domenica 14 aprile 2019

SEMIOTICA MAFIOSA: anti(mafia)

Anti-²: [dal gr. antì = contro] prefisso usato in parole di origine dotta per indicare opposizione, contrasto, impedimento (antidemocratico, antinevralgico, antiaereo).
La parola antimafia sembra essere un termine moderno; nei vocabolari più vecchi non era prevista. E probabilmente già questa constatazione dovrebbe farci pensare, perché una volta – prima di Capaci e via D'Amelio – la lotta alla criminalità organizzata era affare di Magistratura e forze dell'ordine. Dopo gli assassini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, qualcosa è cambiato; il padre del pool antimafia di Palermo, Antonino Caponnetto, prese a girare l'Italia per incontrare i cittadini, gli studenti. Da quegli incontri nacque la coscienza di una possibile opposizione civica alle mafie; di un contrasto allo strapotere e alla strafottenza della criminalità organizzata; nacque l'idea che anche i cittadini potevano essere uno strumento di impedimento per Cosa nostra, per la 'ndrangheta, per la Camorra. La parola anti, da sola, non bastava più; bisognava essere chiari e incisivi. Si doveva spiegare cosa si voleva combattere; e se l'obbiettivo erano le mafie, non si poteva che coniare il neologismo che oggi conosciamo tutti: antimafia.

In seguito nacquero le varie associazioni antimafia: da Libera di don Ciotti alle Agende Rosse di Salvatore Borsellino. Dall'associazione Addiopizzo al movimento Ammazzateci tutti e via via tante altre che si sono sviluppate con l'identica vocazione: opporsi, contrastare, impedire lo sviluppo della criminalità organizzata.
Molto spesso, a questo punto, le strade dell'antimafia sociale si sono incrociate con quelle di Magistratura e forze dell'ordine, per formare un tessuto su cui lo Stato poteva contare. Una presa di coscienza e di posizione chiara, senza possibilità di fraintendimenti: o si è con lo Stato, o si è con la mafia. Punto!
A cascata, sull'onda emotiva di una definitiva discesa in capo del mondo civile, molti attori del contrasto alle mafie potevano agire in un ambito sociale diverso: giornalisti e parroci, politici e amministratori. La ribellione all'arroganza delle cosche e dei clan permettevano a cronisti, sindacalisti, sacerdoti di sentirsi meno soli; meno soli di come erano stati lasciati prima di allora Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Pippo Fava, Giovanni Spampinato, Mauro Francese, Cosimo Cristina, Mauro Rostagno, Peppino Impastato, Beppe Alfano solo per fare alcuni nomi. O i parroci don Pino Puglisi, don Peppe Diana, don Giorgio Gennaro, don Peppino Giovinazzo. E ancora i sessanta sindacalisti assassinati a partire da Andrea Raia, nel 1944; oppure gli amministratori pubblici, tra cui spicca il nome di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica.
Oggi il mio dizionario quarantenne appare vecchio, senza la definizione di antimafia; oggi, a distanza di ventisette anni dalle stragi di mafia, non possiamo pensare a un giornalismo che non compia un'opera di contrasto alla criminalità organizzata attraverso la denuncia giornalistica. O a una Chiesa che non si opponga all'educazione mafiosa di quartieri difficili e disagiati. A una politica che non impedisca lo sviluppo e l'arricchimento delle società mafiose.
Esistono purtroppo delle criminali eccezioni; in tutte le categorie.
Ma il seme dell'antimafia civile è oramai germogliato; si è ramificato e ha raggiunto settori importanti. Nessuno può più dire: non sapevo! Nessuno si può dire innocente davanti al tradimento del proprio dovere: di cittadino e di 'servitore dello Stato'. La coscienza antimafia è oramai alla portata di tutti. Chi compie scelte diverse – per aperta connivenza o per inerzia – è complice: è a sua volta mafioso.
La ramificazione dell'antimafia, però, potrebbe nascondere dei pericoli; potrebbe far nascere dei dissapori tra associazioni e movimenti. Una competitività e una iperattività nel tentativo di mettere in ombra quello che erroneamente può essere assunto come avversario: è questo il pericolo di un'antimafia fatta di protagonismi, di piccole e meschine invidie, della ricerca di un monopolio che è l'esatto contrario dello spirito originario dell'antimafia.
E questo sarebbe il male assoluto del movimento antimafia.
A titolo di esempio, il mio dizionario utilizza la parola antiaereo; ecco, per fare un parallelo è come se due postazioni antiaereo iniziassero a spararsi tra di loro, per dimostrare la bravura dei singoli mitraglieri. Gli unici a trarne vantaggio sarebbero gli aerei nemici, che supererebbero tranquillamente le linee di difesa.
L'antimafia ha la missione di far nascere il piacere del vivere nella legalità; e non può farlo criticando od ostacolando chi persegue lo stesso obbiettivo, pur attraverso strade diverse.
Lo scrivevo nel 2016: “Nell'Italiadei campanili, l'antimafiadovrebbe essere come la Protezionecivile”. Il movimento antimafia deve parlare con un'unica voce: dalle città alle campagne. Perché la lotta per la legalità non si combatte in una Babele di linguaggi diversi, ma nella comprensione di un'unica lingua comune.

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