sabato 9 marzo 2019

SEMIOTICA MAFIOSA: bullismo

Prevaricare: v. intr. [io prevàrico, tu prevàrichi, ecc.] 1. uscire dai limiti dell'onesto e del giusto 2. trarre illeciti guadagni abusando della propria carica.
Lo ammetto: il mio dizionario è vecchio. E la parola bullismo non è presa in considerazione. Probabilmente, nel 1979, i bulli rientravano in altre definizioni. E allora ho deciso di compiere una scelta tra i sinonimi del termine contemporaneo bullismo: arroganza, impertinenza, insolenza, irriverenza, maleducazione, prevaricazione, sfrontatezza, spacconeria, spavalderia, strafottenza, violenza. Sono due i termini che in questo elenco mi hanno colpito: Prevaricare e Arroganza.
Arroganza: s.f. opinione esagerata dei propri meriti, presunzione; asprezza dei modi. SIN: tracotanza, alterigia, insolenza, iattanza.
Perché ho compiuto questa scelta? Perché mi sembra che proprio dall'unione delle due definizioni si ottenga quel concetto che oggi definisce la parola Bullismo. Un bullo è un soggetto che forte di un'opinione esagerata dei propri meriti (o della propria forza) esce dai limiti dell'onestà e del giusto, utilizzando un'asprezza dei modi che lo rende – appunto – un bullo.

Oggi, quando parliamo di bullismo, pensiamo ai ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado; se rimettiamo il calendario a quel 1979 in cui è stato stampato il mio Garzanti, parlando di un termine futuribile come bullismo, poteva venire in mente il servizio di leva e gli scherzi anche molto pesanti che venivano compiuti nelle caserme, dai commilitoni più anziani e vicini al congedo: i cosiddetti “nonni”, da cui discendeva il nonnismo. E cos'avevano (cos'hanno) in comune il bullismo attuale e il nonnismo di un tempo, se non il fatto che sono pratiche di gruppo?
Quindi il bullismo è un forma di comportamento “sociale” che si concretizza con un atto, o una serie di atti, in grado di determinare la sottomissione fisica e psicologica di una persona o di un'altra componente sociale. Parliamo di bullismo riferendoci a forme di “ghettizzazione” di soggetti per qualche motivo considerati deboli: per appartenenza a minoranze, per essere di altro genere, per una minorazione fisica e della personalità, per una debolezza fisiologica, per rappresentare una differenza. E l'atto di bullismo si compie attraverso gesti di prevaricazione che possono contemplare l'uso della forza fisica; oppure della superiorità data dall'appartenere a una presunta maggioranza. E nell'era di Internet, dobbiamo considerare anche il cosiddetto Cyber-bullismo, quell'uso dei mezzi tecnologici per raggiungere gli stessi scopi del bullismo tradizionale: compiere una prevaricazione nei confronti di un soggetto convincendolo della sua inferiorità, dimostrandogli la propria debolezza. Lo scopo si ottiene con diversi modi, proporzionati all'età dei bulli e dei “bullizzati”; va bene per raggiungere lo scopo una qualsiasi forma di violenza fisica o di violenza psico-tecnologica.
E i “grandi”? Sono immuni gli adulti da forme di bullismo?
No, non lo sono. Ma il “bullismo” adulto si chiama in altri modi. In tanti modi a voler ben vedere; ma trattando di temi mafiosi, corre l'obbligo di provare a tessere un legame tra il bullismo e la criminalità organizzata. E lo faccio con un servizio della Televisione Svizzera per l'Italia TvSvizzera.it, di Cristina Gobbetti e Riccardo Franciolli, in cui un collaboratore di Giustizia con alle spalle un passato da appartenente alla 'ndrangheta racconta la sua infanzia da giovane d'onore, un termine gergale che definisce chi nasce in una famiglia di 'ndrangheta, con già sulle spalle un'eredità che difficilmente può rifiutare. Quest'uomo si chiama Luigi Bonaventura e parlando della sua infanzia da bambino soldato, che già prima dei dieci anni maneggia armi non_giocattolo, racconta di come si affermava già da ragazzino nei confronti dei suoi coetanei: «...arrivavo nei quartieri e domandavo, nei quartieri, chi comandava. Sai, i bulletti di quartiere, no? Allora lo picchiavo; lo picchiavo e dopo che l'avevo picchiato gli dicevo: “adesso comando io”. Ecco, questa è mafia e io non sapevo che fosse mafia...».
Arrivati a questo punto, sentite le parole di Bonaventura, siamo in grado di far capire ai “bulletti di quartiere” che quello che loro stanno compiendo è il primissimo passo verso una carriera che rischia di portarli, da adulti, a uscire dai limiti dell'onesto e del giusto? per dirla con il mio vecchio Garzanti. Siamo tutti coscienti che il ragazzino bullo di oggi, un domani rischia di essere ricompreso in una classifica che va dal cittadino eccessivamente spregiudicato al boss mafioso?
Ma soprattutto, siamo coscienti che il primo ad avere seri problemi di personalità è il bullo? Di conseguenza, nell'affrontare la situazione e nel denunciare i fenomeni di bullismo, l'aiuto deve essere fornito a tutti gli attori del processo: bulli e “bullizzati”. Perché sono facce della stessa medaglia.
Perché sono “fenomeni mafiosi” primordiali di cui non dobbiamo aver paura. Perché è un attimo dire: «Il bullismo non esiste».

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