisi del mattone fa il resto. Chi, negli anni a cavallo dell'avvento del Terzo Millennio, grida "all'armi" è tacciato di disfattismo, di essere un visionario.
     La politica si chiude a riccio, la società civile si gira dall'altra parte. Chi può, se ne va via; chi rimane, resta con il cerino in mano. Fino agli inizi del 2015, quando scoppia il caso Aemilia, appena dopo che l'avvocato Marcello Coffrini, sindaco di Brescello, ha definito Francesco Grande Aracri una persona per bene; peccato che Grande Aracri abbia una condanna definitiva per mafia; peccato che la sua impresa abbia lavorato a opere pubbliche e private riconducibili al Comune di Brescello e alla famiglia Coffrini; peccato che lo Studio Coffrini & Coffrini abbia avuto i Grande Aracri come clienti; peccato che Brescello sia stato il primo paese sciolto per mafia, in cui: "...L'atteggiamento di acquiescenza degli amministratori comunali che si sono avvicendati alla guida dell'ente, nei confronti della locale famiglia malavitosa si è poi trasformato in una condizione di vero e proprio assoggettamento al volere di alcuni affiliati alla cosca, nei cui riguardi l'ente, anche quando avrebbe dovuto, è rimasto, negli anni, sostanzialmente inerte...".
     Peccato; davvero un gran peccato... Forse era meglio continuare a mangiare polenta e saracca; meglio l'ombra della saracca che l'ombra della 'ndrangheta.
    
Donato Ungaro

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