domenica 23 giugno 2019

SEMIOTICA MAFIOSA: rispetto

Rispetto, s.m. 1. sentimento di deferenza verso chi riteniamo superiore a noi: nutrire, provare – per qlcu.; incutere, ispirare – ; parlare con – di qlcu., di qlco. / i miei rispetti, saluti rispettosi 2. sentimento che ci induce a riconoscere i diritti, la dignità di qlcu. o di qlco.: – di un luogo sacro; portare – a qlcu., comportarsi educatamente; mancare di – a qlcu., offenderlo / tenere in –, farsi rispettare, tenere a freno con – parlando, formula di scusa 3. osservanza scrupolosa di ordini, regole, ecc.: – del codice della strada / zona di –, quella in cui è vietata o limitata la costruzione di edifici o altro Segue...
Ho appena letto (e recensito), con sincero piacere, il libro scritto “sulla carta” da Giuseppe Baldessarro e “sulla propria pelle” da Gaetano Saffioti: Questione di rispetto, l'impresa di Gaetano Saffiotti contro la 'ndrangheta. Credo che nessun titolo, nessun libro possa meglio esprimere il mio spirito quando decisi di dare il via a questa rubrica: Semiotica mafiosa. L'intenzione era, ed è, quella di ragionare su parole e termini che possano rientrare in definizioni specifiche; sia che si usi un linguaggio mafioso, sia che si utilizzi la parola della Legalità. Il tutto partendo da un vecchio dizionario, il Garzanti stampato nel 1979, che ci permette anche di vedere come quarant'anni fa alcune parole fossero utilizzate in termini più “tecnici” e puri rispetto a ora.

Ma torniamo a Questione di rispetto. L'affermazione indiscutibilmente rappresenta una frase fatta: quante volte l'abbiamo detta meccanicamente? Eppure, quella frase che dà il titolo al libro di Baldessarro e Saffiotti non è un caso: “...per la 'ndrangheta non era questione di soldi, o meglio non sempre lo era. I clan, gli «amici», dovevano dimostrare il controllo assoluto di ogni zolla di terra, di ogni tavolaccio da carpenteria, su ogni quintale di cemento che veniva impastato. Per loro era «questione di rispetto», in realtà era parassitismo...”.
La 'ndrangheta, ci spiega Gaetano, aveva bisogno di suscitare rispetto prima ancora di pensare all'accumulo di ricchezze e potere; perché il bene materiale passa, ma il sentimento rimane. E il rispetto lo si ottiene spacciando superiorità a suon di incendi e minacce; si incute timore per ottenere deferenza, dalla quale discendono diritti (per i mafiosi) che sono tali non perché riconosciuti da codici e regolamenti scritti, ma da consuetudini criminali. Non è l'osservanza scrupolosa di ordini e regole dettate dallo Stato, ma rappresenta i desiderata dell'anti-Stato; a cui si è soggiogati perché agisce non tanto su un impianto legislativo, ma in base a convinzioni e certezze fondate su ricatto e violenza: mancare di rispetto a un mafioso significa morte. Punto!
Se commettiamo un reato, una violazione, sappiamo che arriveranno le forze dell'ordine; ma queste devono sottostare a regole precise per sanzionarci. La 'ndrangheta non ha le regole dello Stato; non si riconosce nella Costituzione che mette l'integrità e il rispetto per la persona al di sopra di ogni cosa.
Eppure siamo noi che decidiamo di concedere o meno il rispetto alle persone, alle istituzioni; lo facciamo sempre in cambio di qualcosa: la serenità per noi e per i nostri cari. Ma se parliamo di rispetto alle istituzioni, dovremmo parlare anche del riconoscimento dell'istituzione verso la quale decidiamo di portare rispetto. Se decidiamo di portar rispetto alla Legge, siamo semplicemente onesti; se accettiamo di concedere il nostro rispetto alla 'ndrangheta o a qualsiasi altra forma di malaffare, siamo complici. Gaetano Saffioti per un certo periodo ha vissuto come vivevan tutti, a Palmi; poi ha capito che il rispetto che gli veniva “richiesto” era mal riposto; perché gli «amici» non avevano nessun rispetto per lui, per la sua famiglia, per la sua azienda, per i suoi dipendenti.
Era un rispetto a senso unico. A cui una persona onesta non può sottostare. E si è trovato davanti a un bivio, come tutti coloro che prendono coscienza di una situazione: o esser complice o denunciare. Non aveva alternativa; perché per una persona onesta non c'è alternativa. Certo, si potrà obiettare che anche lo Stato non ha rispetto per chi decide di collaborare. E purtroppo è vero. Ma è questa la vera chiave: l'aver rispetto di sé stessi. Prima che l'aver rispetto della 'ndrangheta, prima del rispetto nello Stato.
Chi decide di denunciare, lo fa prima di tutto per una forma di rispetto verso ciò in cui crede; non lo fa per avere in cambio qualcosa. Perché allora riconosce il meccanismo che alimenta la richiesta criminale: do ut des. Tu mi paghi, e io non ti brucio i camion.
Anche lo Stato fa così: tu denunci e io ti proteggo. Ma la “molla” che innesca il meccanismo non è nella ricerca dell'interesse maggiore, perché allora non si capisce perché scegliere l'isolamento e la fatica del vivere blindati.
La decisione è una scelta da Uomini liberi; che han compreso il vero senso della parola Libertà. Ecco; è una scelta di libertà: è una Questione di rispetto.

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