mercoledì 4 maggio 2016

La mafia non ha vinto - il labirinto della trattativa (di G. Fiandaca e S. Lupo)

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Non è facile scrivere una 'impressione di lettura' di La mafia non ha vinto (edit. Laterza, Bari - pp. 163, 12 euro), scritto dal giuspenalista Giovanni Fiandaca e dallo storico Salvatore Lupo. Non è facile perché i due accademici trattano il problema partendo da un fatto effettivamente certo: la "trattativa" non è un reato. Secondo Fiandaca e Lupo, il "castello" accusatorio sostenuto da Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo (per fare il nome dei due magistrati più noti che si sono occupati del caso relativo alla trattativa Stato/mafia) contro i vertici dei ROS ed esponenti politici dell'epoca (i senatori Giulio Andreotti e Calogero Mannino) non avrebbe un fondamento giuridico tale da poter essere sostenuto davanti alla Giustizia; proprio perché il reato di "trattativa" non è previsto dall'ordinamento penale italiano. E, fanno notare gli autori, già nella memoria con cui viene chiesto il rinvio a giudizio, i giudici 'inquirenti' definiscono la trattativa "scellerata" e "deprecabile": nulla di penalmente rilevante, quindi, per Fiandaca e Lupo. Ma è così? Perché, allora, una buona parte degli italiani che hanno a cuore i movimenti antimafia sostengono il lavoro di 'Nino' Di Matteo, divenuto un simbolo della lotta al legame malato tra criminalità organizzata e parti deviate dello Stato?

     I FATTI: dopo il Maxi-Processo, nel 1992, con l'omicidio dell'onorevole Salvo Lima, si apre la stagione stragista di Cosa Nostra; questo periodo sarà drammaticamente segnato da inquietanti episodi come le stragi di Capaci e via D'Amelio, in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con gli uomini e le donne delle relative scorte, ma anche le bombe a Milano (Padiglione d'Arte Contemporanea), a Firenze (Via dei Georgofili) e a Roma (chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano): un terzo ordigno avrebbe dovuto esplodere nella Capitale, nei pressi dello Stadio Olimpico, ma fortunatamente quest'ultimo attentato fallì.
     A seguito di questi fatti, il senatore Mannino capì che sarebbe stato lui la prossima vittima; e chiese l'intervento di un maresciallo dei carabinieri, Giuliano Guazzelli, per attivare i ROS e scongiurare la sua esecuzione da parte di esponenti di Cosa Nostra. Il maresciallo Guazzelli, ucciso appena dopo aver avuto contatti con Mannino, riuscì ad avvertire il colonnello Mario Mori, il quale si attivò e prese contatto con Vito Ciancimino e, con l'aiuto del figlio Massimo, si stabilì un rapporto con Totò Riina e Bernardo Provenzano, per trattare la fine del periodo stragista inaugurato da Riina e soci nel biennio 1992/1993. In cambio di un armistizio, Riina formulò una serie di richieste che prevedevano - tra l'altro - un ammorbidimento del regime di 41bis per i boss detenuti, oltre a una serie di provvedimenti che avrebbero di fatto favorito la criminalità organizzata, come l'insediamento di ministri meno "invasivi" nei confronti degli interessi dei mafiosi. Alcune di queste richieste, secondo l'impianto accusatorio dei PM di Palermo, sarebbero andate in qualche modo a buon fine, come la revoca da parte del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro del regime di "carcere duro" (41bis) per circa 300 mafiosi, nel 1993. Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994, la trattativa sarebbe stata portata avanti da Dell'Utri.
     Le motivazioni di Fiandaca: secondo lo studioso di Diritto Penale dell'Università di Palermo, Giovanni Fiandaca, il reato di "trattativa" non è previsto dal codice italiano; ma non solo non può essere condannato un soggetto che si sia attivato per intavolare una "trattativa" con la criminalità organizzata, ma addirittura "...in una situazione di così grave disfunzionalità e incertezza istituzionale, l'iniziativa di Mori e De Donno di contattare Ciancimino può essere - anche a posteriori - considerata meritoria e coraggiosa...". In definitiva, secondo lo studioso palermitano "...l'eventuale scelta politico-governativa di fare 'concessioni' ai mafiosi, in cambio della cessazione delle stragi, risulterebbe legittima perché giustificata - appunto - dalla presenza di una situazione necessitante che impone agli organi pubblici di proteggere la vita dei cittadini...". Non manca Fiandaca di sottolineare la "controversa attendibilità" di Massimo Ciancimino, che nel procedimento riveste il doppio ruolo di testimone e imputato.
     E quelle di Lupo: l'analisi proposta dallo storico Salvatore Lupo parte dalla conferma in Cassazione delle sentenze scaturite dal Maxi-Processo di Palermo, che agli inizi degli anni Novanta hanno portato Cosa Nostra alla decisione di "fare la guerra per ottenere poi la pace". Così Totò Riina si era messo in testa di riuscire a salvarsi dalla repressione dello Stato; e voleva farlo a suon di tritolo! Bernardo Provenzano, dal canto suo, voleva riuscire a mettere un piede nella Seconda Repubblica, quella nata dalle ceneri della Prima Repubblica "fallita" dopo Tangentopoli; nel gennaio del 1993 Riina - il "Capo dei Capi" - viene arrestato, e tutto passa nelle mani di Provenzano. Ma secondo Lupo, i pubblici ministeri di Palermo sbagliano a formulare l'accusa in quanto la sovra-esposizione mediatica (e politica) dei giudici rischia di spostare l'analisi giuridica del procedimento a un piano sociale e politico. Un errore che rischia di far scrivere una verità priva di sostegno probatorio; che non può rappresentare una verità giuridica, che solo in parzialmente può essere una verità "morale".

     Personalmente, ho apprezzato molto che - alla fine del libro - gli autori abbiano inserito la memoria scritta dai P.M. per sostenere l'accusa; dopo tutte le esposizioni di Fiandaca e Lupo, leggere le affermazioni con le quali Ingroia e Di Matteo reggono l'accusa contro i protagonisti della "trattativa" ha una certa importanza. Non è riportata, nella memoria accusatoria, l'accusa di trattativa, ma viene ipotizzato il reato di minaccia o violenza a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato (art. 338 Codice Penale). Secondo Fiandaca questa "tesi" non regge e Mori e De Donno avrebbero fatto bene a ricercare un sistema per interrompere la catena di omicidi e stragi. Probabilmente non avverte il professor Fiandaca che molti italiani non sopportano che lo Stato, una parte dello Stato, abbia riconosciuto il potere di "vita o di morte" ai capi di Cosa Nostra; si può trattare con un nemico "ufficiale", ma non con un nemico che fa della 'latitanza' un proprio punto di forza. Concludo con una domanda: se si accetta che lo Stato arrivi a "trattare" (di fatto, legittimandola) con Cosa Nostra, come si può biasimare un negoziante che accetta in silenzio di pagare il pizzo? Lo Stato non può accettare di trattare con coloro che, invece, deve condannare; perché sedersi al tavolo con qualcuno significa legittimare il suo potere. E, in questo caso, è potere criminale.
     Fanno bene, quindi, i pubblici ministeri palermitani a reggere l'accusa contro coloro che hanno tentato di trattare con la mafia; la loro auspicata vittoria sarà la vittoria di quegli italiani che credono nella moralità dello Stato.

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Donato Ungaro



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