domenica 8 luglio 2018

Vittima a chi?

Immagine tratta dal sito della Fondazione Falcone
«Non chiamateci vittime, per piacere...». È una frase che ho pronunciato nel corso del conferimento del premio GiorgioAmbrosoli, lo scorso 26 giugno, a Milano. Non credo sia una frase banale, ma ritengo possa essere considerata una rivendicazione che personalmente ritengo forte. E provo a spiegarla nella sua semplicità.
Poco prima del mio intervento aveva parlato il Prefetto Domenico Cuttaia, Commissario Straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura, il quale ha ben esposto l'impegno economico dello Stato a favore di quegli imprenditori che sono colpiti dal racket e dell'usura. Ma una frase del Prefetto Cuttaia ha destato la mia attenzione: «...è bene sapere che noi abbiamo delle leggi che, non da ieri, cercano di dare sostegno alle vittime, anche aiutandole economicamente all'indomani della denuncia penale che hanno presentato agli organi di polizia giudiziaria...». Questa frase contiene una contraddizione in termini che per certi aspetti può essere definita letale, con due parole che rappresentano l'una il contrario dell'altra: vittima e denuncia. 

domenica 24 giugno 2018

Guareschi vs. Tomasi di Lampedusa (con Sciascia come arbitro...)

Amministrative 2004: lista Pasquino
Brescello è il paese più bello del mondo. Punto
Purtroppo, però, mi riferisco al primo paese emiliano il cui consiglio comunale è stato sciolto per "...accertate forme di condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata..." come recita il comunicato del Governo, a cui seguono le domande dei giornalisti piovuti a Brescello da mezza Italia: "Qui c'è la mafia?", chiedono agli avventori dei bar i cronisti armati di microfono. "Una stronzata", ha risposto un brescellese. Intendiamoci: è giusto che i giornalisti facciano le domande; e quella domanda in particolare. Ma poi c'è una sorta di interruzione del narrato, come se mancasse qualcosa; un discorso non portato a termine, non sviscerato in tutti i suoi aspetti. Mi permetto di pensare che ci sia una mancanza di 'conoscenze comuni' tra i soggetti interessati dalla discussione: i giornalisti arrivati da Milano, Roma o Bologna e i cittadini brescellesi. E così, a rimetterci, è la notiziabilità della storia. La notizia stessa.

sabato 9 giugno 2018

A "scuola" di anti-mafia


La professoressa Stefania Pellegrini, direttrice del Master.
È intitolato a Pio La Torre il Master di II livello dell'Università di Bologna, nel corso del quale professionisti e operatori studiano la “Gestione e il riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie”. Quella iniziata nelle scorse settimane è la sesta edizione del percorso formativo post-laurea; ed è la più longeva e qualificata “scuola” che sforna una nuova frontiera di esperti che – a vario titolo – si confrontano con una situazione che anche nell'Emilia Romagna e nel Nord Italia in generale, deve fare i conti con una nuova realtà: i beni sequestrati e poi confiscati alle mafie. Il Master intitolato al sindacalista e politico Pio La Torre, componente della Commissione parlamentare anti-mafia e relatore della proposta di legge che modificò il Codice penale introducendo l'associazione mafiosa e la confisca obbligatoria dei beni della criminalità organizzata, è di fatto una rielaborazione di quella «...linea della palma...» tanto cara a Sciascia; se è vero, come diceva lo scrittore di Racalmuto, che la mentalità mafiosa già negli anni Sessanta stava risalendo verso il Nord, portando oltre la Linea Gotica Cosa Nostra, 'ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, ecco che oggi all'Università di Bologna si possono formare coloro che sono chiamati – ognuno per la propria competenza – a mettere in pratica gli strumenti previsti dalla normativa in materia di aggressione dei beni mafiosi che a partire dalla legge Rognoni-La Torre del 1982, si è evoluta sino alla recente riforma del Codice Antimafia, emanata nel novembre 2017.

sabato 2 giugno 2018

La guerra (mafiosa) fredda

Ernesto Orrico
Nello spettacolo teatrale Va Pensiero, del Teatro delle Albe di Ravenna, c'è una frase illuminante. A pronunciarla è Ernesto Orrico, il bravo attore calabrese chiamato dagli autori Marco Martinelli e Ermanna Montanari a vestire i panni del boss di 'ndrangheta Antonio Dragone: «...E noi adesso preferiamo restare nell'ombra. Fare affari in santa pace; farci invisibili. Non dobbiamo spaventare la brava gente come voi; non dobbiamo fare come quel pazzo di Totò Riina che dichiarò guerra allo Stato. Noi lo Stato, ce lo vogliamo comprare...». Se la figura di Dragone è un'immagine retorica (in Va pensiero tutti i nomi sono di "fantasia"; come il toponimo del paese in cui si svolgono i fatti: che non viene mai citato), il concetto che esprime Ernesto è rivoluzionario: la criminalità organizzata oggi ha deposto armi ed esplosivi. E nei confronti dello Stato ha iniziato a combattere una guerra "fredda" in cui a vincere rischiano di essere per davvero i criminali. Gli appartenenti a quella 'ndrangheta, che ha dato una svolta strategica al proprio agire criminale; con un chiaro obiettivo. Comprarsi lo Stato.