sabato 9 giugno 2018

A "scuola" di anti-mafia


La professoressa Stefania Pellegrini, direttrice del Master.
È intitolato a Pio La Torre il Master di II livello dell'Università di Bologna, nel corso del quale professionisti e operatori studiano la “Gestione e il riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie”. Quella iniziata nelle scorse settimane è la sesta edizione del percorso formativo post-laurea; ed è la più longeva e qualificata “scuola” che sforna una nuova frontiera di esperti che – a vario titolo – si confrontano con una situazione che anche nell'Emilia Romagna e nel Nord Italia in generale, deve fare i conti con una nuova realtà: i beni sequestrati e poi confiscati alle mafie. Il Master intitolato al sindacalista e politico Pio La Torre, componente della Commissione parlamentare anti-mafia e relatore della proposta di legge che modificò il Codice penale introducendo l'associazione mafiosa e la confisca obbligatoria dei beni della criminalità organizzata, è di fatto una rielaborazione di quella «...linea della palma...» tanto cara a Sciascia; se è vero, come diceva lo scrittore di Racalmuto, che la mentalità mafiosa già negli anni Sessanta stava risalendo verso il Nord, portando oltre la Linea Gotica Cosa Nostra, 'ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, ecco che oggi all'Università di Bologna si possono formare coloro che sono chiamati – ognuno per la propria competenza – a mettere in pratica gli strumenti previsti dalla normativa in materia di aggressione dei beni mafiosi che a partire dalla legge Rognoni-La Torre del 1982, si è evoluta sino alla recente riforma del Codice Antimafia, emanata nel novembre 2017.

Ne abbiamo parlato con la professoressa Stefania Pellegrini, direttrice del Master che attira sotto le Due Torri commercialisti e avvocati, poliziotti e cooperatori, giuristi e tecnici, pubblici dipendenti e professionisti impegnati nel terzo settore.
Professoressa Pellegrini, partiamo da un esempio concreto: un anno fa, al processo Aemilia, testimoniò Federica Zaniboni, commercialista e amministratrice giudiziaria incaricata di gestire alcuni beni sequestrati nel processo contro la 'ndrangheta “emiliana” dei Grande Aracri, tra cui il ristorante Millefiori, di Montecchio Emilia. La professionista spiegò in aula che non è possibile gestire un ristorante del genere in maniera lecita. È così?
«Purtroppo è così; almeno in linea di massima. Le aziende legate a un contesto mafioso possono contare su una serie di canali “privilegiati”, protetti, finanziati dalla criminalità organizzata. Non hanno necessità di ricorrere al credito bancario, ad esempio, ma anzi investono capitali illeciti per riciclarli; sono spesso aziende nate per ripulire i soldi delle mafie. Ma ci sono altri “vantaggi” su cui possono contare le cosche: il personale non viene pagato regolarmente, le autorizzazioni di vario genere per la gestione dell'attività spesso non vengono richieste, i fornitori possono essere “preordinati”, controllati. Tutti questi privilegi su cui le criminalità organizzate possono contare determinano poi un tesoretto che può essere riutilizzato per atti di corruzione o per altri illeciti. Questo chiaramente rende privilegiata un'azienda gestita in questo modo. Nel momento in cui entra la gestione giudiziaria, si innesca un meccanismo che porta all'emersione dell'illegalità; e i costi di questa emersione pongono fuori mercato l'azienda, rendendone la gestione molto difficile».
Il Master “Pio La Torre” è rivolto anche a tecnici, ingegneri, architetti, geometri che sono chiamati a valutare queste aziende...
«Il corso è rivolto a varie figure professionali perché si occupa del percorso di riutilizzo del bene partendo dalle indagini patrimoniali fino al riutilizzo del bene immobile o alla riorganizzazione dell'impresa, passando per la gestione. Il bene viene seguito dall'individuazione da parte delle forze dell'ordine fino a quando viene rimesso nel contesto sociale; o quando l'azienda viene rimessa sul mercato nel rispetto dei parametri della legalità. Per far ciò sono necessarie le più ampie professionalità; stanno ad esempio aumentando gli esponenti delle forze dell'ordine che eseguono le prime formalità, senza poi seguire le fasi successive. È molto importante che tutti i professionisti coinvolti conoscano l’iter completo della procedura. Commercialisti e avvocati vengono da noi per comprendere meglio come gestire immobili e aziende. Tecnici ed esperti in materia ambientale per comprendere il valore. Il Master è dedicato a tutti coloro che gestiscono il bene, ma interessa anche tutte quelle figure accessorie che sostengono gli amministratori; servono, ad esempio, consulenti specifici del settore. Si pensi a un ristorante; il commercialista valuta i libri contabili – da cui esce un mondo – ma serve la capacità di riscoprire una nuova vita imprenditoriale per l'impresa. Il nuovo codice anti-mafia è sensibile; prevede una doppia nomina, con due competenze diverse, per permettere loro di lavorare in maniera coordinata. Serve fantasia, ma soprattutto professionalità».
Ma rischia di essere una battaglia persa? Come si può far rientrare nel rispetto della legalità un'azienda che è stata dopata da fondi illegali?
«Non è una battaglia persa; il nuovo Codice anti-mafia prevede dei fondi, un “Fondo di rotazione”, già stanziato con la Legge di stabilità, che prevede un fondo di dieci milioni di euro per le aziende interessate dal fenomeno. Quindi gli amministratori possono contare su un elemento importante. Qui a Bologna, inoltre, abbiamo sottoscritto con il Presidente del Tribunale, Francesco Caruso, un Protocollo che agisce a livello territoriale per sensibilizzare gli attori sociali di un determinato territorio per fornire competenze, consulenze e anche risorse economiche e intellettive, di persone che ci mettono la testa e le idee per capire una progettualità. Il bene viene preso in carico dal territorio su cui insiste il bene stesso, così non si lasciano soli il giudice delegato e l'amministratore giudiziario, che possono fare affidamento su questi soggetti che si sono messi a disposizione per rendere efficace il riutilizzo del bene, un riutilizzo che deve anche essere immediato. Un'azienda non può rimanere chiusa, perché diversamente il rischio del fallimento è altissimo».
Facile immaginare che la gestione di un bene immobile sia diverso rispetto all'azienda; un conto è assegnare a un'associazione un appartamento per realizzare una sede, un conto è gestire un'impresa.
«Sono difficoltà diverse; a Pianoro, sulle prime colline bolognesi, una serie di villette è stata confiscata mentre non erano ancora terminate. Sono rimaste molto tempo senza infissi e questo ha determinato un importante deterioramento dell'immobile, che ha reso complicato il suo riutilizzo. E poi c'è il problema del vandalismo che viene attuato prima della consegna dell'immobile. Inoltre, tanti immobili vengono abbattuti perché ci sono dei livelli tali di irregolarità, urbanistiche e non solo, che rendono antieconomico l'adeguamento; adeguamento che a volte non può neanche essere eseguito, come le costruzioni costruite in ambiti protetti, non edificabili. In questo caso, il Fondo di rotazione di cui parlavamo prima non c'è, in quanto è previsto solo per le imprese. Esiste però, in Emilia Romagna, un fondo messo in campo dalla Regione, che con il Testo unico Giustizia prevede dei fondi per i Comuni che li richiedono, per ripristinare i beni immobili. Purtroppo però, anche qui da noi, molto spesso gli enti pubblici non avanzano le richieste; e l'assessore regionale Massimo Mezzetti, che si occupa di Legalità, sollecita continuamente il riutilizzo di questi beni, perché hanno oltre a un valore economico, un altissimo valore simbolico e sociale».
Questo è il sesto anno accademico per il vostro Master; cos'è cambiato nel corso degli anni?
«Tutti gli anni abbiamo classi diverse; un elemento che ci sorprende positivamente è l'eterogeneità degli iscritti. Abbiamo avvocati, agronomi, soci di cooperative; tutti vogliono capire come strutturarsi per gestire la parte di loro competenza, relativamente al tema trattato. Un aspetto che ci caratterizza, è la provenienza dei discenti; vengono da tutta Italia. Del resto, nel panorama nazionale, il nostro Master è l'unico che si occupa di una panoramica generale su queste tematiche».
Com'è cambiato il tema, almeno nel Nord Italia?
«Cambiando i contesti, rispetto al Meridione; cambiano le tematiche e gli strumenti. Possiamo vantare collaborazioni con docenti di altissimo livello, con realtà determinanti nel settore: Procure, Tribunali, forze dell'ordine. Il fiore all'occhiello di questo Master sono i docenti, che sono i massimi esperti nei propri ambiti; abbiamo amministratori giudiziari che hanno trattato temi molto importanti, come Mafia Capitale, il Porto di Ostia, Lidl, Fiera Milano, Tnt. La caratterizzazione particolare del Nord, rispetto al Sud, è che servono altri strumenti; ad esempio, Fabio Roia che è Presidente sezione misure patrimoniali del Tribunale di Milano, ha introdotto uno strumento molto interessante, l'art. 34 del Codice anti-mafia. In questo caso parliamo di aziende “contaminate”, ovvero grandi aziende, anche multinazionli, in cui solo le “diramazioni” locali possono aver avuto connessioni con la criminalità organizzata. La Tnt non è stata confiscata nella sua interezza, a livello nazionale, ma su Milano si è intervenuti sulla realtà territoriale, sulle filiali. Si è attuato un controllo giudiziario, un affiancamento che ha permesso di riportare in carreggiata la gestione dell'azienda. Altra situazione è quella illustrata nel corso del Master dal Procuratore di Asti, Alberto Perduca, che ci porta in una dimensione europea; abbiamo strumenti giuridici che possono essere “esportati” anche al di fuori dei confini. È cambiata la professionalizzazione dei docenti; non abbiamo più magistrati del Sud che portano le loro esperienze, ma professionisti del Nord che hanno caratterizzazioni specifiche e una visione che supera i confini nazionali. L'art. 34 è un'operazione “chirurgica”, che per certi aspetti può essere portata in altri paesi europei».
Uno dei grossi problemi della colonizzazione della mafia al Nord, della 'ndrangheta soprattutto, è rappresentato dai cosiddetti “colletti bianchi”, quei professionisti che si mettono a disposizione della criminalità organizzata.
«I professionisti hanno responsabilità enormi per quanto riguarda l'espansione della criminalità organizzata al Nord. Però hanno anche un ruolo importante perché si possono mettere a disposizione della legalità, mettersi loro stessi a disposizione – senza inventarsi nulla perché lo prevede la Costituzione – divenendo un presidio di legalità. Serve recuperare spazio. Nel momento in cui recupero un bene sottraendolo al controllo della criminalità organizzata, recupero una parte di territorio che era stato occupato dalla criminalità organizzata».
Un corso di studio del genere non poteva che intitolarsi a Pio La Torre; ci spieghi perché.
«Pio La Torre è il punto di riferimento di tutta la legislazione anti-mafia. Ha fatto un percorso personale importante; è partito dalle campagne per arrivare a un livello politico centrale. Dobbiamo a lui il 416bis, con l'introduzione della confisca obbligatoria dei beni dei mafiosi. Era lui, insieme al Prefetto Dalla Chiesa, a sostenere che la criminalità organizzata andava colpita nei patrimoni e nelle ricchezze. Pio La Torre è colui che disse che la mafia è questione di classe dirigente».

Donato Ungaro

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