domenica 23 giugno 2019

Questione di rispetto: di Giuseppe Baldessarro

È un romanzo; anzi no, è un saggio. O meglio, è una auto-biografia; anzi, ancora di più: una biografia. E forse anche un verbale di interrogatorio. Oppure non è niente di tutto questo; perché non è uno solo di questi “modelli”, in quanto rappresenta una miscellanea di tutti i generi elencati.
Questione di rispetto è semplicemente – pur per quanto sia “complicata” – la vita di un Uomo. Non un uomo qualsiasi, ma un Uomo di Calabria. Che ha saputo e che soprattutto ancora oggi vuole vivere in Calabria: nella Sua Calabria. Nella Sua Palmi.
Un libro che nasce dall'incontro di due calabresi; da una parte il protagonista del testo, Gaetano Saffioti, imprenditore che si trova suo malgrado a fare i conti con una realtà che lo vede scegliere uno stile di vita che – come ci spiegherà – profuma di Libertà anche tra mura altre quattro metri, e dall'altra un giornalista calabrese di Locri che vive a Bologna, Giuseppe Baldessarro, il quale ha convinto Gaetano a raccontare a tutti non tanto la cronaca della sua vita (quella la si può trovare su centinaia di siti), ma le emozioni di una scelta. I sentimenti che lo hanno portato a determinate decisioni.
Scelte e decisioni non facili; ma a un certo punto l'imprenditore di Palmi ha capito una cosa che ora definisce semplice: sottostare alle indicazioni della 'ndrangheta non rappresenta la scelta più facile. E allora si decide di scavalcare un muro, di uscire da una gabbia che non è fatta di metallo e cemento, ma da paure ancestrali e preclusioni ataviche, che convincono i soggetti colpiti dal cancro parassitoide che è la 'ndrangheta che non vi è una cura. Che la 'ndrangheta è un male incurabile. E invece c'è la cura, come ci dimostra Gaetano.

Ed è dentro ognuno di noi; nel nostro Cuore, negli occhi dei nostri figli, nella vicinanza e nella comprensione dei nostri cari più sinceramente cari.
La cura contro la 'ndrangheta ha la stessa forza del male che è destinato a sconfiggere; solo che non crea sconquasso come invece fanno gli 'ndranghetisti. Bruciano i camion, i quartini e gli sgarristi; compra scavatori nuovi, Gaetano Saffioti.
Per rispondere a chi lo vorrebbe lontano da Palmi, immatricola i nuovi mezzi intestandoli alla sua azienda caparbiamente ancorata a Palmi, in quel mare tempestoso che è la Calabria.
E non ha dubbi quando c'è da demolire la villa simbolo del clan Pesce, a Rosarno: «Lo faccio io e lo faccio gratis». A condizione di poterlo fare personalmente! È questo Gaetano Saffioti, un imprenditore che non si preoccupa del bilancio di attivi e passivi nei confronti dello Stato. Lavora gratis per buttare giù la villa dei Pesce, in nome dello Stato; ma lo Stato non accetta la sua offerta di mezzi e materiali per l'opera di ricostruzione legata al terremoto del Centro Italia. Sempre gratis. Così Stato preferisce pagare imprese che poi – il Processo Aemilia ci insegna – vedono nella ricostruzione post terremoto una gallina dalle uova d'oro. E per dirla con Giovanni Falcone: «Follow the money...», seguite i soldi; e si troverà la mafia.
Ma lo sapeva Tanino che sarebbe finita così; come sapeva che nel momento in cui avrebbe deciso di denunciare, imboccando la strada della Libertà, tra lui e “l'altra società” si sarebbe creato un muro: «...Da quel momento in poi, Saffioti sarebbe stato da una parte e tutti gli altri dal'altra. Lo avrebbe imparato a sue spese Gaetano. Amici, colleghi istituzioni, politici e persino pezzi della sua stessa famiglia non sarebbero più stati al suo fianco. Era solo... / … Oltre a quel segno immaginario, c'era chi da quel momento in poi l'avrebbe odiato per tutta la vita e gli ignavi. Quelli che si nascondevano ogni volta dietro i “ma”, i “però”, i “forse”, i “non sono convinto”...».
D'altronde, non sarebbe Gaetano Saffiotti; non sarebbe quell'imprenditore che rifiuta le convenzioni economiche a cui avrebbe diritto come collaboratore di giustizia. Non sarebbe quell'Uomo di Calabria che rifiuta l'appellativo di eroe con sdegno.
Non sarebbe Gaetano Saffioti se non fosse cosciente della sua condizione, che lo rende davvero libero. «...ma è nella mia testa e nel mio cuore che mi sento finalmente libero. E ora guardo liberamente al mio avvenire e all'avvenire della collettività. Ho fatto una scelta creando quel confine e alzando quel muro. Ho scelto di morire da uomo libero...».


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