sabato 2 giugno 2018

La guerra (mafiosa) fredda

Ernesto Orrico
Nello spettacolo teatrale Va Pensiero, del Teatro delle Albe di Ravenna, c'è una frase illuminante. A pronunciarla è Ernesto Orrico, il bravo attore calabrese chiamato dagli autori Marco Martinelli e Ermanna Montanari a vestire i panni del boss di 'ndrangheta Antonio Dragone: «...E noi adesso preferiamo restare nell'ombra. Fare affari in santa pace; farci invisibili. Non dobbiamo spaventare la brava gente come voi; non dobbiamo fare come quel pazzo di Totò Riina che dichiarò guerra allo Stato. Noi lo Stato, ce lo vogliamo comprare...». Se la figura di Dragone è un'immagine retorica (in Va pensiero tutti i nomi sono di "fantasia"; come il toponimo del paese in cui si svolgono i fatti: che non viene mai citato), il concetto che esprime Ernesto è rivoluzionario: la criminalità organizzata oggi ha deposto armi ed esplosivi. E nei confronti dello Stato ha iniziato a combattere una guerra "fredda" in cui a vincere rischiano di essere per davvero i criminali. Gli appartenenti a quella 'ndrangheta, che ha dato una svolta strategica al proprio agire criminale; con un chiaro obiettivo. Comprarsi lo Stato.
     Non è più la stagione delle stragi e della guerra mafiosa armata, che rischiava di suscitare allarme sociale e scatenare un'offensiva di difesa da parte dello Stato e della "società civile". Oggi - soprattutto nelle nuove aree di espansione della criminalità organizzata - gli affiliati si muovono in "punta di piedi": fanno affari in santa pace. Rendendosi non solo invisibili, ma mimetizzandosi e mescolandosi a quella politica ed economia messe in ginocchio dalla crisi sociale e economica. Ora che la 'ndrangheta ha "colonizzato" (potremmo dire una infiltrazione 2.0) il Nord Italia e mezza Europa, può giocarsi al meglio i suoi punti di forza scaturiti dalla crisi: bacini di voti e capacità economica.
     E' comunque una guerra di espansione; però "fredda", che non lascia morti ammazzati per le strade. Ma che ha comunque le sue "vittime", come alcuni imprenditori (e alcuni cooperatori) che non riescono a reggere l'ondata d'urto dei capitali criminali a cui pensavano di affidarsi per risolvere i loro problemi. O certi politici, che sono stati travolti da scandali e urne in rivolta. Il rischio è per davvero che la 'ndrangheta arrivi a comprarsi lo Stato; attraverso una guerra condotta a suon di carte bollate, di atti notarili, di bilanci e delibere. Di trattative inconfessabili.  
     Se è riuscita a deporre coppolicchia e lupara, la criminalità organizzata è stata lestissima a vestire i panni più rassicuranti del doppiopetto e della stilografica. Ha mandato i propri "figli" nelle migliori università italiane e straniere, per prepararsi a una fase sempre nuova della strategia di penetrazione del sistema economico delle zone ricche (e in alcuni casi, ben disponibili) che ha deciso di violentare. Se prima aveva bisogno di professionisti "indigeni" per muoversi nella zona di cui tentava l'occupazione, la seconda fase è quella di prendere il posto di avvocati e notai, geometri e ingegneri, commercialisti e consulenti: giornalisti. Prima servivano tritolo e pistole? Ora servono lauree e savoir-faire. Prima era la violenza e la sopraffazione? Oggi è l'apparenza e la capacità persuasiva. Per quanto riguarda la disponibilità economica, quella è rimasta invariata; anzi, per certi aspetti è anche aumentata. Come quando è caduto il muro di Berlino; e si sono aperte praterie sconfinate di bisogni a cui la criminalità organizzata era in grado di rispondere: prendendosi la sua parte e allacciando nuove collaborazioni nei paesi dell'Est.
     Val molto di più la pena il sostituirsi alle "vittime", piuttosto che collaboraci. Si elimina una fastidiosa intermediazione. Una volta i muratori del Nord Italia facevano il loro lavoro per tutta la vita, sopravvivendo in un mercato che un po' andava e un po' retrocedeva. Nessuno è mai diventato miliardario finché teneva la cazzuola in mano. Poi, lungo la via Emilia, sono arrivati i primi artigiani calabresi; e nel giro di pochi anni alcuni sono passati dalla betoniera alla scrivania, diventando impresari che costruivano palazzi e grandi opere pubbliche. Oggi qualcosa di simile avviene con i professionisti: e in qualche caso, con i politici. Sacrosanto dire che calabrese non equivale a 'ndranghetista, ma oggi scopriamo che alcuni appartenenti alla cosca Grande Aracri sono arrivati proprio per lavorare nei cantieri e nell'autotrasporto. Non vogliamo provare a evitare il ripetersi dell'esperienza? Di certo non chiudendo le facoltà in base al luogo di nascita o di origine, ma valutando le persone per il loro essere cristallini, prima ancora che per la convenienza dell'allacciare certi rapporti professional/politici. Sareste voi pronti a dirvi amici di chi palesemente millanta la carica di consigliere regionale, senza averla mai ricoperta? E come si può considerare chi - a conoscenza della "marachella" - non smaschera il malfatto?
     La forza di una comunità è quella di accoglier l'altro salvaguardando i propri valori; perché proprio chi viene accolto - se è ben intenzionato - ha la necessità di riconoscersi in quei valori. Ne sarà a sua volta protetto, se è mosso da un desiderio di integrazione; e si metterà al servizio della comunità che l'ha accolto senza il desiderio di cambiarla. Di violentarla con un'opera di prevaricazione delle figure istituzionali, sociali e politiche che, alla fine, risulteranno i fattori che rischiano di permettere quella vendita dello Stato di cui parla Orrico nel Va Pensiero di Martinelli. Non si è innocenti se si vede l'altro commettere un crimine e non si usa il proprio ruolo, il proprio esser parte della società, per denunciare l'illegalità.
     In un mondo in cui tutti si professano innocenti, il rischio è che tutti si risulti esser colpevoli.
     Lo Stato non potrebbe esser messo in vendita dai politici corrotti o dagli imprenditori collusi; può essere venduto (e, di conseguenza, acquistato) solo dall'indifferenza dei cittadini, sono sono i veri padroni dello Stato.
    
Donato Ungaro

Ps: desidero ringraziare particolarmente gli amici che hanno reso possibile l'allestimento di Va Pensiero. Gli autori, gli attori, i tecnici e tutti coloro che contribuiscono a qualsiasi titolo alla "messa in scena". Sul sito del Teatro delle Albe è già disponibile il calendario con alcune date della stagione 2018/2019. Un doveroso GRAZIE! anche agli oltre diecimila spettatori che hanno affollato i teatri di Modena, Ravenna, Milano, Bergamo, Bologna, Cesena e Ferrara nel corso della passata stagione teatrale.

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