domenica 28 luglio 2019

SEMIOTICA MAFIOSA: acquiescenza

Acquiescènza, s.f. l'essere acquiescente. SIN. arrendevolezza.
Una parola desueta, acquiescenza. Verso la quale ormai abbiamo quasi perso la comprensione del significato; un termine che sostituiamo più volentieri – al giorno d'oggi – con il sinonimo arrendevole. Un sostantivo femminile, acquiescenza, che per essere meglio interpretato rimanda a un aggettivo.
Acquiescènte agg. che non si oppone, che accetta la volontà altrui. SIN. consenziente, arrendevole.
Quindi acquiescente è colui che, accettando la volontà altrui, finisce per essere consenziente. Ma perché mi è venuta voglia di trattare di una parola così, una parola che oramai è relegata quasi solo in un linguaggio “tecnico” o giuridico? Perché oggi si inizia a ragionare sui cosiddetti 'nuovi reati', in un contesto mafioso in cui il legislatore è – o sarà a breve – per forza di cose destinato a rivedere il concetto stesso di associazione mafiosa e associazione esterna. Oggi che i pentiti possono tranquillamente dire nelle loro dichiarazioni che ritenevano più vantaggioso (e meno rischioso) commettere reati finanziari come la falsa fatturazione o le frodi carosello rispetto al traffico di sostanze stupefacenti, si deve aprire un ragionamento su cos'è la criminalità organizzata oggi. Ce lo spiega da molti anni la professoressa Stefania Pellegrini, che cura a Bologna un master universitario in cui viene studiato il fenomeno delle confische e del riutilizzo dei beni mafiosi; che in realtà come l'Emilia Romagna o la Lombardia sono enormemente presenti.

Si pensi alle intercettazioni dell'inchiesta “Mafia Capitale', quando Salvatore Buzzi dice al telefono: «...Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno...». La criminalità ha sviluppato tecniche di mimetismo e trasformismo straordinarie; non si può pensare che le regole per combattere il sistema mafioso siano ancora quelle dei mafiosi da coppola e lupara. Serve un salto di qualità legislativo; serve che l'essere acquiescenti nei confronti di un sistema palesemente riconducibile alla criminalità organizzata sia una terza frontiera dei reati previsti nel contesto mafioso: Associazione mafiosa, concorso esterno e acquiescenza, con quest'ultima connotazione che troppo spesso sconfina nella complicità sottesa.
Non a caso la parola acquiescenza è spesso utilizzata nei confronti di quegli amministratori che hanno permesso che la criminalità organizzata si infiltrasse e condizionasse gli enti locali che – in seguito a verifiche e ispezioni – sono stati sciolti per condizionamento mafioso. In Emilia Romagna si conta solo il caso di Brescello, con i Commissari della Commissione d'accesso inviati dal Prefetto a indagare nel municipio brescellese che al termine del loro lavoro hanno scritto: «...l'atteggiamento iniziale di probabile inconsapevolezza dell'ambiente politico locale si è tradotto col tempo in acquiescenza...».
Recentemente anche il Presidente delle Camera Roberto Fico ha usato la desueta parola: «La dimensione economica e relazionale che la criminalità organizzata ha raggiunto è tale che l’azione repressiva della magistratura e delle forze dell’ordine, meritoria e indispensabile, non è sufficiente a sradicare quel vasto sistema di complicità, connivenza, e talvolta anche di mera acquiescenza, di cui le mafie continuano a giovarsi». L'acquiescenza vanifica il lavoro di forze dell'ordine e magistratura. Ed è gravemente pervasiva quando a macchiarsi della arrendevolezza è un componente della pubblica amministrazione; un polito incaricato di amministrare il bene pubblico in nome dell'interesse comune.
Un direttore di banca che favorisce con il proprio immobilismo – anche qualora non penalmente rilevante – gli interessi di soggetti mafiosi deve essere considerato consenziente con la criminalità organizzata. Ci dev'essere uno strumento legislativo che possa prevedere l'arrendevolezza come un reato. Un giornalista che non scrive una notizia sapendo che così favorirà soggetti mafiosi, deve essere considerato mafioso a sua volta. Come il medico che accetta di curare un latitante nascondendo il suo operato alle forze dell'ordine. Acquiescenza e complicità devono essere considerate la stessa cosa; una forma di concorso esterno.
E non sempre vale il nascondersi dietro al paravento dell'aver paura, perché spesso chi mette in campo l'acquiescenza lo fa per interesse e tornaconto personale.
«...Di fatto il sindaco, forte tra l'altro della stima della cittadinanza, nega ufficialmente la presenza nel territorio di un clan 'ndranghetista, a dispetto delle evidenze, e inoltre assiste legalmente il boss di quel clan nelle sedi della giustizia amministrativa. In questa situazione non è difficile capire perché anche l'avvicinamento della 'ndrangheta alla politica a Brescello sia avvenuto senza ostacoli al punto di integrare parenti di 'ndranghetisti o soggetti presumibilmente contigui alla 'ndrangheta nella vita politica...». Parola di Nando Dalla Chiesa (Rosso mafia, ed. Bompiani, 2019, pagina 156).

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