mercoledì 18 marzo 2020

Eja eja…Ma va là! Intervista a Moni Ovadia


Sullo sfondo il santuario di San Luca, al muro una scritta agghiacciante: «A Fiume si gridava Eja Eja Alalà»; a poche centinaia di metri un plesso scolastico “secondario” e una scuola materna. A firmare l’indegna frase, una sigla che a Bologna vuol dire ben altro; ma con a fianco la stilizzazione di un fascio littorio, anche il “ben altro” assume aspetti angoscianti.
Non è il solito simbolo che trasuda ignoranza e ignavia; non è una frase fatta, un luogo comune di cui non si conosce il significato: «A Fiume si gridava Eja Eja Alalà» esprime conoscenza di ciò che si vuole comunicare agli altri.
È lì da qualche giorno, senza che nessuno al Battindarno di Bologna, abbia ancora pensato a cancellarla. Un richiamo alle recenti celebrazioni delle Foibe?
Cosa ne pensa, Moni Ovadia; perché quella scritta colpisce più di altri simboli pur infami che son comparsi in altri luoghi, in altre condizioni? «Colpisce perché rientra in quella narrazione che viene descritta da Francesco Filippi nel suo libro Mussolini ha fatto anche cose buone. Il fascismo si è polarizzando sui propri miti: e Fiume è un mito del fascismo. In questo caso, consideriamo che la città di Fiume oggi è croata; leggere una frase del genere spaventa perché sembra che si voglia riaprire un idiota discorso nazionalistico, con una voglia di scontro inaccettabile oggi in Europa».

Lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto? Intervista a Franco Perlasca

«…con Perlasca il conto non tornava: un ex fascista era stato un eroe vero nella salvezza degli ebrei…». Sono queste le parole usate da Gianni Minoli per descrivere la sua esperienza con lo Schindler italiano: Giorgio Perlasca. Un pensiero e una realtà agli antipodi, rispetto a ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni; al rifiuto del sindaco di Predappio a sostenere le spese per un Viaggio della Memoria ad Auschwitz da parte di una studentessa del paese romagnolo; all’assegnazione di una scorta alla Senatrice Giuliana Segre.
Giorgio Perlasca – sue sono le parole del titolo – è scomparso nel 1992, ma la memoria di quello che ha compiuto e il silenzio seguito a quell’atto di straordinaria umanità è custodito dalla Fondazione che a Padova porta il suo nome; con il figlio Franco a sovrintendere alle attività che vedono iniziative e viaggi a Budapest e ad Auschwitz organizzati dalla istituzione che porta il nome di suo padre.
Franco, posso chiederle cosa pensa, in generale, di quello che sta accadendo? «Imbarbarimento, userei questa parola in senso generale, senza entrare nello specifico dei singoli casi. Un imbarbarimento della vita pubblica, a cui stiamo assistendo da alcuni anni. Una crisi di valori che lascia senza parole. Parole come dignità umana, rispetto devono prescindere dall’ideologia; dall’appartenenza politica».