domenica 28 aprile 2019

SEMIOTICA MAFIOSA: confondere

Confondere, v.tr. [coniugato come fóndere] 1. mescolare insieme disordinatamente 2. scambiare per errore: hai confuso il mio cappello col tuo 3. imbrogliare, far perdere il filo; umiliare, mortificare: – le idee a qlcu.; – l'imputato con pesanti accuse . SIN. Turbare, imbarazzare, disorientare || -ersi. v. rifl pronominale turbarsi, perdere il filo, smarrirsi.
È appena passato il 25 Aprile, caratterizzato – forse quest'anno come non mai – dallo scontro tra chi ritiene la Festa della Liberazione una tradizione superata (...un derby tra comunisti e fascisti...) e chi invece vuole celebrarla proprio per il rischio di una rinascita del nazi-fascismo.
Non voglio entrare nelle declinazioni politiche dell'uno o dell'altro fronte; non è compito mio e non ne avrei probabilmente la capacità.
Voglio invece provare a introdurre nel discorso una visione che potrebbe avere analogie con la lotta contro le mafie: il confondere l'avversario. Mi spiego: chi paragona il 25 Aprile a un derby, sostiene che certe forme di dittatura non possono riaffacciarsi alla Storia. Chi invece parla di rinascita del nazi-fascismo addita come esempio di questa possibilità esecrabili manifestazioni rievocative che tentano di ridare un significato a valori e tradizioni che l'Italia repubblicana ha bollato come illegali.

Un esempio? Lo scorso 6 aprile, a Vidiciatico – sull'Appennino bolognese – alcune persone hanno vestito le divise delle SS. Immediatamente sono scattate le indagini, con l'iscrizione nel registro degli indagati e la perquisizione delle abitazioni, con il sequestro di materiale tedesco risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Gli indagati sono poi stati riconosciuti come esponenti di formazioni politiche di estrema destra.
Ma se invece andiamo a pranzo in una trattoria fuori mano e troviamo esposti i cartelli e le bottiglie di vino con la foto del Duce? È successo pochi giorni dopo Vidiciatico, alla collega Ester Castano, la quale ne ha scritto un post che ha pubblicato su Facebook: «...qui vengono spesso poliziotti e carabinieri, e mi hanno detto che non è reato...», ha risposto l'oste a cui Ester ha espresso il suo sentirsi offesa per veder esposto in un locale pubblico quel cartello.
Quindi si può dire che se “tornano” i nazi-fascisti siamo in grado di riconoscerli solo se indossano le divise delle SS: e scattano le indagini. Ma se invece troviamo in un'osteria la faccia di Mussolini, la possiamo confondere per una sorta di italica goliardata, con poliziotti e carabinieri che certificano che non è reato esibire certi oggetti in pubblico.
Ma se è così che funziona, per considerare come mafioso una persona, dobbiamo vederla con la divisa del mafioso? Con la coppola e la lupara? Diversamente, se l'evoluzione sociale ha determinato un cambio di comportamento e di abbigliamento da parte degli appartenenti alla criminalità organizzata, corriamo il rischio di confondere un mafioso per una brava persona?
Non è tanto banale, la faccenda; perché così rischiamo di dare fiducia e magari potere al mafioso che gioca proprio sulla capacità di confonderci. Ha saputo adattare il proprio aspetto esteriore, il proprio atteggiamento alla situazione che ha deciso di sfruttare; e arriva a creare una mescolanza disordinata. Arriva a turbare, imbarazzare, disorientare le persone con cui viene in contatto. Sembrano proprio persone normali: come noi, verrebbe da dire.
Il mafioso di oggi, così come i neo-fascisti, non devono essere riconosciuti esclusivamente per la “divisa”; il fascismo ha saputo adattarsi. Così come la criminalità ha saputo mimetizzarsi, infiltrarsi, colonizzare gli ambienti e la società.
Oggi abbiamo le stesse probabilità di incontrare per strada Benito Mussolini e Totò Riina; ma non possiamo pensare che i nuovi “Mussolini” e i nuovi “Riina” abbiano la faccia e i panni di quelli originali. Avranno altre fisionomie, altri atteggiamenti. Essere partigiani oggi non può più dire salire sulle montagne; lo si può fare anche andando a cenare in centro a Milano. Essere “operatori della legalità” deve voler dire rifiutare qualsiasi forma di ingiustizia; piccola o grande che sia. Che sia compiuta nei nostri confronti o nei confronti di una persona con la quale siamo venuti in contatto; che sia compiuta da un mafioso certificato da coppola e lupara, o che sia un professionista in doppiopetto.
Non possiamo più confonderci; perché rischiamo di diventare complici. Perché mentre con una mano ci professiamo partigiani del Terzo Millennio, con l'altra stiamo magari facendo un piacere alle mafie. E non c'è buona fede nel far finta di niente; nell'auto assoluzione, nel dire di non aver potuto fare niente. Perché già il “non far niente” è una colpa. Come il pensare che è dovere di qualcun altro.
Se siamo piccoli, potremo fare le cose da piccoli; se siamo grandi, faremo le cose da grandi. E questo è normale. Ma l'essere straordinari è far le cose da grandi, rimanendo piccoli.
Non possiamo confonderci: né coi fascisti, né coi mafiosi. Altrimenti non saremo mai Liberi.

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