sabato 16 marzo 2019

SEMIOTICA MAFIOSA: comunicare

Comunicazione: s.f. l'atto del comunicare; il mezzo per cui si comunica; la cosa comunicata; – telefonica, collegamento, conversazione; – telegrafica, collegamento, dispaccio.
Cerchiamo di essere chiari: la mafia, la criminalità organizzata ha bisogno della comunicazione. Anzi, a voler essere più precisi, la mafia È comunicazione!
Se riuscissimo a interrompere il flusso comunicativo che è perfettamente architettato, realizzato e sfruttato dai mafiosi di ogni forma di criminalità organizzata, lo Stato potrebbe finalmente dire di aver fatto uno dei passi più importanti verso l'obbiettivo di sconfiggere le mafie.

La comunicazione è quanto di più naturale per l'uomo, ma anche il mondo animale non ne è esente; così come il mondo vegetale. Gli animali posti alla base delle varie catene alimentari che si difendono attraverso la tossicità delle loro carni, “indossano” colori sgargianti: i predatori sono avvertiti. E i funghi? Anche se questi “esseri viventi” possono essere per certi aspetti considerati un anello di collegamento tra il mondo vegetale e il mondo animale, provate a pensare al classico fungo delle fiabe; quello con il gambo bianco e la cappella rossa piena di puntini bianchi: l'Amanita phalloides. Tutti noi – e gran parte degli abitanti del bosco – sappiamo che è velenoso; e quindi lo lasciamo vivere in pace, permettendo che compia il suo ciclo naturale. Che è deputato alla riproduzione della propria specie.
E per i mafiosi? È la stessa identica cosa. Hanno la necessità di riprodurre un modello che ricomprenda, oltre ai mafiosi, anche coloro che alimentano la linfa vitale della criminalità organizzata: il potere economico e il potere fine a se stesso, in un ciclo vitale auto-alimentato. E lo fanno attraverso la comunicazione, che è l'unica possibilità che hanno per farsi capire, ma anche per svolgere quel necessario marketing che porta alla nascita di un timore reverenziale verso una determinata categoria.
Che senso avrebbe mettere una bomba davanti a una serranda se non si “firma” l'atto comunicativo? Si rischierebbe che dopo un attentato, dopo un'intimidazione, chiunque potrebbe presentarsi a chi ha subito l'atto facendo capire che se si vogliono evitare certi episodi è necessario pagare qualcosa. E anche tra clan rivali, vale lo stesso principio. Ricordate quello che diceva diceva Luigi Bonaventura, l'ex boss della 'ndrangheta che ha avuto il coraggio di passare dalla parte giusta della barricata, dalla parte della legalità? Ne abbiamo parlato trattando del bullismo: «...arrivavo nei quartieri e domandavo, nei quartieri, chi comandava. Sai, i bulletti di quartiere, no? Allora lo picchiavo; lo picchiavo e dopo che l'avevo picchiato gli dicevo: “adesso comando io”. Ecco, questa è mafia e io non sapevo che fosse mafia...». Bonaventura “comunicava” in maniera chiara e perfettamente comprensibile, attraverso l'uso della forza, la sua superiorità.
Quindi, una volta ricevuta la comunicazione, si può decidere se intraprendere una lotta di resistenza oppure passare dalla parte di chi subisce: diventando una vittima. Non chiamo tutti vittima, perché questa parola risulta quantomeno inadeguata, al limite dell'offensivo per chi decide di ribellarsi attraverso la resistenza alla mafia; l'ho scritto un anno fa, in un 'articolo' intitolato: Vittima a chi?
La comunicazione mafiosa raggiunge il proprio obbiettivo quando crea vittime – intese come tali parlando di coloro che accettano di subire passivamente i soprusi della mafia –, ma se si instaura una resistenza, se si passa al contrattacco, si mette in atto una contro-comunicazione. Un atto intimidatorio, un messaggio mafioso – che sia un avvertimento o una busta coi proiettili – fallisce se non crea paura.
Ma non tutti gli “avvertimenti” sono mafiosi; un medico che avverte di una precauzione da adottare per salvaguardare la nostra salute, non rientra nel modello mafioso. Un prete, Mario Frittitta, che ha celebrato una messa in suffragio del boss Tommaso Spatara e che, intervistato da Salvo Palazzolo, dice: «...stia attento come parla, perché altrimenti lei la paga... perché il Signore fa pagare certe cose...» rientra nell'ambito della comunicazione che – visto che non risulta chiaro se il ...Signore... a cui si rivolge sia lo stesso del Crocifisso – possiamo dire essere mafiosa? Se volete ascoltare le parole del sacerdote, il tono del sacerdote, collegatevi alla pagina del programma di RadioRai “Italia sotto inchiesta” di Emanuela Falcetti, puntata del 15 marzo 2019.
Cosa pensano i fedeli di un prete che compie certi atti? Come si porranno i parrocchiani nei confronti degli esponenti della famiglia Spatara? Se un rappresentante di una istituzione come la Chiesa usa certe attenzioni per una persona che dovrebbe essere scomunicata?
Ho già scritto che per le intimidazioni va bene sia il tritolo che la carta bollata; per la comunicazione mafiosa è ancora più terribile, quando usa uno strumento di Fede. Si rischia che meglio di coppola e lupara, siano abito talare e ostensorio.

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