sabato 21 maggio 2016

D'Argenta e d'Anti-mafia...

I ragazzi di Argenta davanti al Tribunale
«Professoressa, le chiedo di avvicinarsi al banco per conferire con la Corte». In queste parole del Presidente del Tribunale di Reggio Emilia, Francesco Maria Caruso, c'è tutto il (buon) senso di quanto accaduto ieri mattina nell'aula del Processo Aemilia, dove si sta celebrando il procedimento contro la presunta 'ndrina dei Grande Aracri di Cutro. La professoressa è Beatrice Trentini; e si avvicina ai tavoli dove siedono quegli stessi avvocati che hanno chiesto l'allontanamento suo, della collega Manuela Mazzanti e dei loro alunni da quell'aula. Percorre il lungo corridoio che separa i banchi dove siedono i suoi ragazzi dai giudici della Corte. Lo fa camminando calma e in silenzio, Beatrice: la professoressa Beatrice. E quasi sembra di veder rappresentato un moderno "Il quarto stato" di Giuseppe Pelizza da Volpedo: in versione anti-mafia.
     Dietro alla prof. con la maglietta di Libera non ci sono i proletari dell'inizio del Novecento, ma i ragazzi dell'Istituto di Istruzione Superiore di Argenta, in provincia di Ferrara, che stanno conducendo un progetto di studio sulla legalità, in collaborazione con l'associazione anti-mafia Libera. Ma come mai si è arrivati a questo, a far avvicinare una professoressa al tavolo degli avvocati?
     E' il 20 maggio 2016; sta per iniziare l'udienza nell'aula in cui si celebra il maxi-processo alla 'ndrangheta che, come ha spiegato nel corso della sua deposizione il maggiore dei carabinieri Andrea Leo, ha spaziato negli ultimi anni da Piacenza a Bologna. I 22 ragazzi di Argenta sono stati fatti accomodare, sotto l'occhio attento delle forze dell'ordine, nei primissimi banchi in fondo all'aula; separati da una balaustra dai parenti degli imputati, arrivano alle loro orecchie i commenti di questi: «andate a studiare, invece che venir qui a perdere tempo...» e ancora «sembra di essere all'asilo...». Ma i ragazzi e le loro insegnanti non si scompongono; e rimangono in silenzio. A parlare, invece, sarà l'avvocato Luigi Comberiati, il quale - nella sua qualità di difensore di un imputato - fa notare al Presidente che in aula sono presenti dei ragazzi, evidentemente minorenni: l'articolo 471 del Codice di Procedura Penale vieta la presenza in aula di: «...coloro che non hanno compiuto 18 anni...». Presto, altri avvocati si associeranno alla richiesta di allontanamento dei minori dall'aula; ma il Presidente Caruso non è convinto di una lettura così rigida della norma. E si ritira in Camera di Consiglio con i giudici Cristina Beretti e Andrea Rat.
     Dura una ventina di minuti, la Camera di Consiglio, mentre in aula i ragazzi continuano a ricevere le battute di alcuni presenti, con un avvocato che tiene loro una piccola lezione di diritto costituzionale. La scolaresca inizia a temere di essere allontanata dall'aula; e le prof. sentono già l'aroma acre della beffa. Sono partiti dal ferrarese alle 6 e mezza di mattina; e le insegnanti hanno rinunciato all'adesione allo sciopero della scuola, per poter permettere ai loro alunni di rispettare il progetto di legalità che - da programma - oltre alla partecipazioni a incontri specifici per arrivare a conoscere i dettagli delle indagini che hanno portato allo svolgimento del processo Aemilia, avrebbero anche la partecipazione all'udienza; ma tutto rischia di essere vanificato da un'applicazione rigida e schematica della legge.
     Alle 10 e 15 suona la campanella che annuncia l'ingresso della Corte: e molti pensano che per la scolaresca di Argenta rappresenti il termine della lezione. «Professoressa, le chiedo di avvicinarsi al banco per conferire con la Corte». Il Presidente del Tribunale di Reggio Emilia, Francesco Maria Caruso - che è anche Presidente del Collegio Giudicante - chiede alla professoressa Beatrice Trentini di illustrare il motivo per cui ha accompagnato i suoi ragazzi in un'aula di tribunale. La prof. Trentini riassume per grandi linee un progetto molto articolato; che prevede incontri con protagonisti della lotta alle mafie, con avvocati e rappresentanti di Libera, studi sui caratteri storici delle criminalità organizzate, letture e discussioni con autori, vendita dei prodotti coltivati su terreni confiscati alle mafie: addirittura la riparazione "di gruppo" di un furgone da regalare a una comunità che opera in una realtà requisita ai clan.
     Quelle parole, quella spiegazione lucida e precisa, forniscono al Presidente Caruso la possibilità di una lettura analitica, di buon senso della norma: è giusto vietare cause di disturbo nel corso delle udienze penali: sia per l'animo sensibile dei ragazzi, che per il lavoro di giudici e avvocati. Ma in un caso come questo è diverso; deve risultare chiaro il lavoro di analisi e conoscenza da parte dei ragazzi, dei docenti. Inoltre, i ragazzi avrebbero la possibilità di vedere dalla televisione almeno parte dello svolgimento del processo. Meglio che lo possano fare dal vivo, direttamente dall'aula in cui si svolge il dibattimento.
     Nessuno dei presenti ribatte; nessuno degli avvocati si oppone.
     Ora la "lezione" può avere inizio: grazie. A tutti.

Donato Ungaro

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