Dicono di me

Da Repubblica Bologna del 30 giugno 2018


 

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Da Avvenire del 27 marzo 2018


Ps: grazie a Michele Sciancalepore perché oltre all'articolo su Avvenire, ha anche dedicato una puntata di Retroscena su TV2000, a VA PENSIERO e alla mia storia.

 

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Da Gazzetta di Modena del 27 febbraio 2018


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Da Gazzetta di Reggio del 23 gennaio 2018

 

Ps: mi corre l'obbligo di un aggiornamento. VA PENSIERO sarà al Teatro Ariosto di Reggio Emilia nel corso della stagione 2018/2019.

 

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Da il Fatto Quotidiano del 22 gennaio 2018

 

Ps: grazie a Nando Dalla Chiesa per le belle parole che ha avuto per me e per la mia storia.

 

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Da Famiglia Cristiana del 21 gennaio 2018

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Da Corriere Romagna del 14 dicembre 2017 

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Da Gazzetta di Modena del 24 novembre 2017 


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Da Gazzetta di Reggio del 22 marzo 2017


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Da Gazzetta di Reggio del 9 aprile 2016

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Da Altreconomia di dicembre 2015


Le inchieste di Donato


di Duccio Facchini


C’è un giornalista che dal 2000 racconta le infiltrazioni in Emilia. Per questo ha perso il lavoro, e oggi guida i bus. Si chiama Donato Ungaro. Nell'estate 2015 la Corte di Cassazione ha riconosciuto come illeggittimo il suo licenziamento.
Donato Ungaro è un giornalista professionista che di mestiere guida gli autobus a Bologna. Prima di sostenere l’esame di Stato, faceva il vigile urbano a Brescello -Comune in provincia di Reggio Emilia con poco più di 5.600 abitanti- e collaborava, autorizzato dall’amministrazione comunale, con la Gazzetta di Reggio. Alla cronaca locale preferiva l’inchiesta, che l’aveva portato a scrivere di ‘ndrangheta, droga, atti intimidatori. I tempi in cui Donato Ungaro si accorge che “c’era qualcosa che non funzionava” a Brescello e in Regione oggi appaiono lontani: erano i primi anni Duemila. Nel 2002, però, il sindaco di Brescello, Ermes Coffrini, lo allontana sostenendo che il doppio mestiere (autorizzato) possa portarlo a rivelare “segreti”. Nell’estate del 2015, la Corte di Cassazione ha bollato definitivamente come illegittimo il licenziamento dell’ex vigile, disponendone il reintegro, il rimborso delle spese e l’indennizzo per gli stipendi mai percepiti. Donato, però, non è contento. “I primi affiliati alla ‘ndrangheta hanno iniziato da piccoli artigiani edili, operando all’interno dell’economia reggiana -racconta Ungaro, che tra le altre cose collabora a titolo gratuito con la testata bolognese Piazza Grande-. Pian piano hanno iniziato a ingrandirsi, allargando il proprio raggio di azione. Prima del mio allontanamento già spuntavano macchine di lusso, e addirittura arrivi trionfali a cavallo nella piazza del centro. Partivano presto da Brescello, caricando operai e andando a Genova o a Cremona o verso Pavia”.
Quella che Ungaro chiama l’“economia con la valigia di cartone” scala in fretta le rampe di scale del riconoscimento sociale, politico e imprenditoriale. Lui se ne accorge, ne scrive (“Anche se all’epoca mi sfuggiva qualcosa”) e paga pegno per aver misurato “frequentazioni imbarazzanti”, tredici anni prima dell’inchiesta “Aemilia” sulla cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone, vedi pag. 19) -il processo a carico di 219 imputati è iniziato il 28 ottobre-. Brescello, comunque, era già stata interessata dall’attenzione degli inquirenti, come l’operazione “Edil-piovra” del 2002 sta a ricordare. Ma con “Aemilia” cambia qualcosa: “È come se tutta la comunità sia stata toccata” ragiona amaro Ungaro. Sintomo ne è la dichiarazione di stima che il primo cittadino di Brescello ha dedicato a Francesco Grande Aracri (a processo) nel 2014 (“uomo composto, educato”). Quel sindaco che di cognome fa Coffrini e di nome Marcello, figlio di quell’Ermes che mise alla porta Donato nel 2002.
“Mi dispiace che a pagare il conto di quella scelta sarà la comunità intera”, racconta Ungaro, che al giornalismo ha dato più di quanto ricevuto. Nessuna redazione ha mai voluto assumerlo -i colleghi vigili nemmeno gli stringono la mano, dice-, mettendolo così oggi nella paradossale condizione di rischiare la cancellazione dal novero dei professionisti perché inattivo. Il giornalismo è la sua vocazione deludente. Ed è per la “paura di una memoria storica”, riflette Donato, che per 13 anni non ha dovuto attendere solo la carta bollata della Cassazione, ma anche il riconoscimento simbolico del valore della propria scelta (“L’ho fatto per i miei figli”).
A Ravenna, a fine settembre, l’associazione culturale “Gruppo Dello Zuccherificio” (http://gruppodellozuccherificio.org) ha assegnato a lui e alla redazione del giornale Piazza Grande di Bologna il premio honoris causa “dedicato ai giornalisti che abbiano illuminato con la loro attività battaglie poco raccontate dai mass media e assenti nell’agenda politica del Paese”. Una soddisfazione inattesa, quella di Donato, che ora gira per le scuole a raccontare la sua storia. ---

 

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Dal Tg di Tv Parma del 16 novembre 2015


Sorbolo: incontro sulla mafia e sull'inchiesta Aemilia


di Francesca Strozzi


Un viaggio all'interno degli aggredimenti mafiosi che hanno segnato il parmense, un incontro per parlare dell'inchiesta Aemilia, il processo è ora in corso a Bologna. Un'iniziativa promossa dai 5 Stelle di Sorbolo, Colorno e Mezzani. Giulia Sarti «Sorbolo è stato uno dei centri degli affari della cosca Grande Aracri. Bisogna continuare a informare e a lottare contro la forte presenza di criminalità organizzata e contro le collusioni tra le mafie, la politica e i professionisti e il mondo delle istituzioni». Al dibattito ha partecipato anche il giornalista e scrittore Donato Ungaro, tra i primi a denunciare situazioni anomale nel Comune di Brescello. «L'Emilia Romagna ha improvvisamente scoperto di avere l'ndrangheta e la mafia in casa, ma forse bastava guardarlo tanti anni fa; e i segnali c'erano già. Probabilmente si è voluto guardare da un'altra parte o non si avevano gli strumenti giusti ed esatti per guardare. Servivano delle lenti particolari. Forse qualcuno le aveva le lenti, ma erano 'appannate' probabilmente; e non è andata bene. Sono arrivati i carabinieri e i magistrati e hanno pulito le lenti e tutti ci siamo accorti che avevamo la mafia in casa».

 

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Da Gazzetta di Parma del 16 novembre 2015


"La 'ndrangheta tra noi". Grido d'allarme dalla Bassa


di Cristian Calestani


«Prendere posizione contro la mafia non significa “andarsela a cercare”. Significa prendere le distanze da certi comportamenti e avere la forza di denunciare». Questo il messaggio rivolto dalla parlamentare Giulia Sarti, componente della commissione antimafia, al folto pubblico intervenuto a Sorbolo, paese finito al centro dell’inchiesta Aemilia, nel corso di una serata organizzata dal Movimento Cinque Stelle di Sorbolo, Colorno e Mezzani, con una partecipazione trasversale di tanta cittadini, per dire no all’omertà e lottare affinché i fenomeni malavitosi non operino più nel nostro territorio.
A dieci mesi dal 28 gennaio – giorno in cui Sorbolo si risvegliò con volanti che sfrecciavano in paese ed elicotteri in volo sopra le case – si è tornati a parlare di 'ndrangheta. «Abbiamo deciso di organizzare questa serata – il commento dell’attivista sorbolese Jonathan Albiero - perché il tema della mafia non va trascurato, bensì portato fra la gente, informando il più possibile. Dobbiamo combattere il muro dell’omertà e informare i cittadini». Tanti i contributi per favorire una riflessione su un tema delicatissimo. Tra i primi a portare la propria testimonianza, nel corso di un incontro mediato da Giuseppe Distante, il consigliere di minoranza di Brescello Catia Silva. «Già diversi anni fa dissi che a Brescello la statua di don Camillo era stata sostituita da quella del Padrino e fui accusata dall’ex sindaco di cercare visibilità – ha dichiarato -. Sono stata minacciata più volte, l’ultima un anno fa quando fui presa per il collo e mi fu intimato di ritirare una denuncia. Ma io non denuncio per popolarità, ma affinché qualsiasi cittadino possa parlare».
A intervenire anche l’ex vigile e giornalista Donato Ungaro. «A Brescello furono tanti i segnali della presenza della malavita. Già a metà degli anni ‘90 dire che a Brescello non si poteva intuire la presenza della mafia voleva dire prendersi in giro. Scritte inequivocabili su una saracinesca, “la neve non si tocca”, dopo un sequestro di cocaina. Poi auto date alle fiamme e l’emblematico episodio del bar che espose il cartello “chiuso per mafia”. Mi dovetti scontrare con le resistenze di diverse redazioni nel dare spazio a certi articoli e servizi di denuncia». «La mafia sta rovinando il nostro territorio», ha dichiarato il consigliere di Montecchio Mauro Caldini . Il consigliere regionale Gianluca Sassi e Antonio Pignalosa di Libera Parma che ha parlato della vicenda del giornalista Giovanni Tizian, costretto a vivere sotto scorta.

 

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Da Gazzetta di Mantova del 10 ottobre 2015


La mafia spiegata a scuola: anticorpi per gli studenti


di Michele Bellone


MANTOVA. Un vigile giornalista licenziato dal Comune con l’accusa di pubblicare notizie riservate. Scomode: questo sarebbe il termine corretto. Donato Ungaro, cronista dal fiuto fine, parlava di ’ndrangheta nella placida pianura a cavallo tra Reggio e Mantova quando questa parola, al Nord, sapeva di coppola, lupara e caciocavallo. Immagini lontane. E l’ha pagata cara. La Corte di Cassazione, dopo 12 anni, gli ha dato ragione: quel licenziamento fu illegittimo. Ma è passato tanto tempo, in cui Donato ha dovuto rifarsi una vita: l’unico lavoro che ha trovato è stato come autista di bus a Bologna. Otto ore al giorno al volante in mezzo al traffico, prima che la sciatica lo costringesse ad un loavoro d’ufficio.
Ascoltano la sua storia in silenzio, i ragazzi stipati nel’aula magna dell’Isabella d’Este. I telefonini stanno in tasca, per una volta, e quelli delle prime file prendono pure appunti. Hanno dovuto organizzare la mattinata su due turni, gli organizzatori della Carovana Antimafia che ha fatto tappa a Mantova, tanto numerose sono state le adesioni delle classi: dell’Isabella d’Este, del Mantegna, del liceo artistico e delle medie di Quistello. “Le periferie al centro”: questo il tema della manifestazione che sta toccando tante città italiane.
Un’ora e mezzo per spiegare, con le testimonianze di Ungaro, appunto, di Rossella Canadè, giornalista della Gazzetta di Mantova, di Valeria Schiavi, reduce dal giro della Carovana in Francia, di Michela Russo, referente della Cisl scuola, di Massimiliano De Conca, di Flc Cgil, di Maria Regina Brun, insegnante, rappresentante di Libera, e di Veronica Giatti, di Arci Mantova. La mafia,la ndrangheta, nello specifico, si è radicata anche al Nord, con radici già molte salde in un terreno dove gli anticorpi sono ormai un ricordo. Una frasetta fatta per concedersi di non vedere quello che sta accadendo. A raccontarlo ai ragazzi, prima ancora delle parole dei due giornalisti, è la proiezione di uno stralcio di un servizio di Presa diretta a Lonate Pozzolo, comune del Varesotto regno delle cosche calabresi. I ragazzi sono basiti: al bar i cronisti vengono scacciati in malo modo: «Andate via, state rompendo le palle. Un clima senza west e senza far, in una terra molto vicina a noi.
«Quando sulla Gazzetta abbiamo cominciato a parlare di ndrangheta a Mantova, abbiamo dovuto abbattere un muro di indifferenza. Se non addirittura di compatimento» ha raccontato Rossella Canadè, ancora sotto indagine con il direttore e altri due colleghi con l’accusa di violazione del segreto istruttorio per aver pubblicato alcuni atti dell’inchiesta giudiziaria Pesci della Procura antimafia di Brescia, che ha coinvolto, oltre a diversi imprenditori, anche l’ex sindaco di Mantova Nicola Sodano. «I segnali c’erano tutti, come gli incendi alle auto, tipico atto usato dai mafiosi per intimorire o vendicarsi di uno sgarro. Ma trovare un filo rosso non è stato facile».
Fino all’anno scorso, quando è caduta la giunta di Viadana dopo la vicenda dell’assessore indicato come uno dei partecipanti ad una cena di mafiosi. «Le responsabilità penali verranno accertate dalla magistratura, ma quello che è certo è che il boss si vantò con un compare, dicendo “Viadana ormai è nostra”. Affermazione più che inquietante».
Se nel Mantovano è la ndrangheta, tra le cosche, a dettar legge, il terreno si è dimostrato fertile anche per i camorristi.
Lo ha raccontato Maria Regina Brun, che a Castel d’Ario ne ha patito gli effetti sia come sindaco che come cittadina. «Il paese qualche anno fa era stato scelto come nuova casa da Raffaele Iovane, un personaggio legato a doppio filo e in rotta di collisione con il clan camorrista dei Gallo-Limelli-Vangone. Un buen retiro suggerito dall'amico e compaesano Tommaso Vitaglione che nel mantovano viveva a coltivava amicizie da anni»
Vitaglione gli racconta di un paesino tranquillo e forse un po' sonnolento, dove, secondo lui, sfuggire ai controlli delle forze dell'ordine non è impossibile, «hai capito in quella caserma a Castel d'Ario ci sono tre carabinieri, mezza macchina che fonde sempre il motore, dice che non ti vengono a controllare, è un macello».

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Da Piazza Grande del 24 settembre 2015


Donato Ungaro e Piazza Grande premiati al Grido della Farfalla


di Redazione


Domenica 26 settembre a Ravenna Donato Ungaro e la redazione di Piazza Grande saranno premiati honoris causa dall’associazione culturale Gruppo dello Zuccherificio nell’ambito del Festival dell’informazione libera “Il Grido della Farfalla”. Dal 2009, anno della prima edizione, il festival vuole rompere il silenzio che avvolge i cittadini “senza potere e senza voce” creando occasioni di discussione sulla libertà dell’informazione. “La mancanza d’informazione è secondo noi il mezzo principale e la prova più evidente di una situazione di immobilismo, arroganza e illegalità che è giunta ad un livello di tolleranza insopportabile” – si legge nella dichiarazione d’intenti dell’associazione. In questa ottica il riconoscimento all’impegno di Donato Ungaro che prima di collaborare con Piazza Grande era stato tra i primi a denunciare le infiltrazioni mafiose in Emilia rimettendoci il posto di lavoro. Il giornale di strada di Bologna è stato ben felice di accogliere le proposte di Donato ed è altrettanto orgogliosa di ricevere questo premio dal Gruppo dello Zuccherificio. Il programma di questa settima edizione parte giovedì 24 settembre, è molto intenso e si può leggere qui http://goo.gl/Z6LhwC. L’appuntamento con la premiazione è domenica 26 settembre alle 18.30 in piazza Unità d’Italia a Ravenna.

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Da 24 Emilia del 03 agosto 2015


Vigile e giornalista vince la causa contro il Comune di Brescello: il licenziamento fu illegittimo


di Redazione


"Il Comune di Brescello, anche a nome di tutto il personale, venuto a conoscenza a mezzo stampa della descrizione inveritiera della vicenda giudiziaria relativa al signor Donato Ungaro, ritiene imprescindibile chiarire i fatti utilizzando lo stesso mezzo, riservandosi di verificare nelle competenti sedi la rilevanza penale di tale, ripetesi inveritiera, descrizione".
Il sindaco di Brescello Marcello Coffrini - paese della bassa reggiana finito al centro delle inchieste relative alla 'ndrangheta in Emilia, in particolare per gli ingenti sequestri di beni a Francesco Grande Aracri - si difende dal quadro emerso in seguito alla vicenda giudiziaria che vede protagonista Donato Ungaro e minaccia di ristabilire la verità per vie legali.
Donato Ungaro, di professione vigile urbano, lavorava come corrispondente da Brescello per la Gazzetta di Reggio ma, nonostante l’autorizzazione per fare anche il cronista, nel 2002 l’amministrazione comunale guidata dall'allora sindaco Ermes Coffrini, padre di Marcello, decise di licenziarlo per “incompatibilità”. Secondo il Comune, infatti, Ungaro dedicava troppo tempo al giornalismo e si temeva anche che potesse violare il segreto d’ufficio.
Coffrini sembrò non gradire particolarmente un articolo sulla centrale turbogas proposta dalla Ansaldo, un progetto a cui alcuni cittadini si opponevano. Dopo varie polemiche, Ansaldo decise di rinunciare al progetto e il sindaco iniziò una procedura disciplinare nei confronti del cronista e Ungaro fu licenziato dal Comune. Nelle scorse settimane, la Cassazione ha confermato che quel licenziamento era illegittimo e Ungaro riceverà presto un indennizzo economico. Nella sentenza sarebbe previsto anche il reintegro, ma l’amministrazione avrebbe già fatto sapere di non essere d’accordo.
Intanto, il Comune oggi guidato da Marcello Coffrini è finito sotto la lente di una commissione d’accesso nominata della prefettura per verificare eventuali infiltrazioni mafiose.
Ungaro ritiene ci fosse "qualcosa", situazioni anomale, ma "forse non contatti diretti con esponenti della criminalità organizzata". In particolare, il cronista cita la Bacchi di Boretto. "In paese tutti sapevano che aveva attività non propriamente legali sul Po, che estraeva sabbia abusivamente”. L'ex vigile, nel 2004, filmò le escavazioni illegali che finirono sulla stampa poi in procura. Per questo Ungaro fu vittima di minacce e così anche il giornale che pubblicò i fatti. Ne nacque un'indagine.
"E’, innanzitutto, assolutamente non corrispondente al vero che la risoluzione del rapporto intercorrente tra il Comune e il sig. Ungaro, quale agente di Polizia Municipale, sia stata provocata dai contenuti 'scomodi' della sua attività giornalistica, perché caratterizzata da servizi aventi ad oggetto attività legate alla criminalità organizzata. E’ vero esattamente il contrario: di criminalità organizzata non v’è traccia negli scritti dell’epoca, e pertanto di ciò non si è mai discusso nei tanti anni che hanno caratterizzato l’iter processuale, cui lo stesso Ungaro fa riferimento - scrive oggi Marcello Coffrini - Viceversa, la sua attività giornalistica, in ordine a fatti conosciuti nell’esercizio delle sue funzioni e comunque estranei, si ribadisce, alla criminalità organizzata, aveva assunto una continuità ed intensità tale da renderla incompatibile, come previsto dalle norme vigenti. Tali norme, infatti, vietano che il dipendente pubblico offra ad altre strutture un’attività tanto assidua e costante da rendere assai poco proficua l’attività nei confronti dell’ente da cui dipende, anche violando il principio dell’esclusività della prestazione in favore dell’ente pubblico. L’amministrazione comunale, inoltre, avrebbe potuto avvalersi di un ulteriore strumento normativo, ai fini della risoluzione del rapporto. A ciò aggiungasi che l’attività giornalistica veniva svolta dal sig. Ungaro anche utilizzando, a fini propri, informazioni e notizie di cui veniva a conoscenza per il ruolo di agente di Polizia Municipale ed in quanto tale tenuto ai vincoli di correttezza e riservatezza nei confronti del proprio datore di lavoro".
"La sentenza definitiva, di cui il sig. Ungaro dà notizia sulla stampa, non ha affatto stabilito l’entità del risarcimento, essendosi limitata a valutare la procedura che ha condotto alla risoluzione del rapporto, individuandone un vizio meramente formale, senza neppure entrare nel merito dei fatti contestati posti a base del provvedimento. Prova ne sia che innanzi al Tribunale di Reggio Emilia è tuttora pendente il giudizio volto alla quantificazione del dovuto e a tutt’oggi non è intervenuto alcun provvedimento - spiega Coffrini - Le somme indicate dal sig. Ungaro sono, pertanto, frutto, di valutazioni del tutto individuali e non ancora fatte proprie dal giudice competente".
"Altrettanto inveritiero è il fatto che il Comune non abbia proposto al sig. Ungaro di riprendere il servizio nella posizione giuridica ed economica precedentemente ricoperta presso l’ente. Infatti, con lettera del 28 maggio 2013, il Comune invitò Donato Ungaro a volersi presentare il 10.6.2013 alle ore 7.30 per riprendere immediatamente il servizio, ma in data 25 giugno 2013 lo stesso Ungaro comunicò il proprio rifiuto - conclude il sindaco di Brescello - A conferma della disponibilità dell’ente, il Comune ribadisce che, se ora, il sig. Ungaro avesse cambiato idea, l’amministrazione è sempre disponibile a valutare le modalità della ripresa del rapporto. Ancor più inveritiero è, infine, il fatto che si accusi l’amministrazione comunale di non aver accolto le proposte transattive di Ungaro, essendo vero esattamente il contrario: ad ogni ipotesi prospettata, anche dai rispettivi legali, il sig. Ungaro ha sempre opposto un secco rifiuto, evidentemente al mero fine di sottoporre ad ulteriore ed immeritata critica la condotta dell'amministrazione comunale".

 

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Da Gazzetta di Reggio del 29 luglio 2015

 

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Da il Fatto Quotidiano del 26 luglio 2015


Brescello, il vigile licenziato dal sindaco perché faceva anche il giornalista: "Mafia qui è radicata. Lo dicevo già nel 2003"


di David Marceddu e Giulia Zaccariello


Donato Ungaro ora fa l'autista di bus a Bologna e da qualche settimana la Cassazione ha stabilito che il suo licenziamento a causa del doppio lavoro fu illegittimo. Ex cronista della Gazzetta di Reggio e vigile urbano, venne lasciato a casa dall'allora primo cittadino Ermes Coffrini (padre dell'attuale sindaco) per rischio "che violasse il segreto d'ufficio". Oggi una commissione d'accesso valuta lo scioglimento per mafia del suo paese natale e lui sottolinea anomalie che hanno sempre caratterizzato la gestione del potere a livello locale
“Molte persone dal dialetto emiliano e non solo, mi dicevano di farmi i fatti miei. Poi le minacce e due volte mi sono state tagliate le gomme della macchina”. Dal sesto piano di un palazzo nella periferia di Bologna Donato Ungaro si gode il panorama della città. Dalla ‘sua’ Brescello continuano ad arrivare notizie di ‘ndrangheta: l’ultimo fatto finito sulle cronache è un nuovo sequestro, ai primi di luglio, a carico ancora di Francesco Grande Aracri, il condannato per mafia che il sindaco definisce “educato”. Il paese poi è fra quelli al centro dell’inchiesta Aemilia, quella con cui i pm ritengono di avere sgominato una vera ‘ndrina emiliana: “Qualcuno – racconta oggi Donato – mi ha chiesto dopo la notizia di quella inchiesta che cosa pensassi: beh, queste cose io le dicevo già nel 2003”.
Per anni quando era vigile urbano e allo stesso tempo corrispondente per la Gazzetta di Reggio dal paese di don Camillo e Peppone, quella comunità la aveva osservata e raccontata. Il lavoro di vigile lo aveva perso molto presto. Nonostante avesse l’autorizzazione per fare anche il cronista, nel 2002 l’amministrazione di Brescello decise di licenziarlo per “incompatibilità”. In sostanza, scrisse il Comune nella lettera di benservito, Donato dedicava troppo tempo al giornalismo e c’era il rischio che col doppio lavoro violasse il segreto d’ufficio. A capo del Comune allora c’era il sindaco Ermes Coffrini. “Il mio ruolo di cronista – racconta Ungaro – diventò scomodo quando a Brescello si iniziò a parlare di una centrale turbogas proposta dalla Ansaldo. Era un progetto a cui alcuni cittadini si opponevano, ma era anche una centrale che avrebbe potuto portare molti introiti al Comune. In quei mesi inoltre – prosegue l’ex vigile urbano– dopo la segnalazione che mi fece una dottoressa, pubblicammo anche un articolo su un aumento di tumori in zona. Il sindaco si arrabbiò molto e iniziò una procedura disciplinare nei miei confronti”. La centrale turbogas, mai costruita, non c’entrava niente con quei dati sui tumori, ma intanto, ricorda Donato, “forse anche dopo quelle polemiche sulla salute dei cittadini, Ansaldo preferì abbandonare il progetto. Il Comune ha visto sfumare i suoi introiti, gli imprenditori che avevano già in parte acquistato i terreni si sono trovati in mano investimenti che non avevano portato ai risultati sperati. Così, con la scusa che avevo dato notizie riservate o comunque che il mio doppio ruolo non era gradito, sono stato licenziato dal Comune”, spiega Ungaro.
Nelle scorse settimane la Cassazione ha confermato che quel licenziamento era illegittimo e Ungaro avrà presto un indennizzo economico. Da sentenza gli spetterebbe anche il reintegro, ma l’amministrazione davanti a un giudice avrebbe già fatto sapere di non essere d’accordo a un suo ritorno in servizio. Intanto però nelle stesse settimane l’amministrazione, oggi guidata dal figlio di Coffrini, Marcello, è sotto l’occhio di una commissione d’accesso nominata della prefettura che sta verificando se il municipio abbia conosciuto oppure no infiltrazioni mafiose. “Ho visto che c’era qualcosa ma forse non contatti diretti con esponenti della criminalità organizzata. Mi ero reso conto per esempio che c’erano delle situazioni anomale relativamente a una azienda che operava a Brescello, la Bacchi di Boretto”, spiega oggi Ungaro. “In paese tutti sapevano che aveva attività non propriamente legali sul Po: estraeva sabbia abusivamente”, racconta l’ex vigile, che con un suo filmato del 2004 aveva anche portato all’apertura di una indagine da parte della procura di Reggio Emilia su quelle presunte escavazioni illegali. Un’indagine, va precisato, che non ha poi mai portato ad alcuna condanna per la ditta Bacchi. “C’era una certa vicinanza tra questa azienda e l’amministrazione comunale di Brescello – prosegue Ungaro – e questa vicinanza è divenuta scomoda quando nel 2011 il prefetto di Reggio Emilia ha stabilito che la Bacchi non poteva più lavorare per la pubblica amministrazione per una interdittiva antimafia. C’erano accertati contatti tra esponenti di ‘ndrangheta e Cosa nostra con la ditta Bacchi Aladino e figli”.
Intanto nel 2008 Donato capisce che deve trovarsi un altro lavoro, vivere di sole collaborazioni giornalistiche non basta. Va a Bologna dove inizia a fare l’autista dei bus, anche se il pallino del giornalismo rimane. Intanto però la sua Brescello sale agli onori delle cronache quando il sindaco Marcello Coffrini un anno fa davanti alle telecamere della web tv Cortocircuito definisce Francesco Grande Aracri, uno “molto composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello”. Per queste parole Coffrini finisce nella bufera, in molti chiedono le sue dimissioni. “Forse da parte di Coffrini è stata commessa una ingenuità”, commenta oggi Ungaro. “Noi a Brescello ripudiamo la mafia”, si è sempre difeso il primo cittadino, “ho fatto autocritica sul contenuto delle mie dichiarazioni e ho ricevuto sul punto la fiducia del consiglio comunale”.
Nel 2003 invece, ai tempi in cui era sindaco il padre di Marcello Coffrini, Ermes, un barista racconta di essere stato minacciato da persone che gli chiedevano il pizzo. Subito affigge un cartello: “Chiuso per mafia” e abbassa le serrande. Ermes Coffrini reagisce preannunciando cause legali per tutelare il nome di Brescello e la revoca della licenza al barista. Poi assicura: di organizzazioni criminali “non risulta il radicamento nei nostri territori”. In una intervista di quegli stessi giorni anche Ermes parla di Francesco Grande Aracri, che allora era già stato arrestato, ma ancora non era stato condannato per mafia: “A noi non risulta nulla, qui si è sempre comportato bene, ha fatto anche dei lavori in casa mia e si è visto assegnare dei lavori dal Comune”.
Eppure è dagli anni Novanta che sulle rive del Po si parla di mafia. Nell’operazione Aemilia del gennaio 2015 viene arrestato Alfonso Diletto, residente a Brescello e oggi considerato dai pm della Dda di Bologna uno degli organizzatori della presunta associazione mafiosa emiliana. Nel 2009 sua figlia 19enne era stata candidata alle elezioni comunali anche nella lista Forza Brescello senza riuscire peraltro a essere eletta. Nel 2015 Diletto è finito al regime del 41 bis, lo stesso applicato a Totò Riina e Bernardo Provenzano.

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Da Gazzetta di Reggio del 23 luglio 2015

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Da Beati Voi (Tv2000) del 15 luglio 2015


Donato Ungaro. Persecuzioni mafiose in Emilia Romagna


di Alessandro Sortino


Nasce 1963 a Milano 51 anni giornalista professionista dal 2006.
Nel 1994 si è trasferito in provincia di Reggio Emilia: prima a Brescello e poi a Boretto città della madre vince concorso in Comune come Vigile Urbano. Dopo alcuni anni ha iniziato la carriera giornalistica, collaborando con la Gazzetta di Reggio (in coppia con il fotografo Ermes Lasagna) e la Gazzetta di Parma. Ha spesso scritto per la Gazzetta di Mantova, la Gazzetta di Modena e La Nuova Ferrara. Ha collaborato con TV Parma (affiancato dal video operatore Giuliano Pregnolato) e con La7 (grazie ad Antonio Roccuzzo, suo mentore); inoltre ha collaborato con la redazione bolognese de l’Unità. Tra le altre testate giornalistiche con le quali ha collaborato, Telereggio e Mantova Tv.
ha pubblicato il libro: Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi
e una raccolta fotografica intitolata La Milano mia e di Giovannino: undici sue fotografie in bianco e nero accompagnano altrettanti brani di Giovannino Guareschi
Oggi Ha una sua rubrica su Piazza Grande “non chiedete al conducente” storico giornale dei senza tetto.

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Da Ossigeno per l'informazione del 25 giugno 2015


Brescello. Vigile-cronista licenziato vince causa col Comune


di Elsa Pasqual


Donato Ungaro 13 anni fa fu accusato di violare la riservatezza dell’amministrazione. La Cassazione gli ha dato ragione. Adesso rivuole il lavoro

Nel 2002 Donato Ungaro era vigile urbano al Comune di Brescello (Reggio Emilia). Era anche corrispondente della Gazzetta di Reggio. Il sindaco lo aveva autorizzato ad arrotondare la paga coltivando la passione per il giornalismo. Poi sul giornale uscì un articolo sgradito e il sindaco dell’epoca, Ermes Coffrini, lo licenziò. Secondo lui aveva diffuso informazioni riservate sull’amministrazione comunale. Ungaro fece ricorso. Dopo tredici anni di battaglie giudiziarie, ha vinto la guerra. L’11 giugno 2015 anche la Cassazione gli ha dato ragione.
Il 22 luglio 2015 il Tribunale di Reggio Emilia discuterà il risarcimento dovuto dal Comune al giornalista. Potrà essere un indennizzo in denaro o il reintegro nei ranghi del municipio. Dopo le traversie di questi anni Ungaro spera proprio che gli ridiano l’impiego.
“Dopo il licenziamento – spiega – è stato molto difficile tirare avanti. Ho smesso di collaborare con La Gazzetta di Reggio ma ho continuato a fare il giornalista. Sono diventato professionista nel 2005, ho poi collaborato con La Gazzetta di Parma, TvParma, l’Unità, il Tg La7, TeleReggio e Mantova Tv. Purtroppo non ho mai avuto un contratto di lavoro subordinato, ma sempre e solo Co.co.co. a cottimo. Al momento ho un impiego di guidatore di autobus a Bologna. Spero che dopo l’udienza del 22 luglio potrò essere reintegrato all’interno del comune di Brescello”.
LA VICENDA – Ungaro svolgeva la funzione di vigile urbano presso il comune di Brescello dal 1994. Su autorizzazione dello stesso sindaco che lo hai poi esonerato dal suo incarico, era un collaboratore del quotidiano La Gazzetta di Reggio.
Il 26 novembre 2002, l’allora sindaco Ermes Coffrini licenziò Ungaro ritenendolo responsabile della pubblicazione su La Gazzetta di un articolo intitolato “In forte aumento i malati di leucemia”. L’articolo riferiva l’allarme di un medico di base che denunciava una percentuale particolarmente elevata di tumori a Brescello. Pubblicato il 24 marzo 2002, in realtà era stato scritto dai redattori del giornale.
Il motivo del licenziamento fu giustificato dal fatto che: “il doppio ruolo di agente della polizia municipale e di giornalista si poneva in contrasto con i doveri di segreto d’ufficio e di riservatezza previsti da norme di legge e regolamenti in ragione delle funzioni assegnate”, come riporta la sentenza di primo grado del tribunale di Reggio Emilia, sezione lavoro, del luglio 2010.
Tale motivazione è stata poi rigettata in tutti e tre i gradi di giudizio. Nella sentenza della Cassazione dell’11 giugno scorso infatti si legge: “…l’impegno profuso dall’ Ungaro nello svolgimento della attività di collaborazione giornalistica non determinava una situazione di incompatibilità con le funzioni di agente municipale alle quali egli era addetto”.
UNA QUERELA INFONDATA – Oltre ad essere licenziato, Ungaro fu querelato per diffamazione due volte dell’azienda emiliana Bacchi, per alcuni articoli nei quali affermava che l’azienda prelevava abusivamente sabbia dalla cava che aveva in concessione sul Po, sebbene avesse già esaurito il quantitativo da asportare e faceva uso di scarti di fonderia per costruire il sottofondo stradale.
Ungaro è stato assolto con formula piena anche da tali accuse. I giudici del Tribunale di Mantova hanno stabilito che aveva esercitato correttamente il diritto di cronaca.
“Mentre scrivevo del prelievo abusivo di sabbia fatto dalla Bacchi – racconta Ungaro a Ossigeno – ignoti hanno tagliato per due volte le gomme della mia auto ed io ho denunciato il fatto al tribunale di Reggio Emilia. Sono stato avvicinato anche da Claudio Bacchi, l’imprenditore dell’azienda, che mi ha invitato a casa sua per risolvere la questione da uomini ”.
Grazie a questa inchiesta, aggiunge Ungaro “la procura di Reggio Emilia ha aperto un fascicolo, dopo aver visionato un video amatoriale da me girato nell’inverno del 2002, in cui si vedono le draghe dell’azienda che scavano illegalmente per prendere la sabbia del Po”. Nel 2011, la Bacchi ha ricevuto un’interdittiva antimafia del Prefetto di Reggio Emilia per i rapporti che intratteneva.

 

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Da Repubblica Bologna del 14 giugno 2015


La vittoria del vigile onesto. Brescello dovrà risarcirlo


di Valerio Varesi


QUESTA volta Peppone ha perso, sconfitto e costretto a risarcire la cifra di 300 mila euro al suo ex vigile urbano ingiustamente licenziato. E se la vicenda avviene a Brescello, paese a forte presenza di ‘ndrangheta, con il coinvolgimento di aziende su cui pesa il sospetto di infiltrazioni mafiose, la storia genera più di un sospetto.
LA vicenda ha inizio nel 2002 quando Donato Ungaro, allora vigile urbano nel paese della Bassa reggiana dove Guareschi inscenò i suoi romanzi, venne accusato dall'allora sindaco Ermes Coffrini (padre dell'attuale primo cittadino Marcello) di conflitto di interessi in quanto con saltuarie collaborazioni alla Gazzetta di Reggio denunciava illecite escavazioni lungo le sponde del Po ad opera di aziende poi interdette dalla prefettura locale col sospetto di essere infiltrate o fiancheggiatrici della ‘ndrangheta. L'attività investigativa di Ungaro infastidì il sindaco il quale accusò il vigile di sfruttare la sua posizione di pubblico ufficiale per carpire notizie che, a suo parere, non dovevano diventare di dominio pubblico. In realtà, molte delle denunce di Ungaro hanno poi trovato riscontro nelle inchieste della Dda che hanno portato, mesi fa, a 115 arresti per ‘ndrangheta in Emilia. Tuttavia, il vigile venne licenziato e costretto a emigrare a Bologna dove ha trovato lavoro come autista delle linee "Tper". Dopo quasi 14 anni, la Cassazione ha posto fine alla vicenda dando ragione a Ungaro e condannando il comune di Brescello al risarcimento: 191 mila euro di mancati stipendi più 80-90 mila di contributi non versati, più le penali e le spese giudiziarie. Un salasso per il piccolo Municipio tanto che qualche consigliere ha chiesto che a pagare sia l'ex sindaco e non i cittadini. Il 22 luglio il giudice del lavoro di Reggio stabilirà se il vigile dovrà essere reintegrato o solo risarcito.

 

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Da il Fatto Quotidiano.it del 13 giugno 2015


Mafia a Brescello? La vittoria giudiziaria di Donato Ungaro che lo scrisse 14 anni fa


di Antonio Roccuzzo


A volte succede che giustizia, alla fine, sia fatta. La Cassazione ha dato ragione, in via definitiva, a Donato Ungaro, giornalista, ex vigile urbano, autista – per necessità e bisogno – di bus municipali a Bologna. La sua storia di cronista minacciato e 14 anni fa licenziato in tronco dal comune di Brescello perché metteva sulla pagine delle cronache della “Gazzetta di Reggio” (Emilia) gli affari del sindaco Ermes Coffrini, delle imprese locali sul Po (la Bacchi) e delle infiltrazioni mafiosi in riva al Grande Fiume italiano (cosca Grande Aracri), l’ho già raccontata, proprio qui su questo blog. Ma l’epilogo giudiziario finale non era scontato.
Un cronista italiano, di “etnia emiliana”, minacciato, perseguitato, deriso perché fa semplicemente il suo dovere: vede, racconta e – come ricordava George Orwell – così onora il principio delle libertà di stampa (articolo 21 della Costituzione) perché sfida l’impopolarità dei veri cronisti scrivendo “cose che nessuno vuol sentirsi dire”. Primo fra tutti il sindaco della sua cittadina, ma anche i suoi sodali nelle imprese e tra le cosche locali, ma anche i colleghi giornalisti che si occupano di altro e voltano la testa dall’altra parte e i politici che per non ammettere cose “impopolari” o per calcolo di partito ignorano i fatti.
L’emiliano Donato Ungaro ha scartato l’antica legge mafiosa della rassegnazione: “calati giuco che passa la piena”. Forse perché sa, da buon padano e esperto di piene, che se ti cali una volta, lo farai sempre e la prossima piena invaderà tutto.
Ora il Comune dovrà riparare all’ingiusto licenziamento: Ungaro fu cacciato in barba all’articolo 18 che allora vigeva e per ragioni “ideologiche”. Rompeva le scatole agli intrecci illegali tra amministrazione pubblica locale, affaristi e esponenti della ‘drangheta cutrese trapiantati nel paese che ospitò i film su Peppone e Don Camillo. Donato Ungaro incarna una storia del “secolo scorso” (giornalisticamente parlando): rompeva le scatole perché raccontava i fatti che tutti sapevano e nessuno voleva sentirsi dire.
Ora, 14 anni dopo le cronache della Gazzetta e di Ungaro, dire che in quel “paesello in riva al Po” c’erano affari puzzolenti è facile, lo debbono ammettere tutti: il prefetto invia ispettori e studia lo scioglimento per infiltrazioni mafiose nel municipio, la Commissione parlamentare antimafia indaga, la Procura pure e il comune mantovano di Viadana (sull’altra sponda del Po) è stato già sciolto e il vice-segretario comunale (*) di quel Comune è collaboratore anche del Comune di Brescello. E così via. Ora è facile dire che la mafia è arrivata anche qui sul Po, visto che la procura distrettuale di Bologna arresta il cittadino brescellese Grande Aracri e riscostruisce l’inquinamento mafioso del voto a Brescello nel 2009.















Ma 14 anni fa, quando Ungaro filmava da solo e sotto la neve, le draghe dell’impresa Bacchi che a Boretto scavavano spudoratamente e illegalmente, rubavano, la sabbia nel Po da usare per costruire la Tav o interi quartieri di Reggio nell’Emilia, Donato era solo a farlo. Ed era solo quando pubblicava i piani segreti del sindaco per trasformare un terreno agricolo in industriale e far sorgere una super inquinante centrale a turbogas, smontata in Portogallo e da rimontare lì. Senza che quel progetto fosse preventivamente discusso in consiglio comunale.
Allora, era più difficile scrivere che “la mafia è sbarcata a Brescello”. E si rischiava, anche sul Po. Io ero il capocronista di Ungaro, allora. E forse la sua sfortuna è stata proprio incontrare un altro rompiscatole come me. Ma insieme abbiamo fatto il nostro mestiere. Raccontare, raccontare, raccontare. E, per questo, ora che la Cassazione ha dato ragione a quelle cronache oneste in riva al Po, mi sento di aver vinto un po’ anch’io. E avete vinto perfino voi che leggete.
*Debbo scuse a una persona e ai lettori del mio blog sul fatto.it. Per un errore di fretta che ho fatto in questo post uscito il 13 giugno. In un passaggio, citavo la storia del comune di Viadana (Mantova) e scrivevo che l’ex segretario di quel comune, collaborerebbe con il comune di Brescello. In realtà, non si tratta del segretario ma di una ex funzionaria e poi assessore a Viadana (dimessasi con tutta la giunta per scandali e altre storie) e assunta a contratto come vice-segretaria comunale a Brescello. Mi scuso con il segretario del Comune di Viadana che giustamente mi chiede di rettificare. Cosa che faccio, confermando che il collegamento “poco virtuoso” tra i due Comuni è – grazie a questo chiarimento – ancora più eloquente di quel che avevo scritto.

 

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Da Gazzetta di Reggio di 13 giugno 2015


Vigile licenziato, condannato il comune


di Enrizo Lorenzo Tidona


REGGIO EMILIA  Sono giunti al termine quattordici anni di cause segnate da carte bollate, avvocati, ricorsi e sentenze, con relativi costi per l’amministrazione di Brescello che non è mai scesa a migliori consigli nonostante avesse già perso in primo e secondo grado. Una vicenda annosa partita nel 2002, quando l’amministrazione in mano alla giunta dell’ex sindaco Ermes Coffrini licenziò in tronco l’allora vigile urbano Donato Ungaro.
Un dipendente scomodo, lasciato a casa in barba all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori senza un motivo concreto - come scritto dai giudici - e che ha impugnato il licenziamento vincendo ora, in via definitiva, la causa di una vita, come stabilito dalla Cassazione lo scorso febbraio con sentenza depositata due giorni fa, che pone ora un grosso problema per l’amministrazione del sindaco Marcello Coffrini (figlio di Ermes), che dovrà sborsare un risarcimento di 191mila euro a Ungaro. Cifra che sfiora i 300mila euro se si aggiungono anche i contributi non versati e tutte le spese di giudizio sostenute dall’ente locale.
 Ungaro, rileggendo le carte, ebbe una colpa sola, che fu la collaborazione giornalistica con la Gazzetta, come riportato nelle memorie difensiva del Comune, attività saltuaria che portava avanti parallelamente all’impiego di vigile.
L’ex dipendente, ora autista di Tper a Bologna, aveva successivamente scoperchiato il vaso di Pandora sulle escavazioni abusive al Lido Po, filmando e rendendo conto sulle colonne del quotidiano le attività in atto nell’alveo del grande fiume da parte di alcune ditte della Bassa, tra le quali la Bacchi. Una storia indigesta (era il 2004) che si somma ai servizi giornalistici precedenti al 2002, ritenuti un abuso in violazione del suo ruolo di dipendente pubblico del Comune di Brescello.
Una lite conclusasi ora con la Suprema Corte che rigetta il ricorso dell’amministrazione, condannandola a liquidare altri 3mila euro per compensi professionali, come già capitato in passato. Ungaro, difeso dagli avvocati Alberto Piccinini, Paolo Banzola e Ernestina Morstofolini, procederà ora alla riscossione della somma che gli spetta di diritto e che dovrebbe essere già stata accantonata in via prudenziale a detta del Comune di Brescello.

 

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Da I Siciliani giovani di marzo 2015


Il vigile-cronista che fece paura alla mafia


di Antonio Roccuzzo


Reggio Emilia. “Qua la mafia non esiste”. Davve­ro? Parte un’inchiesta… 

Uno dice: fare il giornalista. Girare il mondo, stare in prima linea, guardarsi in­torno e raccontare quel che si vede. Facile a dirsi. La storia del giornalista-cittadino Ungaro Donato rasenta il pa­radosso, per­ché ambientata a Reggio E. e non a Reg­gio C. Donato oggi guida un autobus della linea urbana del comune di Bologna e non vive più tra Brescello e Boretto, dove 14 anni fa l’ho conosciuto quando faceva il vigile urbano e ha ini­ziato a scrivere.
Siccome la colpa del fatto che lui abbia il tesserino dell’ordine dei giornalisti di Emilia Romagna in tasca è anche mia, ecco la sua storia. Nel 2000 e fino alla fine del 2004, ero sbarcato a Reggio Emilia per fare il capocronista delle pagine della pro­vincia della “Gazzetta di Reggio” (gruppo Espresso), ma quelle pagine era vuote di corrispondenti.
A Brescello, Bassa ovest, il paese dei film sui libri di Guareschi, il giornale non poteva contare su nessuno. No corrispon­denti, no news. Un disastro. Un giorno mi chiama il nostro fotografo, Ermes Lasa­gna, da laggiù, in riva al Po e mi dice che c’è un ragazzo in gamba che fa il vigile ma è fissato che vuole fare il cronista. Si chiama Ungaro e se voglio me lo presenta. Un vigile corrispondente è la soluzione migliore. Conosce tutti e sente tutto. Non buca nulla. L’indomani arriva in redazione questo ragazzo che sembra un moschettie­re. Assunto. Non ha mai scritto un artico­lo, non conosce le regole e ha Guareschi come mito, ma imparerà, perché è una scheggia e ha il tarlo delle notizie.
Gli spiego i rudimenti: attacco dove-ci-deve stare-tutto, soggetto, predicato ecce­tera, eccetera, frasi brevi, discorso diretto tra virgolette.
Commenti mai e comunque sempre se­parati dai fitti. Notizie, soprattutto notizie. Lui parte come se avesse avuto l’incarico per scrivere sulle pagine locali del “New York Times” e si scatena. Trova notizie, racconta, disvela, scopre il gusto di fare notizia. Spesso sono notizie clamorose, per quei luoghi.
Ad esempio: in quegli anni, lungo l’asse del Po, stavano costruendo la nuova linea della Tav. A Reggio Emilia e provincia poi in pochi anni il numero dei residenti è au­mentato di decine di migliaia di unità. La crisi non è ancora arrivata e le imprese edili locali (in gran parte gestite da cutresi) costruivano opere e case a ritmi vertigino­si. Non tutti i cutresi sono mafiosi, ma ci sono anche mafiosi tra loro e sono quelli che negano la mafia e, se qualcuno dice che esiste, accusano l’interlocutore di vo­ler discriminare tutti i cutresi.
La sabbia del Po era preziosa, per lavori pubblici e privati. Un’impresa (la Bacchi, reggiana doc, sede a Boretto, proprio lun­go l’argine del fiume, poi indagata dalla procura di Reggio E.), estraeva abusiva­mente sul Po, poi trasportava di notte, fa­cendo concorrenza sleale alle aziende lo­cali che rispettavano leggi e regolamenti su carico, dimensioni, orari, contratti di la­voro. La Forestale si appostava sulle spon­de del fiume e indagava sugli abusi della ditta Bacchi.

Il corrispondente da Brescello… 

Il corrispondente da Brescello, Donato Ungaro, dopo mesi a farsi le ossa tra inci­denti stradali, furtarelli, rapine e consigli comunali, ormai fiuta i fatti e non li molla. Quando stacca il suo turno in municipio, si scatena: con il fotografo Ermes Lasagna fanno coppia di cronaca che è una meravi­glia. Nell’inverno del 2001, durante una nevicata, Ungaro filma le escavazioni ille­gali e noi pubblichiamo tutto (fermi imma­gine, perché ancora le pagine web in quell’epoca non esistono). Il video di Do­nato poi lo diamo in procura al pm che si occupa delle indagini.
Qualche settimana dopo al cronista Un­garo, ignoti tagliano le ruote della macchi­na, per due volte e di notte.
Come a Cata­nia o a Cutro, ma siamo a Boretto, provin­cia di Reggio (nell’Emilia), nord ricco e civile del Paese, provincia tri­colore e della Resistenza, a dieci minuti dal museo Cer­vi. Eppure quando lui rac­conta al giornale dei copertoni squarciati, molti lo prendono per matto, un po’ mito­mane: “Ma va là, siamo a Reggio qui… avrai forato. Qui non accadono queste cose!”.
Io gli dico di andare dai carabinieri e lui quando ci va quasi lo dissuadono dallo sporgere denuncia. Lui lo fa lo stesso. Poi, fuori dal giornale, arriva un signore che mi dice: “E’ lei che fa il capo qui? Ma lei ce l’ha con i calabresi?”. Lo mando a quel paese in siciliano e un mio collega reggiano mi dice: “Ma non lo sai chi è quello?”. Era un Grande Aracri, della omonima famiglia di Cutro, residente a Brescello, frazione di “Cutrello” (un quar­tiere chiamato così perché costruito in go­lena e abitato da immigrati calabresi arri­vati lì negli anni Ottanta): ora Grande Ara­cri è finito al centro del blitz antimafia scattato in sei Regioni del nord il 28 gen­naio 2015, ma allora era un “noto impren­ditore edile”. E allora, la mafia non esiste­va a Reggio E.
Non per Ungaro che aveva capito quasi tutto. Anche perché in piazza a Brescello, c’è sempre qualcuno che lo avvicina e gli consiglia di stare cauto. Oppure chi, come un cutrese che abita a “Cutrello” che gli dice di andarci piano con quelle storie scritte sul giornale.
Qualche settimana dopo quello scoop sul Po, Ungaro porta in redazione un’altra bella storia: un misterioso progetto di cen­trale a turbogas (con la medesima compa­gnia di giro coinvolta nell’affare) da smontare in Portogallo e rimontare qui sul Po, su terreni agricoli. E quella è la volta che a Ungaro gliela fanno pagare. L’allora sindaco di Brescello, Coffrini, licenzia in tronco il vigile urbano-cronista: Coffrini fa l’avvocato ed è padre del sindaco Coffrini junior che ora – dodici anni dopo il padre – nega insieme al parroco la presenza della mafia nel suo comune, l’uno e l’altro epi­goni poco letterari di Peppone e don Ca­millo.
“Il vigile Ungaro Donato lavora poco e propala notizie riservate del Comune”, fu la motivazione del licenziamento. Falsa, perché della centrale a turbogas non c’era traccia negli atti comunali (e questo era il problema, progetto “segreto”). L’operazio­ne antimafia di mercoledì 28 gennaio 2015 ha stabilito che nel 2009 le elezioni comu­nali a Brescello furono in­quinate dal voto mafioso. Ungaro lo scri­veva 12 anni fa.
Ecco chi è Donato Ungaro. Ora, l’imprenditore reggiano che scavava sab­bia abusivamente e che – come accertato dalla procura di Reggio E. – faceva con­correnza sleale alle ditte oneste reggiane, ha subito per questo vari sequestri in base alle norme antimafia. Ma allora era molto protetto e protestava con il mio giornale, mi telefonava: “Ma lei ce l’ha con me? Venga a farsi una gita sul mio vaporetto sul Po…”. Lui organizzava crociere per gente che contava. Io non ci sono andato e neppure Ungaro, ma molti giornalisti loca­li sì.
E ora? Quando sono andato via da Reg­gio, Ungaro è rimasto lì a cercare di fare il suo lavoro, ma alla fine gli hanno detto che scriveva male (come se le reda­zioni non fossero piene di tronfi e analfa­beti scrittori del nulla) e che non c’erano più soldi, la crisi dell’editoria, sai… Ar­rivederci e grazie. Due parole bastano per fare a meno di gente come Ungaro. Lui non ha mollato, ha girato per altri giornali e tv, poi si è fatto riconoscere il praticantato. Ha superato gli esami e ha preso il tesseri­no rosso da professionista.
Siccome però non riusciva a vivere di cronache che nessuno pagava, Donato è andato a Bologna e ha trovato un posto da autista di pullman che partono dalla sta­zione di Bologna. Poi ha avuto pro­blemi di sciatica e ora lavora in ufficio. E’ diret­tore del giornalino “Piazza Gran­de” dei sans papiers bolognesi, scrive li­bri su Gua­reschi. E aspetta la sentenza della Cassa­zione per essere riassunto al comune di Brescello: in appello, ha vin­to. Licenzia­mento illegittimo. Se vince la causa, però, non farà più l’autista e neanche il vigile urbano. In fondo, è lui, Ungaro Donato, che ha scoperto che la mafia esiste anche a Reggio Emilia…

 

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Da il Fatto Quotidiano.it del 13 febbraio 2015


Libertà di stampa: la storia di Donato Ungaro e dei cronisti senza nome


di Antonio Roccuzzo


Italia al 73esimo posto nel mondo per libertà di stampa. Lo dice la fredda statistica di Reporter sans frontieres. Italia dietro Moldavia e Ungheria. Del resto, qui, non in Ungheria o in Moldavia o Eritrea, tra il 1960 e il 1991 hanno ucciso nove giornalisti che si occupavano di mafia. Qui l’osservatorio “Ossigeno per l’informazione” continua a sfornare i suoi bollettini settimanali sui cronisti minacciati dalle Alpi a Capo Passero. Tra queste, c’è una storia piccola e lontana da riflettori o statistiche. E’ una storia concreta che ne racconta altre e spiega la classifica di Rsf. Tutto inizia nel 2000. Il protagonista si chiama Donato Ungaro, la storia si svolge in provincia di Reggio Emilia. E’ una storia che ho già accennato in un post di tre settimane fa ma ora ve la racconto nel dettaglio. Donato oggi non vive più tra Brescello e Boretto, dove 14 anni fa l’ho conosciuto quando faceva il vigile urbano e ha iniziato a scrivere per il quotidiano “Gazzetta di Reggio” (gruppo Finegil-Espresso), quando io facevo il capocronista di quel giornale.
A Brescello, il paese in riva al Po dove sono stati girati i film tratti da Guareschi, non c’era corrispondente e, si sa, no corrispondenti, no news. Il fotografo Ermes Lasagna segnala uno in gamba che fa il vigile urbano ma vuole fare il cronista, ha letto tutti i libri su Peppone e don Camillo ed è una scheggia. Un vigile corrispondente è prezioso: conosce tutti e guarda tutto. Ungaro arriva in redazione. Non ha mai scritto un articolo, ma ha il tarlo delle notizie. Imparerà. Gli chiedo di farsi fare una lettera di autorizzazione dal sindaco Loris Coffrini, per evitare casini. Precario a 4 euro a pezzo. Dice: “Non c’è problema” e va via come se l’avesse preso il Corsera.
I problemi arrivano quasi subito, quando il vigile-corrispondente trova notizie scomode, per quei luoghi. A Reggio Emilia e provincia la crisi non era ancora arrivata, c’era grande immigrazione e le imprese edili locali (in gran parte gestite da imprenditori calabresi provenienti da Cutro) costruivano a ritmi vertiginosi. Serviva sabbia. Un’impresa (la Bacchi, reggiana doc, sede a Boretto, anni dopo indagata dalla procura di Reggio E. ma allora ammanicata e potente), estraeva abusivamente sul Po. La Forestale indagava sugli abusi della ditta.
Nell’inverno 2002, mentre nevica, Ungaro filma le escavazioni illegali e la “Gazzetta” pubblica (fermi immagine, le pagine web in quell’epoca non c’erano). Il video amatoriale finisce in procura che apre un fascicolo. Qualche settimana dopo al cronista Ungaro, ignoti tagliano le ruote della macchina, per due volte e di notte. Come a Cutro, ma siamo a Boretto, provincia di Reggio Emilia, provincia tricolore, medaglia d’oro per la Resistenza, a dieci minuti dal museo Cervi. Io gli dico di andare dai carabinieri e quando va quasi lo dissuadono dal fare denuncia. Lui lo fa lo stesso.
Ungaro aveva capito quasi tutto e dieci anni prima che la procura di Bologna disponesse (è avvenuto tre settimane fa) un blitz sulle infiltrazioni delle cosche ‘ndranghetiste a Reggio e a Brescello, dove i cutresi hanno costruito un quartiere ribattezzato “Cutrello”. Non tutti i cutresi sono mafiosi, ovviamente, ma nel 2001, dopo la storia delle sabbie scavate abusivamente sul Po, Ungaro viene avvicinato in piazza a Brescello da uno dall’accento non emiliano che gli consiglia di stare cauto sul giornale. Sono i cutresi – lo dicono ora i pm antimafia di Bologna – che nel 2009 condizioneranno il voto a Brescello. Ma allora Ungaro questo dettaglio non può saperlo.
Ungaro porta in redazione un’altra bella storia: un misterioso progetto di centrale a turbogas da smontare in Portogallo e rimontare qui sul Po, su terreni agricoli, pronti a essere trasformati in zona industriale. E stavolta gliela fanno pagare. Il sindaco di Brescello licenzia in tronco il vigile urbano-cronista. “Lavora poco e propala notizie riservate del Comune”, fu la motivazione del licenziamento. Falsa; della centrale a turbogas non c’era traccia negli atti ufficiali o riservati comunali (e questo era il problema, progetto “segreto”).
Ecco perché la storia di Donato Ungaro, racconta quella di tanti altri cronisti senza nome sparsi per l’Italia. Eroi quotidiani della carenza di articolo 21 della Costituzione. Minacciati a Vigevano o a Lodi o a Sondrio, oltre che a sud di Napoli.
E ora, Ungaro che fa? Ha fatto causa al Comune e per un po’ ha continuato a scrivere. Si è fatto riconoscere il praticantato. Ha superato gli esami e ha preso il tesserino rosso da giornalista professionista. Siccome però non riusciva a vivere di cronache pagate 4 euro, Donato è andato a Bologna e ha trovato un posto da autista di pullman municipali. Poi ha avuto problemi di sciatica e ora lavora in ufficio. E’ direttore volontario del giornalino “Piazza Grande” dei sans papier bolognesi. E aspetta la sentenza di Cassazione per essere riassunto al comune di Brescello: in appello, ha vinto. Licenziamento illegittimo. Se vince la causa, però, non farà più l’autista né il vigile urbano. Nonostante tutto, continuerà a fare notizie. Anche guidando il bus numero 32.

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Da 24 Emilia del 30 gennaio 2015


Gli esordi della 'ndrangheta a Reggio


di Redazione


Nelle quasi 1.300 pagine dell'ordinanza emessa dalla procura distrettuale antimafia di Bologna che ha fatto scattare il 28 gennaio la maxi operazione "Aemilia", si legge di una mafia calabrese con radici sulle rive del Po.
Già agli inizi degli anni Duemila, a Reggio, alcuni episodi si rivelavano alquanto sospetti ma in pochissimi volevano aprire gli occhi sulle “profonde infiltrazioni della ‘ndrangheta”, come le ha definite il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti.
Nel luglio 2002, ad esempio, un omicidio a Poviglio, un uomo ucciso con colpi d’arma da fuoco alle spalle e incaprettato, ovvero una morte sopraggiunta per lento strangolamento. Dietro all'efferato delitto c’erano due siciliani e due campani legati alle mafie e un giro da 8 milioni di euro relativo alla falsificazione dei prosciutti, che soltanto anni dopo finirà nella prima relazione della Direzione nazionale antimafia sulla infiltrazioni in Emilia.
Gli inizi del 2000 erani gli anni della costruzione della nuova linea Tav e del boom edilizio in città. Le imprese edili locali, per la maggior parte cutresi, costruivano a ritmi vertiginosi e la sabbia del Po era preziosa, sia per lavori pubblici sia per quelli privati. Si scoprì che l’impresa reggiana Bacchi estraeva abusivamente sul Po e trasportava di notte. Un ex vigile urbano di Brescello, Donato Ungaro, filmò le escavazioni illegali che finirono sulla stampa poi in procura. Per questo Ungaro fu vittima di minacce e così anche il giornale che pubblicò i fatti. Ungaro fu licenziato dal Comune dall’allora sindaco di Brescello, Coffrini senior.

 

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Da il Fatto Quotidiano.it del 29 gennaio 2015


Ndrangheta al Nord: cosa ho visto a Reggio Emilia con 'occhi terroni'


di Antonio Roccuzzo


La mafia calabrese con radici sulle rive del Po. Dicono questo le 1.295 pagine di fredda ordinanza della procura distrettuale antimafia di Bologna che ha provocato il blitz del 28 gennaio. La mafia nel Nord eccola qui, nel cuore civile del Paese, nuda e cruda. La caduta di un mito che, per contrasto, risuona ancora nellafrase detta qualche mese fa dal parroco e dal sindaco di Brescello, provincia di Reggio (ma nell’Emilia): “La mafia qui non esiste”. Tragica e comica frase perché a proferirla sono gli infedeli e inadeguati epigoni di don Camillo e Peppone. Negli anni 2000-2004 ho fatto il cronista a Reggio Emilia, capo delle cronache della provincia di un giornale locale del gruppo L’Espresso, il più venduto in quella ricca e civile provincia reggiana, io che sono nato a Catania. Per questa seconda ragione, l’istinto mi aveva messo in allarme. All’inizio del millennio, a Reggio E. alcuni fatti puzzavano di cose a me già note e raccontate altrove. Arrivato in Emilia con la speranza di fare cronache “positive” su una parte nobile d’Italia, la città del primo Tricolore, della Resistenza, dei servizi pubblici mitteleuropei e degli asili-nido più belli del mondo, mi ero ritrovato a raccontare anche storie di “un altro mondo”. Tra resistenze (con la r minuscola) e pigrizie professionali, rimozioni, sottovalutazioni e di “ma chi te lo fa fare, sei un fissato…”.
Pochi si guardavano intorno né aprivano gli occhi sulle “profonde infiltrazioni della ‘ndrangheta” (così le ha definite ora il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti) in quel tessuto civile dove affondano le “radici democratiche” della Costituzione italiana.
Cosa ho visto, con occhi terroni, in quegli anni? Cosa accadeva a Reggio nell’Emilia?
Prima storia. Luglio 2002. Una sera, tra un indicente stradale e l’altro, la radio sintonizzata sulle onde della polizia, gracchia in redazione la seguente notizia. Omicidio a Poviglio, bassa nord, tra la città e il Po. Un uomo ucciso con colpi d’arma da fuoco alle spalle e incaprettato. Ora, “incaprettato” è gergo palermitano: una corda dietro le spalle, tra collo e piedi, morte per lento strangolamento. Mettemmo la parola mafia nel titolo. Quella piccola storia (dietro la quale c’erano due siciliani e due campani legati alle mafie ma anche un giro da otto milioni di euro legato alla falsificazione dei prosciutti) sette anni dopo finirà (compresi gli articoli scritti con il collega Tiziano Soresina) nella prima relazione della Direzione nazionale antimafia sulla infiltrazioni in Emilia.
Seconda storia. In quegli anni, lungo l’asse del Po, stavano costruendo la nuova linea Tav e a Reggio E. in pochi anni i residenti crebbero di decine di migliaia di unità. La crisi non era ancora arrivata e le imprese edili locali (in gran parte cutresi) costruivano opere e case a ritmi vertiginosi. La sabbia del Po era preziosa, per lavori pubblici e privati. Un’impresa (la Bacchi, reggiana doc, poi indagata), estraeva abusivamente sul Po, poi trasportava di notte. La Forestale si appostava sulle sponde del fiume e indagava sugli abusi. Il corrispondente del mio giornale, un ex vigile urbano di Brescello, Donato Ungaro, durante una nevicata, filmò le escavazioni illegali e noi pubblicammo tutto. Il video di Donato finì in procura. Al cronista Ungaro, ignoti tagliarono le ruote della macchina, per due volte e di notte. E un giorno, fuori dal giornale, arrivò un signore che mi disse: “E’ lei che pubblica le notizie e che fa il capo qui? Ma lei ce l’ha con i calabresi?”. Lo mandai a quel paese in siciliano e ci fu anche un mio collega reggiano che mi disse: “Ma non lo sai chi è quello?”. Era un Grande Aracri, della omonima famiglia di Cutro, residente a Brescello, frazione di “Cutrello” (un quartiere abitato da immigrati calabresi), ora al centro del blitz del 28 gennaio 2015. Qualche settimana dopo quello scoop, e dopo aver pubblicato notizie sul progetto di una centrale a turbogas (con tutta la medesima compagnia di giro coinvolta nell’affare) da smontare in Portogallo e rimontare qui sul Po, Ungaro fu licenziato dal Comune. L’allora sindaco di Brescello, Coffrini (padre del sindaco Coffrini junior che ora – dodici anni dopo – nega la presenza della mafia nel suo comune) licenziò il vigile urbano-cronista Ungaro. “Lavora poco e propala notizie riservate del Comune”, fu la motivazione. Falsa, perché della centrale a turbogas non c’era traccia negli atti comunali (e questo era il problema). L’operazione antimafia di mercoledì 28 gennaio 2015 ha stabilito che nel 2009 le elezioni comunali a Brescello sono state inquinate dal voto della cosca cutrese.
Continuo?
Terza storia. Ora, l’imprenditore reggiano che scavava sabbia abusivamente e che – come accertato dalla procura di Reggio E. – faceva concorrenza sleale alle ditte oneste degli imprenditori reggiani, è stato sotto inchiesta e ha subito per questo vari sequestri in base alle norme antimafia. Ma allora era molto protetto e protestava con il mio giornale, mi telefonava: “Ma lei ce l’ha con me? Venga a farsi una gita sul mio vaporetto sul Po…”. Lui organizzava crociere frequentate da gente che contava. Io non ci sono andato.
Quarta storia. Non era l’unico, a telefonarmi. Telefonava e scriveva al giornale anche il reggianissimo Giuseppe Pagliani, allora consigliere comunale del centrodestra a Scandiano. Ora è capogruppo di Forza Italia a Reggio E. e consigliere provinciale: in questa veste nel dicembre scorso ha proposto di aprire uno sportello per la legalità in Provincia.
Pagliani era cortese, a me sembrava un po’ fesso e comunque era un esponente emergente dell’opposizione: un mestiere duro in una provincia nella quale 49 comuni su 49 erano governati dal centrosinistra. Lo ascoltavo. Una volta mi chiese: ”Lei è comunista?”. Risi e con una scusa chiusi, negando di aver mai avuto una tessera in tasca. Faceva l’avvocato. Ora lo hanno arrestato perché in una cena avrebbe ricevuto la proposta di fare gli interessi dei cutresi a Reggio E., insieme a giornalisti compiacenti. Secondo l’accusa, lui non l’avrebbe rifiutata, quella proposta.

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Da il Fatto Quotidiano.it del 01 ottobre 2014


'Ndrangheta: benvenuti a Cutrello di Brescello, dove 'la mafia non esiste'


di Antonio Roccuzzo


Accade a Brescello, nel cuore dell’Emilia, mille chilometri dalla Calabria. Ma questa è una storia di mafia e di cultura mafiosa. Sarà certamente (come dice il sindaco trentenne di Brescello, Marcello Coffrini) “un uomo bene educato”, ma ciò non toglie che Francesco Grande Aracri sia un condannato in via definitiva per fatti di mafia, sezione ‘ndrangheta e appartenenza Cutro, cosca rivale dei Dragone di Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone. Storie poco educate e molto chiassose delle quali il sindaco emiliano non ha sentito neanche un lontano frastuono, ma accadono proprio intorno a lui e da decenni. Allora è bene ricordare.
La cosa interessante è che, come molti altri esponenti mafiosi residenti nel nord Italia, Grande Aracri vive da 30 anni a Brescello, provincia di Reggio Emilia, paesino sulle sponde del Po e nella memoria collettiva luogo-simbolo di civiltà democratica perché si tratta del paese dove sono stati girati i film su Peppone e don Camillo.
Punto e basta con le citazioni letterarie, perché ci sono una serie di problemi niente affatto letterari dietro la manifestazione di pubblica stima tra un sindaco emiliano e un condannato per mafia calabrese. Alcuni giorni fa, tutto il paese è sceso in piazza per solidarietà con il sindaco e implicitamente con Grande Aracri, uomo forse bene educato, ma condannato per mafia e “imprenditore edile” al quale nel novembre del 2013 la procura distrettuale antimafia di Bologna ha sequestrato beni immobili per la bellezza di tre milioni di euro, beni posseduti in Emilia e “frutto di attività mafiose”. Cosa c’entri questo con la buona educazione, il sindaco Coffrini (avvocato e figlio di avvocato) non riuscirà mai spiegarlo, codici e garantismo alla mano.
“Brescello non è mafiosa, qui non c’è mafia”, sostengono il parroco (sì, proprio lui, l’erede di don Camillo) don Evandro e alcuni cittadini brescellesi scesi in piazza a sostegno del sindaco accusato di amicizia con Grande Aracri. Accade a Brescello, non a Corleone, nell’autunno 2014.


















“La percezione sociale del pericolo di inquinamento mafioso della società a Reggio Emilia è più basso che in Sicilia”, ha detto preoccupato Francesco Maria Caruso, presidente del tribunale locale. Dunque, ricominciamo da capo, con questa storia che fa tilt con la geografia, il codice penale, la logica e soprattutto con la storia civile di Brescello e della provincia di Reggio Emilia.
Prima di tutto, siamo in una terra civile che tuttavia da almeno un decennio non è esente da infiltrazioni mafiose. A Brescello, non si può essere tanto distratti. Nella relazione del 2007, la Direzione nazionale antimafia scrive a pagina 284: “A Reggio Emilia hanno permesso di affermare un forte radicamento di affiliati alle aggregazioni mafiose di Cutro e Isola di Capo Rizzuto, riconducibili alle cosche Arena-Dragone e Grande Aracri- Nicosia”.
La prima volta che in provincia di Reggio Emilia i cittadini hanno potuto clamorosamente rendersi contro di quella ingombrante presenza risale al 1992, quando un commando mafioso uccise Giuseppe Ruggiero, proprio a Brescello; per quell’omicidio sono stati condannati esponenti del clan Dragone. E poi, andiamo al 1998, il 12 dicembre: in un bar di via Ramazzini, Reggio Emilia, lungo la ferrovia che spacca in due la città, esplode una bomba. Quattro feriti. Regolamento di conti tra i due clan citati dalla Dna, con un preambolo di cinque giorni prima: il 7 dicembre 1998, un uomo nato a Cutro e residente a Reggio Emilia era stato ucciso in città. “Primi segni di una faida in terreno emiliano ma combattuta tra i clan cutresi”, osserva sette anni fa la super procura nazionale antimafia.
Cutro è un paese di migranti calabresi: tre quarti dei suoi abitanti vivono da anni a Reggio Emilia dove sono ormai una comunità radicata. Imprenditori edili, ma non solo. Anche avvocati, consiglieri comunali, di destra e di sinistra e tra loro – in mezzo a un sacco di gente bene educata e perbene – qualche “mela marcia” deve pur annidarsi. A Brescello, per non andare troppo lontano dalla storia poco giareschiana del paese sul Po, c’è un quartiere dove vivono i cutresi e tutti lo chiamano scherzosamente “Cutrello”.
E a Cutrello di Brescello abita proprio Francesco Grande Aracri. Il 19 aprile 2007, la Cassazione ha condannato in via definitiva numerosi appartenenti al clan Grande Aracri per vari reati (omicidio, riciclaggio, associazione mafiosa), ma anche – relazione Dna del 2007, pagina 285 – “per aver partecipato ad attività di riciclaggio nel settore degli appalti, nel comune di Reggio Emilia”. Il processo, iniziato a Reggio Emilia, si chiamava eloquentemente “Edilpiovra”.
Ora, uno potrebbe chiedere una cosa semplice. Caro sindaco e avvocato Coffrini, visto che voi vivete sulla civilissima sponda emiliana del Po, perché non ammetterlo: saranno anche bene educati, ma questi particolari cittadini brescellesi con radici cutresi, condannati in via definitiva per gravissimi fatti, sono vicini alle mafie calabresi, hanno famiglie condannate e sono condannati loro personalmente, hanno forse inquinato l’economia della sua civilissima cittadina e della sua terra.
Fernandel e Gino Cervi (e non inquietiamo Giovannino Guareschi) si rivoltano nelle loro tombe, perché – oltre lei – perfino il parroco in carica ha difeso quel “bravo cattolico” Francesco Grande Aracri che ovviamente frequenta la messa di domenica.
E allora, la mafia non esiste perché fa la questua domenicale nella chiesa dei film su don Camillo?

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Dall'agenzia Internazionale Stampa Estero del 15/03/2011





BUCAREST - è stato presentato presso la scuola secondaria Nanu Muscel, a Campulung Muscel, in Romania, il libro "Egregio Ingegnere Giuseppe Bottazzi" di Donato Ungaro. La comunità italiana ha partecipato insieme ai docenti Adina Lipan, Ioana Gosav, Catalin Zarnescu e al presidente dell’associazione degli emiliano-romagnoli di Campulung Muscel, Julian Zanvetor. L’autore del romanzo, Donato Ungaro, era in collegamento diretto dall’Italia. Dalla fantasia del giornalista Donato Ungaro è nato un appassionante racconto ambientato sulle rive del Po che rievoca, a cinquant’anni di distanza, le atmosfere dell’intramontabile saga guareschiana di Peppone e don Camillo. Protagonisti, questa volta, i nipoti dei due eterni duellanti: il giovane ingegnere Giuseppe Bottazzi, che dal celebre nonno comunista eredita non solo una casa nella Bassa ma anche il nome e il cognome, e la missionaria laica Cesira, unica discendente del famoso parroco. Per un caso fortuito i due s’incontrano dando inizio a una lunga serie d’avventure. Per una migliore comprensione dei fatti e dei personaggi, è stato proiettato, prima della presentazione del libro, il film "Don Camillo" interpretato da Fernandel e Gino Cervi.



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Dalla
Gazzetta di Reggio del 24/02/2011



«Buongiorno Regione» dedica un'ora a Brescello

Un'ora di diretta su Rai Tre a 60 anni dal primo ciak dei film di don Camillo e Peppone
«Buongiorno Regione» dedica unora a Brescello
 BRESCELLO. Per i telespettatori mattinieri è stata una    sorpresa vedere, alle 7.30 alle 8.30, un collegamento in diretta dalla piazza di Brescello realizzato dalla redazione Rai di Bologna, per parlare di «Brescello ai giorni nostri» a 60 anni dal primo «ciak» dei film di don Camillo e Peppone che hanno reso celebre il piccolo paese rivierasco in tutto il mondo.  La troupe di RaiTre, infatti, ha dapprima registrato alcune scenette con i tradizionali attori della Pro loco che, in varie occasioni, interpretano i personaggi guareschiani a Brescello ma anche «all'estero» visto che erano anche nella comitiva recentemente ricevuta dal Papa.  La diretta di Rai Tre ha ripercorso i passaggi storici della fama del paese che è diventato uno dei riferimenti più importanti per il turismo nella provincia, richiamando anche dall'estero molti curiosi e appassionati dei film di don Camillo e Peppone. Le telecamere hanno quindi presentato i tradizionali scorci del paese e gli scenari dei film.  Poi c'è stata anche l'intervista allo scrittore Donato Ungaro, che ha parlato del suo libro «Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi» che ripercorre la storia «moderna» di un presunto nipote del sindaco Peppone, emigrato a Milano, che dopo tanti anni ritorna nel suo paese natale.  Per chi non ha potuto assistere alla diretta su Rai Tre Emilia Romagna, il programma potrà essere visto in "streaming" sul sito internet della Rai ma sarà anche inserito nel sito internet del Comune. (f.d.)

 


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Da il Resto del Carlino  del 07/01/2011




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Dalla Gazzetta di Parma del 30/12/2010


 

Un romanzo sui nipoti di

Peppone e Don Camillo



E’ da poco uscito il libro «Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi», scritto da Donato Ungaro, ex corrispondente per la Gazzetta di Parma.
L’idea è nata quando Donato lavorava a Brescello (faceva il vigile urbano) e una signora gli ha chiesto dove fosse il cimitero perché voleva rendere omaggio alle tombe di Peppone e Don Camillo. «Le ho spiegato che, essendo personaggi di fantasia, non potevano avere tombe. E’ rimasta sconvolta. Credeva che Peppone e don Camillo fossero esistiti per davvero e che, quindi, avessero una tomba. Abbiamo riso, ma in mente stava già nascendo la storia». Protagonisti un nipote di Peppone, che ha il suo stesso nome e cognome, emigrato in Germania insieme al padre, quando era bambino; e una pro-nipote di don Camillo,  figlia di una nipote del parroco. Un malinteso li porta davanti alla scrivania che fu di Peppone e qui i due vestono panni che non sapevano neppure di avere nell’armadio, iniziando a discutere quasi come facevano i due antenati.
 Il resto del libro si snoda in undici racconti, con incursioni tra le Mille Miglia, prostitute nere e vecchi comandanti partigiani, una piena storica del Po con i suoi volontari che salvano una frazione guidati proprio dalla Cesira e dal nipote di Peppone.
Il libroè edito da Battei, e si può trovare a Parma e in diverse librerie ed edicole della Bassa: a Sorbolo, Mezzani, da Panciroli a Colorno, nelle edicole di Brescello e al Museo di Peppone e don Camillo. Su Internet, in quasi tutti i siti di commercio di libri.
Per Donato Ungaro la scrittura è una vera e propria malattia: attualmente cura una rubrica su «Piazza Grande», lo storico giornale di strada di Bologna,  e collabora con alcune testate bolognesi.
Tanti i suoi libri preferiti: «Alcuni classicissimi come Il vecchio e il mare, Il giorno della civetta, Una storia semplice, Il fu Mattia Pascal; tutto Guareschi e Totò il buono di Zavattini. Mi piace anche Camilleri, non solo Montalbano. La scrittura siciliana non è poi tanto lontana da quella emiliana».
Adesso Donato Ungaro ha iniziato «Un romanzo con protagonisti una guardia giurata e una studentessa. I due si incontrano in una situazione tragica, si guardano in faccia per pochi secondi e poi si perdono di vista. Si incontreranno dopo alcuni anni, cambiati profondamente entrambi e in una situazione tanto irreale quanto vera e, nuovamente, tragica. Lieto fine, ma con filone pseudo-psicologico. E poi ho già scritto qualche racconto del secondo libro di "Peppino" Bottazzi e della Cesira».
Aspettiamo quindi di vedere le sue nuove idee trasformate in romanzo.


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Dalla Gazzetta di Reggio del 29/12/2010


Brescello, un libro sui nipoti di Peppone e Don Camillo

BRESCELLO. Si chiama «Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi» (edizioni Battei) il libro d’esordio di Donato Ungaro, brescellese d’adozione, che nella sua opera tratta le vicende dei nipoti di Peppone e Don Camillo. I due personaggi (l’ingegner Bottazzi e la missionaria laica Cesira) tornano così ad animare il paese, come fecero i loro celebri parenti, tra una discussione e l’altra. Il libro può essere acquistato sul sito internet www.donatoungaro.com.
Sulla copertina del libro c’è un’immagine del fotografo della Gazzetta, il brescellese Ermes Lasagna


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Da l'Informazione di Reggio del 29/12/2010


Storie all’ombra del campanile

Undici racconti ambientati a Brescello, con protagonisti un nipote di Peppone, l’ingegner Giuseppe Bottazzi, e una pronipote di don Camillo, la missionaria laica Cesira. Si intitola “Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi” il libro d’esordio del giornalista Donato Ungaro edito dalla casa editrice di Parma Battei. Pubblicato in questo fine 2010, nel volume i due giovanotti vengono chiamati sulle rive del Po per discutere di una pratica burocratica riguardante i rispettivi antenati: il nonno Giuseppe Bottazzi e il prozio don Camillo. Proprio davanti alla scrivania che fu di Peppone l’ingegner Bottazzi e la Cesira “vestono improvvisamente panni che non sapevano neppure di avere nell’armadio” e ricominciano a discutere quasi come facevano i loro compianti parenti. Grazie alla “invenzione” dei nipotini di Peppone e don Camillo, epiche discussioni e umane passioni tornano così ad animare il paese all’ombra del campanile cinematograficamente più famoso d’Italia.


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Dalla Gazzetta di Parma del 20/11/2010




Al via gli "Aperitivi di Mangia come scrivi"

 
MONTECHIARUGOLO (Parma) - Al via, da oggi SABATO 20 NOVEMBRE, gli Aperitivi di Mangia come scrivi. All’interno della mostra “Mangia come scrivi 2006-2010: cento di questi scatti e … di questi libri”, nel Palazzo civico di Montachiarugolo, alle 18, andrà in scena il primo dei tre appuntamenti letterari e gastronomici condotti dal giornalista Gianluigi Negri. Alle tradizionali letture e presentazioni “incrociate” - uno dei piatti forti della rassegna Mangia come scrivi, nata nel 2006 - si alterneranno degustazioni gratuite di prodotti tipici e vino. La parte gastro-enologica sarà curata dal Caffè ‘900, in collaborazione con il Salumificio Mazzoni che presenterà tre prodotti: fiocco di spalla, crudo e coppa.
Gli scrittori protagonisti saranno Matteo Bortolotti, Donato Ungaro e Anna Cassarino. Matteo Bortolotti, bolognese, è stato uno degli sceneggiatori della serie “L’ispettore Coliandro”. Nel 2007 ha fondato Story First, società di produzione contenuti per cinema, tv ed editoria. Nel suo ultimo libro “Emilia Romagna misteriosa” (Castelvecchi), a metà tra guida turistica e antologia di racconti, parla anche del fantasma della Fata Bema.
Donato Ungaro, nato nel 1963 a Milano, ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza tra la capitale meneghina e la Bassa reggiana. Nel 1994 si è trasferito a Brescello, poi a Boretto. Collaboratore di vari quotidiani e tv (Tv Parma e La 7), ha appena pubblicato “Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi” (Battei) con protagonisti i nipoti di Don Camillo e Peppone.
Anna Cassarino, nata a Como, ha vissuto a Brighton, Parigi, Salisburgo e Firenze. Dal 1993 scrive articoli e realizza installazioni e sculture sulla Natura. Nel 2002 ha dato vita al progetto “A scuola dagli alberi”. E’ autrice di “Alberi della civiltà – Prontuario degli alberi che difenderanno il nostro futuro” e “Alberi monumentali d’Italia – Guida ai più illustri personaggi del popolo vegetale”.
Il prossimo Aperitivo di Mangia come scrivi si terrà sabato 11 dicembre ed avrà per protagonista Wilma De Angelis che, insieme al suo biografo Lucio Nocentini, presenterà il suo nuovo libro “Spaghetti, Wilma, insalatina e una tazzina di caffè”.



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Da Nuovo Informatore n° 9/2010 (novembre/dicembre)

Informatore












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Dal blog di Katia Brentani

Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi, Donato Ungaro

Alla libreria Trame presentazione del libro
Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi
di Donato Ungaro.
Giovannino Guareschi ha saputo raccontare, attraverso i suoi personaggi più famosi Don Camillo e Peppone, un mondo, quello della “Bassa”, con l’incanto e l’ironia che rendono unico quel luogo. Donato Ungaro, giornalista e grande estimatore di Guareschi, a cui ha dedicato una raccolta fotografica intitolata La Milano mia e di Giovannino, ha scritto un libro che ci riporta a quel mondo. Relatrice dell’incontro la giornalista Paola Rubbi, volto noto del Tg regionale dell’Emilia Romagna. Paola Rubbi presenta l’autore, precisando che nel libro ritroviamo le motivazioni e lo spirito di Guareschi ma “c’è anche quel tanto di nuovo e moderno legato al fatto di appartenere a un’altra generazione”. Incipit della storia è il ritorno nella “Bassa” di Giuseppe Bottazzi, ingegnere che lavora in una fabbrica di automobili in Germania, per esumare la salma del nonno, il mitico Peppone, di cui porta il nome. Per lo stesso motivo Cesira, missionaria laica, unica discendente del battagliero e mai dimenticato Don Camillo, viene convocata dal sindaco in municipio. L'’ingegner Bottazzi e Cesira si incontrano e, a causa di un malinteso, iniziano a “volare parole grosse”. Paolo Rubbi fa notare che questo libro non è un giallo, ma è un giallo come la vita stessa e la protagonista indiscussa è la “Bassa”. La “Bassa” dove il ricordo di Peppone e Don Camillo è così reale da far chiedere a una donna “dove si trova la tomba di Peppone e Don Camillo?”. La “Bassa” dove esiste, a Mezzano,  un cimitero in golena. Cimitero che a ogni inondazione si riempie d’acqua e dove le bare hanno buchi: l’acqua come entra, esce. La “Bassa” che è un luogo dell’anima ed è bello sapere che c’è.Katiapenne, 10 novembre 2010

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Da Piazza Grande n°166 (luglio 2010)


Ritorno a Guareschi


CopertinaUna storia inventata dell'Emilia vera. Un racconto che prende a pretesto il Guareschi di Peppone e don Camillo per andare oltre e fare vivere personaggi creati apposta per dare valore a quella Bassa reggiana così cara all'autore. "Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi" di Donato Ungaro (Battei, Parma 2010) comincia parlando di un cimitero per poi risalire piano piano proponendo un intreccio curioso tra mondi apparentemente diversi, fino a toccare le passioni automobilistiche del protagonista. E dalla rievocazione della Mille Miglia che fa da scenografia alla seconda parte del romanzo, si sente tutto l'odore di olio bruciato e bronzine surriscaldate. "Una provincia italiana a se' stante - scrive Ungaro nella prefazione al suo primo libro -. Una provincia unica che segue il corso del Po, fino al Delta e che accomuna paesi e abitanti; anche se appartengono a regioni diverse, anche se parlano dialetti diversi. Marinai di un'unica, comune acqua dolce". Che poi Donato Ungaro, giornalista e scrittore nato a Milano nel 1963, sia uno dei nuovi e prestigiosi collaboratori di Piazza Grande, è tutta un'altra storia da raccontare. Magari  in un prossimo libro. (Mauro Sarti)




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Dalla Gazzetta di Reggio del 06/06/2010


I nipoti di Peppone e Don Camillo

BRESCELLO. Un giovane ingegnere che lavora in Germania ha ereditato dal nonno una casa in un paese in riva al Po, ma anche il nome e cognome: Giuseppe Bottazzi. Un giorno deve tornare al paese per riesumare la salma del nonno che tutti chiamavano Peppone e faceva il sindaco. La Cesira è invece una missionaria laica, sua mamma aveva uno zio prete che si chiamava Don Camillo. I due s’incontrano per caso nel paesello lungo il Po e, per un malinteso, sono subito «scintille». Come quelle che segnavano i rapporti dei loro antenati, gli amici-nemici nati dalla fantasia di Guareschi e resi immortali dalla celebre saga cinematografica.
E’ il contenuto di «Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi» libro nato dalla mente sempre in movimento del giornalista Donato Ungaro ed edito da Battei. Il volume viene presentato martedì prossimo alle 18 alla libreria Battei in Strada Cavour a Parma. Tra coloro che hanno letto le bozze del libro c’è il regista Pupi Avati: «Ho trovato l’idea originale e alcuni racconti davvero gustosi».





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Dalla
 Gazzetta di Parma
del 04/06/2010

Due "ex-sindaci" e un parroco tengono a battesimo i neonati nipoti di Peppone

e don Camillo


CopertinaIl parroco bolognese don Fabio Betti, il segretario provinciale del Pd di Parma Roberto Garbi e il presidente del consiglio provinciale di Parma Meuccio Berselli saranno i protagonisti della presentazione del libro "Egregio ingegner Giuseppe Bottazzi", in cui l'autore Donato Ungaro ha dato vita a un nipote di Peppone, appunto l'ingegner Giuseppe Bottazzi, e a una pronipote di don Camillo, la missionaria laica Cesira.
Nel volume edito da Battei i due giovanotti vengono richiamati sulle rive del Po, per discutere di una pratica cimiteriale riguardante i due rispettivi antenati: il nonno Giuseppe Bottazzi e il prozio don Camillo. Proprio davanti alla scrivania che fu di Peppone l'ingegner Bottazzi e la Cesira "... vestono improvvisamente panni che non sapevano neppure di avere nell'armadio..." e ricominciano a discutere quasi come facevano i loro compianti parenti.
Il libro di Ungaro si compone di undici racconti che, proprio grazie alla "invenzione" dei nipotini di Peppone e don Camillo, riportano epiche discussioni e umane passioni all'ombra del campanile cinematograficamente più famoso d'Italia.
Il regista Pupi Avati, tra coloro che hanno potuto leggere in anteprima le bozze del libro, ha avuto modo di scrivere "... ho trovato l'idea originale e alcuni racconti davvero gustosi".
L'appuntamento è per martedì 8 giugno, ore 18, in strada Cavour a Parma.


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Il_Bologna

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