Il Leggio: L'antimafia (ma non solo) letta per voi, da voi

Hai letto un libro o uno studio sul tema trattato in questo blog, o comunque riconducibile ad argomenti correlati, e vuoi inviarmi la tua recensione? Sarò ben felice di pubblicarla.

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  I mille giorni di Aemilia: di Tiziano Soresina

Questa volta la recensione lascia spazio a un'intervista; a un amico - innanzitutto - ma anche a un giornalista che dagli anni Novanta si occupa di malaffare in provincia di Reggio Emilia.
Tiziano Soresina, storico cronista di “nera” della Gazzetta di Reggio, presenza costante alle udienze del processo scaturito dall'Operazione Aemilia: 147 imputati che dalla primavera 2016 all'autunno 2018 sono sfilati davanti alla Corte presieduta dal giudice Francesco Caruso, coadiuvato dai giudici Cristina Beretti e Andrea Rat (oggi tutti sotto protezione). Quelle udienze sono diventate un “romanzo”, come dice lo stesso Soresina; che presenta il suo I mille giorni di Aemilia a Bologna, alla libreria Zanichelli di piazza Galvani.
Tiziano, partiamo dalla domanda banale. Perché I mille giorni di Aemilia?: «Era necessario, per permettere una maggiore consapevolezza da parte della comunità. In quell'aula si sono riscritti molti episodi che hanno segnato la storia della provincia di Reggio Emilia e dei territori vicini. È necessario prendere consapevolezza di come si è passati da quella che pensavamo “solo” infiltrazione al dramma del radicamento. Da cronista del quotidiano, ho usato un linguaggio leggibile per trasformare le 195 udienze in una sorta di “romanzo”; ma un romanzo nel quale ho trovato cose che non potevo immaginare neanch'io, tanto che ho dovuto scrivere 40 approfondimenti per capire appieno alcuni fattori che hanno portato la cosca al di fuori dei confini della provincia di Reggio Emilia».
Dalle pagine della sentenza emerge, da parte del collegio giudicante, la necessità di continuare sulla strada delle indagini; perché Aemilia non sembra essere finita: «Purtroppo è così, emerge prepotente la necessità di proseguire. I pentiti in aula hanno fornito indicazioni chiare che sono poi state riscontrate; l'arresto di Carmine Sarcone durante il processo, con l'accusa di essere il nuovo capo della cosca; l'Operazione Grimilde che ha portato all'arresto di esponenti di spicco della famiglia Grande Aracri; il processo Aemilia '92 in corso a Reggio Emilia per gli omicidi Vasapollo e Ruggero; quello che è successo a Francesco Amato (e ai suoi figli ndr.). Aemilia sembra andare ben oltre i mille giorni».
La politica è stata solo sfiorata da Aemilia. Dovremo aspettarci sviluppi?: «Gli aspetti politici sono stati sviscerati dai pentiti e credo che alcuni ragionamenti vadano fatti anche sulle cooperative, sulle professioni, sulle banche, gli uffici postali».
Aemilia è più un fenomeno sociale o giudiziario?: «Investigativo, prima di tutto, con la società che ha il compito di far propri i riscontri investigativi. Le indagini hanno riportato dei cedimenti degli imprenditori, di alcune 'mele marce' delle forze dell'ordine, della politica. Su questo la società deve riflettere».
Parliamo del giornalismo?: «Prima di Aemilia non era facile parlare di certi temi; io mi occupo di questi argomenti dalla fine degli Anni Novanta, ma in certi periodi – in provincia di Reggio Emilia – mi son trovato da solo a trattare di criminalità organizzata. Oggi qualcosa è cambiato, ma non è diventato più facile. Anzi! Molti arresti hanno caratterizzato gli ultimi periodi e questo determina una rivalutazione costante dell'organizzazione criminale della cosca. Ricordiamo che la Cassazione ha stabilito definitivamente che in Emilia Romagna esiste una cosca autonoma di 'ndrangheta. Il linguaggio 'criminale' è divenuto più difficile da interpretare, la tecnologia sta aiutando molto i criminali, la collaborazione dei professionisti – visto lo spostamento nel settore economico e finanziario della cosca – è diventato sempre più importante. Si spara meno ma si fanno molti più affari; e il giornalismo d'inchiesta deve adattarsi a questi nuovi scenari. Chi comanda oggi, con i capi in carcere? Si parla di un'alleanza criminale della 'ndrangheta con i casalesi; è vera questa ipotesi? Sono queste le nuove sfide del giornalismo che vuole fare inchiesta. Aemilia è stato un processo seguito più dalle testate locali che da quelle nazionali; ed è il “locale” che deve capire che oggi la 'ndrangheta non è più una 'roba tra cutresi'.».
I mille giorni di Aemilia può essere acquistato, oltre che nelle librerie, anche on-line su Amazon.it, sia in formato cartaceo che come E-book (formato Kindle).

Donato Ungaro

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 Questione di rispetto: di Giuseppe Baldessarro

È un romanzo; anzi no, è un saggio. O meglio, è una auto-biografia; anzi, ancora di più: una biografia. E forse anche un verbale di interrogatorio. Oppure non è niente di tutto questo; perché non è uno solo di questi “modelli”, in quanto rappresenta una miscellanea di tutti i generi elencati.
Questione di rispetto è semplicemente – pur per quanto sia “complicata” – la vita di un Uomo. Non un uomo qualsiasi, ma un Uomo di Calabria. Che ha saputo e che soprattutto ancora oggi vuole vivere in Calabria: nella Sua Calabria. Nella Sua Palmi.
Un libro che nasce dall'incontro di due calabresi; da una parte il protagonista del testo, Gaetano Saffioti, imprenditore che si trova suo malgrado a fare i conti con una realtà che lo vede scegliere uno stile di vita che – come ci spiegherà – profuma di Libertà anche tra mura altre quattro metri, e dall'altra un giornalista calabrese di Locri che vive a Bologna, Giuseppe Baldessarro, il quale ha convinto Gaetano a raccontare a tutti non tanto la cronaca della sua vita (quella la si può trovare su centinaia di siti), ma le emozioni di una scelta. I sentimenti che lo hanno portato a determinate decisioni.
Scelte e decisioni non facili; ma a un certo punto l'imprenditore di Palmi ha capito una cosa che ora definisce semplice: sottostare alle indicazioni della 'ndrangheta non rappresenta la scelta più facile. E allora si decide di scavalcare un muro, di uscire da una gabbia che non è fatta di metallo e cemento, ma da paure ancestrali e preclusioni ataviche, che convincono i soggetti colpiti dal cancro parassitoide che è la 'ndrangheta che non vi è una cura. Che la 'ndrangheta è un male incurabile. E invece c'è la cura, come ci dimostra Gaetano.
Ed è dentro ognuno di noi; nel nostro Cuore, negli occhi dei nostri figli, nella vicinanza e nella comprensione dei nostri cari più sinceramente cari.
La cura contro la 'ndrangheta ha la stessa forza del male che è destinato a sconfiggere; solo che non crea sconquasso come invece fanno gli 'ndranghetisti. Bruciano i camion, i quartini e gli sgarristi; compra scavatori nuovi, Gaetano Saffioti.
Per rispondere a chi lo vorrebbe lontano da Palmi, immatricola i nuovi mezzi intestandoli alla sua azienda caparbiamente ancorata a Palmi, in quel mare tempestoso che è la Calabria.
E non ha dubbi quando c'è da demolire la villa simbolo del clan Pesce, a Rosarno: «Lo faccio io e lo faccio gratis». A condizione di poterlo fare personalmente! È questo Gaetano Saffioti, un imprenditore che non si preoccupa del bilancio di attivi e passivi nei confronti dello Stato. Lavora gratis per buttare giù la villa dei Pesce, in nome dello Stato; ma lo Stato non accetta la sua offerta di mezzi e materiali per l'opera di ricostruzione legata al terremoto del Centro Italia. Sempre gratis. Così Stato preferisce pagare imprese che poi – il Processo Aemilia ci insegna – vedono nella ricostruzione post terremoto una gallina dalle uova d'oro. E per dirla con Giovanni Falcone: «Follow the money...», seguite i soldi; e si troverà la mafia.
Ma lo sapeva Tanino che sarebbe finita così; come sapeva che nel momento in cui avrebbe deciso di denunciare, imboccando la strada della Libertà, tra lui e “l'altra società” si sarebbe creato un muro: «...Da quel momento in poi, Saffioti sarebbe stato da una parte e tutti gli altri dal'altra. Lo avrebbe imparato a sue spese Gaetano. Amici, colleghi istituzioni, politici e persino pezzi della sua stessa famiglia non sarebbero più stati al suo fianco. Era solo... / … Oltre a quel segno immaginario, c'era chi da quel momento in poi l'avrebbe odiato per tutta la vita e gli ignavi. Quelli che si nascondevano ogni volta dietro i “ma”, i “però”, i “forse”, i “non sono convinto”...».
D'altronde, non sarebbe Gaetano Saffiotti; non sarebbe quell'imprenditore che rifiuta le convenzioni economiche a cui avrebbe diritto come collaboratore di giustizia. Non sarebbe quell'Uomo di Calabria che rifiuta l'appellativo di eroe con sdegno.
Non sarebbe Gaetano Saffioti se non fosse cosciente della sua condizione, che lo rende davvero libero. «...ma è nella mia testa e nel mio cuore che mi sento finalmente libero. E ora guardo liberamente al mio avvenire e all'avvenire della collettività. Ho fatto una scelta creando quel confine e alzando quel muro. Ho scelto di morire da uomo libero...».

Donato Ungaro

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 Cose di cosa nostra: di G. Falcone e M. Padovani

 

     Fa un certo effetto leggere, a 24 anni di distanza dalla strage di Capaci, un libro come Cose di cosa nostra, di fatto scritto a quattro mani da Giovanni Falcone e da Marcelle Padovani; fa effetto perché nelle venti interviste rilasciate dal magistrato palermitano alla giornalista francese - e che hanno fatto nascere questo libro - c'è una disamina attenta e precisa di quello che la mafia è stata e soprattutto di quello che la mafia sarà negli anni a seguire. Parla di cose che conosce perfettamente, Falcone, testimone straordinario di una società - quella mafiosa - che ha visto e toccato; con la quale ha dialogato, attraverso i confronti con mafiosi che hanno deciso di collaborare con la giustizia, affidando la propria vita nelle mani di quel giudice di cui avevano deciso di fidarsi. Traspare, dalle parole infilate come perle in una preziosa collana dalla cronista transalpina, un rapporto quasi "socratico" tra
l'investigatore e l'oggetto delle sue indagini; tra Falcone che sapeva perfettamente che su Cosa Nostra ci sarebbero state sempre cose nuove da scoprire, e una realtà criminale che si evolve in un perenne sviluppo.
     C'è, nelle pagine di Cose di cosa nostra, la coscienza da parte del magistrato che diventa obbligatorio pensare alla vita come un bene non infinito; e per questo "... ho imparato ad accorciare la distanza tra il dire e il fare. Come gli uomini d'onore. In certi momenti, questi mafiosi mi sembrano gli unici esseri razionali in un mondo di folli...". Uomini, questi mafiosi, che decidono di mettere la propria intelligenza al servizio di una società criminale che - in caso di errore - non avrà esitazioni a eliminarli senza pietà; eppure, rischiano la propria vita per una sub-cultura che sarebbe errato pensare nata esclusivamente da una rozza ignoranza. Anzi, Falcone sostiene - citando lo storico inglese Denis Mack Smith -, che la mafia sarebbe "...non frutto abnorme del solo sottosviluppo economico, ma prodotto delle distorsioni dello sviluppo stesso...". Perché, oltretutto, "...si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale..."; e allora è necessario comprendere che non si deve pensare alla criminalità organizzata come "...una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia...".
     Ma cos'è esattamente, allora, la mafia? Giovanni Falcone ce lo spiega con un aneddoto: "...Uno dei miei colleghi romani, nel 1980, va a trovare Frank Coppola, appena arrestato, e lo provoca: 'Signor Coppola, che cosa è la mafia?'. Il vecchio, che non è nato ieri, ci pensa su e poi ribatte. 'Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell'appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia...". Tempo fa scrivevo, parafrasando Giorgio Gaber, che "io non temo tanto il mafioso in sé, quanto il mafioso in me...". Le autorevoli parole di Falcone confermano che il rischio di essere "mafiosi" appartiene a tutti noi: e questo deve farci riflettere.
     Oltre alla mafia siciliana, a Cosa Nostra, il libro di Padovani e Falcone parla della 'ndrangheta, dei rapporti tra le due mafie; ma anche del dubbio sollevato da Buscetta circa l'esistenza della stessa 'ndrangheta, la quale - per i mafiosi siciliani - ha una consistenza relativa, in quanto sarebbe priva di una cupola vera e propria; e questo è una mancanza, per gli uomini di Cosa Nostra. In ogni caso, si riconoscono quei semi - nei ragionamenti del giudice caduto a Capaci con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro) - che saranno il futuro di Cosa Nostra e delle altre mafie; ovvero che si passerà da una mafia di assassini a una mafia di imprenditori. Con il guaio rappresentato dal fatto che lo Stato continuerà a combattere la mafia cercando gli assassini. Accenna, Falcone, anche ai "colletti bianchi", a quei professionisti che mettono le proprie attitudini professionali a disposizione dei mafiosi, con la coscienza che "...politica affaristica e criminalità mafiosa sono sempre più implicate nell'economia..."
      Un battaglia persa, quindi, quella dello Stato contro le mafie? Assolutamente no; perché "...possiamo sempre fare qualcosa..." con l'arsenale di leggi e strumenti che sono a disposizione di magistratura e forze di polizia. La legge La Torre, ad esempio, la quale "...continua a rivestire però grandissima utilità in tutte le indagini ptrimoniali a carico di pregiudicati mafiosi, in quanto autorizza la confisca dei beni acquisiti illecitamente colpendo i mafiosi nel loro punto debole: ricchezza e guadagni...". Ma Falcone sa anche che è la politica che si deve dare da fare, che deve dar il via a una rivoluzione culturale, perché non si può "...fronteggiare un fenomeno di tale gravità coi soliti pannicelli caldi, senza una mobilitazione generale, consapevole, duratura e costante di tutto l'apparato repressivo e senza il sostegno della società civile...". Serve una presa di coscienza da parte di tutti, in quanto chi ha il potere di voto deve capire l'importanza del suo atto di democrazia, per poter sciegliere persone degne di rappresentare una amministrazione civile e vera, perché "...la presenza di amministrazioni comunali docili, poi, vale ad evitare un possibile freno alla sua espansione (della mafia, ndr) dovuta o al rifiuto di concessioni edilizie o a controlli troppo approfonditi degli appalti e dei sub-appali...".
     Mi corre l'obbligo di chiudere questo mio modestissimo scritto riportando per intero la "chiusa" usata da Giovanni Falcone per accompagnare il lettore verso la fine di questo bel libro: "...Credo che Cosa nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione. Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non si siano alleati a Cosa Nostra - per un'evidente convergenza di interessi - nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.../...Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere..."
      Grazie: delle opere e delle parole.

 NON LI AVETE UCCISI! LE LORO IDEE CAMMINANO SULLE NOSTRE GAMBE!

Donato Ungaro

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Benzine (di Gino Pitaro)

 

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     Non può, Benzine (edit. Ensemble, Roma - pp 148, 12 euro), essere considerato un libro di "mafia". Eppure, anche questa pubblicazione di Gino Pitaro ha una chiave di lettura che - alla fine - parla di disagio sociale, di microcriminalità e di traffici internazionali, di quartieri degradati e di lavoratori sottopagati; un "brodo di coltura" nel quale nasce quella voglia di emergere che costituisce l'elemento attraverso il quale uno degli appartenenti al gruppo di amici di cui parla l'autore, compie il grande passo: e arriva a girare in macchina con una pistola nel cassetto portaoggetti del cruscotto. Una pistola che viene esibita e utilizzata: prima per fare rumore, baccano. Poi quell'arma assume un altro significato e diventa uno strumento non più di "divertimento" tra ragazzi in una periferia romana. E allora tutto precipita, tutto assume un aroma diverso: acre, come quello delle benzine, come i materassi che i Rom brucerebbero nei campi allestiti fuori dal G.R.A., lungo i binari delle ferrovie che dal Centro di Roma portano nei paesi in cui i "Romani de Roma" hanno imparato a mangiare le salsicce rumene.
     Pitaro racconta l'esperienza di Luigi, uno studente calabrese arrivato nella capitale per avvicinarsi al mondo accademico; dopo la laurea, si avvia al dottorato di ricerca. E si mantiene lavorando in un call center, di cui ci racconta gli equilibri, le dinamiche, le regole scritte e non scritte. Le amicizie del protagonista si confondono tra l'università, il mondo del lavoro e una vita da pendolare che viene raccontata con un'interessante cronaca ricca di particolari, di aneddoti, di "fotografie" di personaggi e situazioni che tradiscono la conoscenza diretta dell'autore con il mondo del trasporto pubblico.     La storia viene narrata con una certa velata nostalgia per una spensieratezza che - con gli anni - sta sfilando dalle mani degli amici di Luigi: Natalia, Antonio, Verena. Stanno diventando "grandi", ma nonostante l'età, ai ragazzi variamente impegnati nella vita di tutti i giorni, manca quella stabilità che aveva permesso alle famiglie di origine di svilupparsi e gettare le basi per permettere loro di trasferirsi a Roma e studiare. C'è la coscienza, in ognuno di loro, che la precarietà della vita, del lavoro, degli affetti rischia di diventare un canone per l'esistenza intera; si avverte una rassegnazione che solo la grande svolta "criminale" che assume il romanzo nelle ultime pagine riesce a far passare in secondo piano.
     Pasolini è presente a piene mani, nelle pagine di Benzine; ma c'è una netta differenza con i Ragazzi di vita di pasoliniana memoria. Il Riccetto, Marcello, Agnolo e gli altri protagonisti dei racconti di Pasolini avevano bisogno di un cantore, del loro cantore: Pier Paolo Pasolini, il poeta che sapeva trarre dai loro "...lì mortacci tua..." quelle storie che erano lì, perse nelle strade polverose delle periferie romane e pronte a essere messe sulla carta. I protagonisti di Benzine, invece, hanno smesso i panni dei sottoproletari degradati e ignoranti, che si sanno esprimere solo in romanesco e fanno della mortificazione sociale il loro stile di vita: Luigi e i suoi amici, i colleghi, sono in grado di analizzare ciò che accade intorno a loro. Sono in grado di utilizzare gli strumenti necessari per raccontare in autonomia la propria storia: per scriversela.
     Sono, per certi aspetti, più vicini alle dinamiche di Vasco Pratolini e dei ragazzi raccontati ne Il Quartiere, dove le precarietà familiari sono parte stessa della vita del quartiere di Santa Croce, a Firenze. Gli adolescenti di Pratolini costituiscono, per certi versi, i prodromi dei protagonisti di Benzine; che a trentacinque anni sono ancora bloccati in una adolescenza perpetua, inchiodati in una perenne giovinezza che li costringe a cercare un modo per emergere dalla mediocrità alla quale rischiano di essere condannati.
     Ed è questo il rischio che fa avvicinare uno di loro al "denaro facile", alla criminalità; la mafia non ha più interesse a combattere la microcriminalità, perché rappresenta un problema di facile controllo da parte di potenti organizzazioni. L'offerta formulata dalle mafie è semplice: ti danno fastidio i furti nelle case? Ti risolviamo noi il problema. Un diritto che lo Stato non è più in grado di offrire e che viene garantito, invece, dalle mafie come un piacere; a certe condizioni. Ma è facile perdere il controllo e finire nei guai.
     Un libro che può essere letto come un romanzo, ma che per certi aspetti rappresenta una denuncia sociale lucida e "rammaricante"; perché alla fine il sistema è talmente vasto e tentacolare che cercare e trovare un riscatto diventa difficile.

Benzine può essere acquistato, oltre che nelle librerie, anche on-line su Amazon.it, sia in formato cartaceo che come E-book (formato Kindle).

Donato Ungaro

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La mafia non ha vinto: di G. Fiandaca e S. Lupo

 

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Non è facile scrivere una 'impressione di lettura' di La mafia non ha vinto (edit. Laterza, Bari - pp. 163, 12 euro), scritto dal giuspenalista Giovanni Fiandaca e dallo storico Salvatore Lupo. Non è facile perché i due accademici trattano il problema partendo da un fatto effettivamente certo: la "trattativa" non è un reato. Secondo Fiandaca e Lupo, il "castello" accusatorio sostenuto da Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo (per fare il nome dei due magistrati più noti che si sono occupati del caso relativo alla trattativa Stato/mafia) contro i vertici dei ROS ed esponenti politici dell'epoca (i senatori Giulio Andreotti e Calogero Mannino) non avrebbe un fondamento giuridico tale da poter essere sostenuto davanti alla Giustizia; proprio perché il reato di "trattativa" non è previsto dall'ordinamento penale italiano. E, fanno notare gli autori, già nella memoria con cui viene chiesto il rinvio a giudizio, i giudici 'inquirenti' definiscono la trattativa "scellerata" e "deprecabile": nulla di penalmente rilevante, quindi, per Fiandaca e Lupo. Ma è così? Perché, allora, una buona parte degli italiani che hanno a cuore i movimenti antimafia sostengono il lavoro di 'Nino' Di Matteo, divenuto un simbolo della lotta al legame malato tra criminalità organizzata e parti deviate dello Stato?
     I FATTI: dopo il Maxi-Processo, nel 1992, con l'omicidio dell'onorevole Salvo Lima, si apre la stagione stragista di Cosa Nostra; questo periodo sarà drammaticamente segnato da inquietanti episodi come le stragi di Capaci e via D'Amelio, in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con gli uomini e le donne delle relative scorte, ma anche le bombe a Milano (Padiglione d'Arte Contemporanea), a Firenze (Via dei Georgofili) e a Roma (chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano): un terzo ordigno avrebbe dovuto esplodere nella Capitale, nei pressi dello Stadio Olimpico, ma fortunatamente quest'ultimo attentato fallì.
     A seguito di questi fatti, il senatore Mannino capì che sarebbe stato lui la prossima vittima; e chiese l'intervento di un maresciallo dei carabinieri, Giuliano Guazzelli, per attivare i ROS e scongiurare la sua esecuzione da parte di esponenti di Cosa Nostra. Il maresciallo Guazzelli, ucciso appena dopo aver avuto contatti con Mannino, riuscì ad avvertire il colonnello Mario Mori, il quale si attivò e prese contatto con Vito Ciancimino e, con l'aiuto del figlio Massimo, si stabilì un rapporto con Totò Riina e Bernardo Provenzano, per trattare la fine del periodo stragista inaugurato da Riina e soci nel biennio 1992/1993. In cambio di un armistizio, Riina formulò una serie di richieste che prevedevano - tra l'altro - un ammorbidimento del regime di 41bis per i boss detenuti, oltre a una serie di provvedimenti che avrebbero di fatto favorito la criminalità organizzata, come l'insediamento di ministri meno "invasivi" nei confronti degli interessi dei mafiosi. Alcune di queste richieste, secondo l'impianto accusatorio dei PM di Palermo, sarebbero andate in qualche modo a buon fine, come la revoca da parte del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro del regime di "carcere duro" (41bis) per circa 300 mafiosi, nel 1993. Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994, la trattativa sarebbe stata portata avanti da Dell'Utri.
     Le motivazioni di Fiandaca: secondo lo studioso di Diritto Penale dell'Università di Palermo, Giovanni Fiandaca, il reato di "trattativa" non è previsto dal codice italiano; ma non solo non può essere condannato un soggetto che si sia attivato per intavolare una "trattativa" con la criminalità organizzata, ma addirittura "...in una situazione di così grave disfunzionalità e incertezza istituzionale, l'iniziativa di Mori e De Tonno di contattare Ciancimino può essere - anche a posteriori - considerata meritoria e coraggiosa...". In definitiva, secondo lo studioso palermitano "...l'eventuale scelta politico-governativa di fare 'concessioni' ai mafiosi, in cambio della cessazione delle stragi, risulterebbe legittima perché giustificata - appunto - dalla presenza di una situazione necessitante che impone agli organi pubblici di proteggere la vita dei cittadini...". Non manca Fiandaca di sottolineare la "controversa attendibilità" di Massimo Ciancimino, che nel procedimento riveste il doppio ruolo di testimone e imputato.
     E quelle di Lupo: l'analisi proposta dallo storico Salvatore Lupo parte dalla conferma in Cassazione delle sentenze scaturite dal Maxi-Processo di Palermo, che agli inizi degli anni Novanta hanno portato Cosa Nostra alla decisione di "fare la guerra per ottenere poi la pace". Così Totò Riina si era messo in testa di riuscire a salvarsi dalla repressione dello Stato; e voleva farlo a suon di tritolo! Bernardo Provenzano, dal canto suo, voleva riuscire a mettere un piede nella Seconda Repubblica, quella nata dalle ceneri della Prima Repubblica "fallita" dopo Tangentopoli; nel gennaio del 1993 Riina - il "Capo dei Capi" - viene arrestato, e tutto passa nelle mani di Provenzano. Ma secondo Lupo, i pubblici ministeri di Palermo sbagliano a formulare l'accusa in quanto la sovra-esposizione mediatica (e politica) dei giudici rischia di spostare l'analisi giuridica del procedimento a un piano sociale e politico. Un errore che rischia di far scrivere una verità priva di sostegno probatorio; che non può rappresentare una verità giuridica, che solo in parzialmente può essere una verità "morale".

     Personalmente, ho apprezzato molto che - alla fine del libro - gli autori abbiano inserito la memoria scritta dai P.M. per sostenere l'accusa; dopo tutte le esposizioni di Fiandaca e Lupo, leggere le affermazioni con le quali Ingroia e Di Matteo reggono l'accusa contro i protagonisti della "trattativa" ha una certa importanza. Non è riportata, nella memoria accusatoria, l'accusa di trattativa, ma viene ipotizzato il reato di minaccia o violenza a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato (art. 338 Codice Penale). Secondo Fiandaca questa "tesi" non regge e Mori e De Tonno avrebbero fatto bene a ricercare un sistema per interrompere la catena di omicidi e stragi. Probabilmente non avverte il professor Fiandaca che molti italiani non sopportano che lo Stato, una parte dello Stato, abbia riconosciuto il potere di "vita o di morte" ai capi di Cosa Nostra; si può trattare con un nemico "ufficiale", ma non con un nemico che fa della 'latitanza' un proprio punto di forza. Concludo con una domanda: se si accetta che lo Stato arrivi a "trattare" (di fatto, legittimandola) con Cosa Nostra, come si può biasimare un negoziante che accetta in silenzio di pagare il pizzo? Lo Stato non può accettare di trattare con coloro che, invece, deve condannare; perché sedersi al tavolo con qualcuno significa legittimare il suo potere. E, in questo caso, è potere criminale.
     Fanno bene, quindi, i pubblici ministeri palermitani a reggere l'accusa contro coloro che hanno tentato di trattare con la mafia; la loro auspicata vittoria sarà la vittoria di quegli italiani che credono nella moralità dello Stato.

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Donato Ungaro

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La mafia spiegata ai miei figli (e anche a quelli degli altri): di Silvana La Spina



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Lo ammetto. Quando non capisco una cosa (e mi capita spesso...) sono solito chiedere al mio interlocutore: "Spiegamelo come se dovessi farlo capire a un bambino di otto anni...". Di solito funziona; e mi sono reso conto che è un buon sistema. Per la mafia, la criminalità organizzata in genere, può valere lo stesso principio; La mafia spiegata ai miei figli (e anche a quelli degli altri) è un libro snello e di facile lettura, che però ha un pregio straordinario: spiegare a "noi" Polentoni quello che è facile da capire per "noi" Terun. Capire la criminalità organizzata per chi è nato all'ombra della Madunina o della Mole Antoneliana, sui canali veneziani o lungo le rive del Po, non è facile; e allora ecco che Silvana La Spina ci riporta la cronaca di una mattina in un liceo di Catania, dove la scrittrice veneta trapiantata alle pendici dell'Etna si è trovata a parlare di mafia a ragazzi siciliani, che - nonostante la loro giovane età - ben conoscono i linguaggi della mafia. Il film  di Roberto Faeza sulla vita di don Pino Puglisi (Alla luce del sole) è lo spunto per iniziare un dialogo storico-sociale su Cosa Nostra. E il risultato è molto bello.
     '...Gli occhi dei ragazzi che mi stanno di fronte sono immensi, spaventati, anche quelli dei miei figli sono così. Ma io non posso accettarlo...'. Chiunque, per qualunque motivo, si sia trovato davanti una scolaresca a cui deve parlare di criminalità organizzata sa che non è un compito facile. La difficoltà sta nel suscitare l'interesse dei ragazzi, nel parlare la stessa lingua per - in questo caso - sconfiggere la paura; quanto poi, tra i ragazzi, ci sono anche i propri figli l'impresa diventa straordinaria. Eppure Silvana La Spina non solo c'è riuscita, ma sembra aver stabilito con i ragazzi un rapporto di stima reciproca interessante.     Ma andiamo con ordine: il proiettore si è appena spento e - dopo il fragore dei colpi di pistola che hanno determinato la fine della vita terrena di don Pino Puglisi - nella stanza cala il silenzio: è la coscienza della paura, dello sconforto, della propria debolezza, della forza arrogante della mafia. Ma Silvana La Spina, dopo pochi istanti di silenzio, "attacca" i ragazzi, chiedendo loro cos'è la mafia. Si tratta di una domanda quasi retorica, che serve per capire se le idee sono chiare per tutti; e si prosegue iniziando a svelare le paure dei ragazzi, chiamandole per nome, dando concretezza ai sentimenti. E ci si scopre fatalisti e perdenti, perché nessuno - prima di quella mattina - aveva spiegato ai ragazzi una cosa semplice e straordinaria al tempo stesso: la mafia può essere sconfitta. Dopo una decina di pagine, la cronaca della "lezione" cambia registro: sono i ragazzi a porre le domande alla scrittrice. Cos'è il latifondo che ha fatto nascere il potere dei baroni e della Chiesa? Qual'è l'origine della parola "mafia"? E così via.
     Il percorso affonda le radici nella Storia, con le dominazioni della Sicilia da parte degli Spagnoli e degli Arabi (mafia deriverebbe dalla parola araba Mu'afàh, che vuol dire protezione, tutela), per poi proseguire con Garibaldi, con il Gattopardo; e piano piano le parole si mettono in fila, ordinate, portando chiarezza storica e sociale, spazzando via stereotipi e clichè sulla mafia. Si parla di Cesare Mori, il Prefetto di Ferro che - spedito da Mussolini prima a Trapani e poi a Palermo con il compito di combattere la mafia - diede un duro colpo alla criminalità organizzata siciliana; si racconta del colonnello americano Charles Poletti, il quale come capo del governo americano dell'isola (AMGOT) annullò il lavoro fatto da Mori, arrivando ad affidare importanti compiti "politici" a esponenti di primo piano della mafia siculo-americana. Il viaggio prosegue per arrivare al bandito Giuliano, al Pci in Sicilia e alla strage di Portella della Ginestra, che serve per introdurre il discorso sul separazionismo, con l'idea di far nascere una repubblica siciliana autonoma (seppur nell'orbita americana: "...la 49esima stella USA...), che si era già dotata di un esercito autonomo (EVIS). Saranno, quelli, gli anni della morte di Enrico Mattei e dell'adesione della mafia alla massoneria, dei rapporti tra Cosa Nostra e i servizi segreti, di Gladio.
     Con gli anni Settanta si arriva alla parte più moderna della storia, con i contatti tra mafiosi e esponenti dell'economia italiana (Calvi, Sindona, lo IOR), ma anche la partecipazione dei mafiosi agli Anni di Piombo che con le stragi e gli attentati ha fatto cadere l'Italia nel terrore. Silvana La Spina spiega ai ragazzi che la mafia era interessata non solo terrorismo nero, ma che anche le Brigate Rosse erano infiltrate dai boss siciliani. E si arriva così alla seconda guerra di mafia, iniziata con la morte decisa dalla mafia del commissario Boris Giuliano e proseguita con l'assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, e di sua moglie Emanuela Setti Carraro. La "lezione" prosegue con il racconto del maxi-processo, con il puntiglio di Falcone di investigare sui conti correnti dei mafiosi, con Totò Riina e Bernardo Provenzano, che rappresentano l'attualità della mafia arrivata fino a noi attraverso al Seconda Repubblica e i "volti nuovi" discesi in politica negli anni Ottanta.
     Le ultime pagine parlano della Mafia SpA, della mafia dei "colletti bianchi" che fanno soldi con i commerci illegali e li ripuliscono nelle borse internazionali e nei paradisi fiscali.  
     La chiusura è affidata alle parole di Anna Finocchiaro, la quale spiega che i giovani siciliani sono la vera speranza che potrà determinare la vittoria della Sicilia degli onesti sui mafiosi: "...Siciliani, appunto. come noi li vorremmo, come noi ci vorremmo...".


La mafia spiegata ai miei figli (e anche ai figli degli altri) può essere acquistato, oltre che nelle librerie, anche on-line su Amazon.it.


Donato Ungaro

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Processo alla 'Ndrangheta (di Enzo Ciconte)



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Se davvero si vuol capire la 'ndrangheta, non c'è che un sistema: studiarla. E per farlo bisogna affidarsi a strumenti precisi e lucidi, perché il tema è uno di quelli davvero delicati. Processo alla 'Ndrangheta, a mio modesto parere, è uno di questi: perché il suo autore, Enzo Ciconte, è uno dei massimi conoscitori di questo fenomeno che - ci spiega lo studioso di Soriano Calabro - ha avuto un percorso parallelo e non troppo distante da formazioni politiche che negli anni Sessanta erano un baluardo per la difesa dei diritti dei deboli, dei contadini. Il professor Ciconte ci riporta i casi di persone assolte dai giudici e poi uccise a pistolettate appena rimessi in libertà, a testimoniare come non sempre la giustizia sia messa nelle condizioni di prendere decisioni esatte. Dalle pagine di Processo alla 'Ndrangheta l'autore ci racconta nei minimi dettagli i linguaggi della 'ndrangheta, descrivendo riti di affiliazione, chiamando per nome le donne di 'ndrangheta, le cosidette "Sorelle di Omertà". Oppure i "Mezzi dentro, mezzi fuori", i figli dei capibastone, i quali vengono affiliati durante il battesimo cristiano.
     Ma non c'è solo la criminalità calabrese, in Processo alla 'Ndrangheta; troviamo anche riferimenti a Cosa Nostra, alla Camorra e alla Sacra Corona pugliese, con la citazione di affiliazioni reciproche di esponenti delle diverse criminalità organizzate. Ma oltre alle mafie si parla del rapimento di Aldo Moro, con la presenza dell'affiliato alla 'ndrangheta Antonio Nirta "u du nasi", in via Fani; della Massoneria a cui - a metà degli anni Settanta -, la 'ndrangheta decide di aderire strutturalmente, con la nascita della cosidetta Santa, una realtà in cui 33 'Santisti' (un alto grado gerarchico 'ndranghetista) sono autorizzati ad aderire alla massoneria; si parla dei contatti con l'estrema destra e dell'evasione del terrorista nero Franco Freda (fuggito nell'ottobre del 1978, nel corso del processo celebrato a Catanzaro per la strage di Piazza Fontana); si parla di servizi segreti, di Gheddafi, del principe Borghese: di Giulio Andreotti, definito "...cosa loro..." da due palermitani in contatti con la 'ndrangheta.     Tutto cose che oggi sono in buona parte risapute: ma la cosa "straordinaria" è che Processo alla 'Ndrangheta ha visto la luce nel 1996! Questo per dire che Enzo Ciconte queste cose le scriveva e le mettava a disposizione di tutti vent'anni fa; ma ci sono passaggi che, riletti a distanza di due decenni, mettono i brividi. In particolare, quando il professor Ciconte descrive quella che lui chiama la "Terza Fase di sviluppo" della 'ndrangheta: il radicamento al Nord. La prima fase è costituita dal contrabbando di sigarette, mentre la seconda è il passaggio dal tabacco alla droga: la Terza Fase è il reimpiego dei fiumi di denaro illecitamente guadagnati con la droga e i sequestri in un "territorio" inteso non geograficamente ma economicamente. Il Nord ricco e pronto a mettersi a disposizione - negli anni Ottanta - per creare le situazioni economiche e strategiche per far proliferare quelle famiglie calabresi vicine alla 'ndrangheta che, già negli anni Sessanta , erano arrivate in Lombardia, in Piemonte e in Veneto, senza destare preoccupazione da parte delle amministrazioni.
     Ma gli 'ndranghetisti che arrivano in "Altitalia" non riescono a entrare direttamente nel mercato che conta; e si appoggiano a: "...mediatori, dirigenti di società finanziarie o immobiliari, commercialisti, 'colletti bianchi' di varia provenienza, consulenti, faccendieri disponibili a tutto, a qualsiasi transizione. Sono personaggi importanti, che possiamo definire uomini-cerniera, in grado di introdurre e di legare insieme i mafiosi e gli ambienti economici e finanziari locali...". Iniziano così a prestare soldi a usura, entrando in società che poi falliscono e passano di mano; il mercato risentirà dell'ingresso della criminalità organizzata e verrà sbilanciato da una concorrenza (sleale) impossibile da fronteggiare.
     Eppure, anche a fronte di segnali straordinari della penetrazione mafiosa da parte della 'ndrangheta, si doveva difendere l'apparenza: "...era necessario salvaguardare il buon nome della città dalle accuse di presenze mafiose...". Sono passati vent'anni, ma si sentono ancora oggi affermazioni del genere. Forse anche perché la 'ndrangheta è riuscita a portare avanti un atteggiamento politico proprio, arrivando con la residenza delle famiglie (e quindi il diritto di voto) a condizionare le elezioni amministrative.
     E quale potrebbe essere la soluzione, secondo Enzo Ciconte? Destrutturare il modello mafioso come modello di funzionamento, in uno Stato inefficiente; e soprattutto separare la 'ndrangheta dai partiti e dalle istituzioni, creando una vera democrazia in cui ogni cittadino abbia: "...la possibilità di poter dominare il proprio presente e di progettare il proprio futuro...".
     Parole (inascoltate) di vent'anni fa.
     Peccato.
  

Processo alla 'Ndrangheta purtroppo è praticamente introvabile nelle librerie; l'unica soluzione, in attesa di una ristampa da parte della casa editrice Laterza, è recarsi in biblioteca e prenderlo in prestito. Uno "sforzo" di cui, però, si sarà tranquillamente ripagati.


Donato Ungaro

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Le fondamenta della città (di Giuseppe Gennari)


Come il nord Italia ha aperto le porte alla 'ndrangheta.

 

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«...gli anticorpi sono molto più "vivaci" al Sud che al Nord. Gli anticorpi sono quelle cose che servono per identificare un corpo estraneo e far scattare gli allarmi.../...qui [al Nord, ndr] abbiamo politici che chiedono voti e favori a esponenti di noti clan calabresi e che poi vengono a dire di averlo fatto magari per ingenuità, ma in perfetta buona fede...», parole di Giuseppe Gennari, giudice per le indagini preliminari al Palazzo di Giustizia di Milano; Gennari, da oltre un decennio di occupa di 'ndrangheta all'ombra della madunina. Già nelle carte dell'Operazione Infinito, resa famosa dal filmato di un summit di 'ndrangheta a Paderno Dugnano, in una sala del Circolo "Falcone e Borsellino", appariva il suo nome. Con Le fondamenta della città, il giudice-scrittore traccia un quadro spaventoso del fenomeno della criminalità organizzata calabrese in terra di Lombardia: e sfata tanti, troppi luoghi comuni che - ironia della sorte - finiscono per fare il gioco più della mafia che dell'anti-mafia. Un libro che aiuta a comprendere la colonizzazione della 'ndrangheta fuori dalla Calabria.
     Le prime pagine di Le fondamenta della città sono una nitidissima fotografia di quello che è la 'ndrangheta in Lombardia, dei rapporti che nel corso degli anni si sono creati tra certa politica e certi professionisti con esponenti della criminalità organizzata di origine calabrese. Una spiegazione precisa e limpida di meccanismi e sistemi adottati dai clan criminali per farsi spazio e trovare quel consenso che è necessario a penetrare l'economia, la politica di un territorio. Giuseppe Gennari scrive, carte (processuali) alla mano, dell'infiltrazione che si è trasformata in colonizzazione, in conquista del territorio; nel controllo da parte della cosca (la quale non perde mai il contatto con la "casa madre" in Calabria) di tutte le attività necessarie a trasformare la 'ndrangheta da mafia rurale a realtà imprenditoriale. «...le mafie moderne non sono più solo droga, usura, pizzo. Molto più spesso diventano impresa, affari, mediazione, prestazione di servizi.../... E qui comincia la grande sfida per investigatori e pubblici ministeri. Dimostrare che quel noto professionista, quell'imprenditore affermato, quel commerciante sono in realtà solo il volto pulito di un'organizzazione 'ndranghetista è un'impresa di per se difficilissima...». Ed è questo il modo nuovo di fare "mafia" secondo il sistema descritto da Gennari: l'abbandono di metodi oramai riconosciuti da tutti come mafiosi (gli omicidi), con il passaggio a sistemi più "sottili", che non destano allarme sociale ma, addirittura, con quello che il giudice meneghino definisce "consenso sociale" da parte della criminalità organizzata. Una criminalità che, grazie alle 'soluzioni immediate' offerte finisce per fare un grande salto di categoria: non è più la mafia a rappresentare l'anti-Stato, ma è lo Stato a essere 'ospitato' in un territorio oramai controllato dalla mafia.
     Ma Gennari è ben cosciente che esiste, o esisterebbe, una soluzione per battere la criminalità organizzata sul suo stesso terreno, sul terreno del consenso sociale creato dalla 'ndrangheta: lo Stato dovrebbe essere più efficiente della mafia! Ed è una soluzione a cui pensava già il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale era solito dire: «Lo Stato dia come diritto ciò che la mafia dà come favore».  Ma non è facile, perché le istituzioni corrono (alcune volte "volontariamente") su vecchie Fiat 500 mentre la criminalità viaggia comodamente in Ferrari. E il fascino della 'Rossa' è sconvolgente; l'unica a poter determinare il successo o il fallimento della mafia di qualunque tipologia è la società civile, che deve costituirsi al fianco di quei magistrati, di quegli esponenti dell'anti-mafia che mirano non solo a manette e condanne (quelle vanno bene per il passato e il presente) ma che lavorano per costruire una mentalità diffusa, antropologicamente portata a ripudiare la criminalità e il suo modo di gestire imprese, aziende, politica.
     Nei capitoli che accompagnao piacevolmente il lettore verso le pagini finali del suo libro, Giuseppe Gennari parla da professore (quale effettivamente è), ma senza  cadere nella retorica "magistrale" che rischia di far perdere piacere alla lettura: a far perdere il piacere è il racconto di episodio in cui Gennari si è imbattuto nel corso delle indagini. Si sprecano i nomi e le condizioni di imprenditori che per rimanere sulla breccia hanno ceduto la loro dignità, la loro onestà in cambio di un aiuto da parte di persone apparentemente molto disponibili ma che - in seguito - hanno portato via loro anche gli occhi per piangere. E oltre al danno, la beffa; sì, perché alla fine queste persone devono anche difendersi dall'opinione pubblica e dalla legge, finendo per cercare di coprire i responsabili della loro bancarotta: divenendone complici. Un capitolo intero è dedicato all'omertà, che finisce per essere uguale a Milano e in Brianza, come a Reggio Calabria e sulla Sila. Centinaia e centinaia di fascicoli gialli a indicare colpi di pistola e incendi nei cantieri: tutti gialli, perché il giallo alla Procura di Milano è sinonimo di procedimenti contro ignoti. Ma ignoti non perché non si sappia chi ha sparato o chi ha appiccato l'incendio: è perché il "Signor Brambilla" finisce per scegliere il silenzio. Basta una banca che chiude i rubinetti del credito e l'imprenditore è "costretto" a rivolgersi a chi i soldi li ha: pronti e liquidi. Ma quando poi non si onorano certi debiti, arrivano piombo e fiamme: ma nessuno può confessare di avere rapporti con strozzini e mafiosi. E si sceglie il silenzio; in Lombardia, come in Calabria.
    Le fondamenta della città si chiude con un paragone folgorante: un commercialista che tiene i conti di una cosca e un pastore che ospita un latitante tra pecore e formaggio. Chiaramente, tra i due, a rimetterci sarà il pastore il quale verrà accusato di "procurata inosservanza di pena", per aver nascosto un ricercato. «...in verità, il professionista fa qualcosa di molto importante per l'organizzazione, perché fornisce le competenze specifiche per consentirle di proliferare, conservare e moltiplicare i suoi guadagni. Ma rischia molto meno del pastore (il quale finirà sicuramente in carcere)...», scrive Gennari.
    Per la politica la faccenda non è molto diversa: un politico che chiede voti al mafioso di turno ma non viene eletto non è accusabile di aver commesso alcun reato. Eppure,"moralmente" ed "eticamente" risulta colpevole: ma non per la legge. E questo - spiega il giudice milanese - per il cambio di una singola parola nel corso dell'approvazione del "416 ter" (voto di scambio): in origine il testo recitava che era punito chi offriva "...utilità..." in cambio di voti (appalti, assunzioni eccetera), ma nel testo definitivo la parola utilità ha lasciato il posto a "...denaro...". Il risultato è che può essere punito solo chi acquista i voti, pagandoli con denaro sonante; e non chi promette di ricambiare il favore una volta eletto.
     «Sino a quando non vincerà l'idea che il rispetto della legalità, il bene della collettività, la protezione delle generazioni future valgono più degli interessi personali nulla potrà veramente cambiare». Parola di magistrato; parola di Giuseppe Gennari.

Le fondamenta della città può essere acquistato, oltre che nelle librerie, anche on-line su Amazon.it, sia in formato cartaceo che come E-book (formato Kindle).

Donato Ungaro

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Operazione Aemilia (di Sabrina Pignedoli)


Come una cosca di 'ndrangheta si è insediata al nord.

 

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Sabrina Pignedoli è una giornalista de "il Resto del Carlino", redazione di Reggio Emilia. Un giorno si imbatte nelle pagine delle operazioni antimafia che hanno già interessato la provincia reggiana; e si rende subito conto che i nomi dei "protagonisti" messi al centro dell'attenzione da magistratura, polizia e carabinieri sono spesso, quasi sempre, gli stessi. Nomi e cognomi che si rincorrono; ma la cosa non convince la giovane giornalista. E Sabrina prende carta e penna, iniziando a "schedare" quegli uomini che vengono accusati di far parte della 'ndragheta. Costruisce, così, un vero e proprio schedario, da cui può ricostruire le ragnatele di relazioni familiari e sociali degli appartenenti al sodalizio criminale. Ma non è ancora contenta, Sabrina; e per avere una lettura "perfetta" del quadro che le si sta delineando davanti agli occhi chiama un collega della Calabria. A questo punto le dinamiche sono chiare alla redattrice del "Carlino"; e non c'è da stare tranquilli.

     Operazione Aemilia rappresenta un diario che Sabrina Pignedoli scrive con coscienza, sapendo che gli argomenti che tratta sono di quelli che scottano. Tocca tasti pericolosi, arrivando a scrivere della famosa cena al ristorante di Villa Gaida "Antici sapori", all'epoca gestito da Pasquale Brescia (lo stesso che poi ha scritto la discussa lettera al sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi); durante quella  cena, esponenti dell'imprenditoria locale già accusati di aver avuto rapporti con la criminalità organizzata hanno incontrato Giuseppe Pagliani, consigliere comunale a Reggio Emilia, per il Pdl. Nel gennaio 2015 Pagliani verrà arrestato, con l'accusa di aver intrattenuto rapporti con persone appartenenti alla 'ndrangheta.
     La Pignedoli si imbatte inoltre nella famiglia di Antonio Muto; e ne scrive dicendo che a un paio di esponenti della famiglia (Salvatore e Vito) il prefetto aveva vietato la detenzione di armi. Per questo riceve una telefonata inquitante, dall'addetto stampa della questura nonchè autista del questore: "I Muto sono amici miei - dice più o meno il poliziotto Domenico Mesiano - e se non la smetti ti taglio i viveri". Sabrina denuncia subito la telefonata ricevuta e per questo Mesiano verrà arrestato.
     Ma nel corso delle sue ricerche Sabrina Pignedoli indivudua le connessioni che mettono in contatto la criminalità organizzata e i "colletti bianchi", quelle persone che normalmente non dovrebbero avere alcun rapporto con i mafiosi: e invece li vanno a cercare. "Prostituzione professionale", viene definita nel libro.
.    Ci sono molte spiegazioni, in Operazione Aemilia; o almeno Sabrina cerca di spiegare dal suo punto di vista, dal punto di vista di un giornalista, come abbia fatto una cosca di  'ndrangheta a diventare da "stracciona" a una vera e propria multinazionale.Arrivando ad avere contatti con le sette massoniche e con il Vaticano.
     Oggi, Sabrina Pignedoli si è costituita parte civile nel processo incardinato sull'inchiesta che ha preso il nome di Operazione Aemilia; e dal tribunale di Reggio Emilia osserva lo scorrere delle cose che ha scritto.
    
Operazione Aemilia può essere acquistato, oltre che nelle librerie, anche on-line su Amazon.it

Donato Ungaro

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Mentre l'orchestrina suonava "Gelosia"


di Antonio Roccuzzo

 

Un'autobiografia (di gruppo) che mette al centro un maestro del giornalismo italiano: Giuseppe "Pippo" Fava.

 

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All'inizio degli anni Ottanta, a Catania, un gruppo di ragazzi prende a seguire le orme di un giornalista "scomodo": Pippo Fava. Per molti è la prima esperienza giornalistica, in un luogo dove la cronaca, la politica e la mafia si mischiano in un caleidoscopio che increspa i contorni della cronaca, della politica e della mafia; ricavandone una visione che non può essere univoca, ma che 'dovrebbe' essere condizionata dagli interessi dei poteri forti: mafia e politica. Che hanno quell'arroganza - ognuna per la propria "competenza" - di determinare la cronaca cittadina di un Catania dominata, fin nell'intimo più profondo, da una classe dirigente che mischia interessi politici e interessi mafiosi. Una città governata da quelli che Fava chiamava "I quattro cavalieri dell'Apocalisse mafiosa", i quali voleva non solo controllare l'economia della "Milano del Sud", ma che pretendevano di condizionare anche la visione delle cose da parte dei giornalisti che si occupavano di cronaca, di politica e di mafia.

     Mentre l'orchestrina suonava "Gelosia" è la biografia di un gruppo di ragazzi più un uomo maturo; un gruppo di discepoli e un maestro, senza retorica. Il libro scritto da Antonio Roccuzzo per raccontare cos'era Catania tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta; una Catania, quella raccontata dalle pagine del Giornale del Sud prima a da quelle de I Siciliani poi, di cui si poteva scorgere un vero e proprio 'saccheggio' consumato ai piedi dell'Etna, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando centomila nuovi abitanti arrivarono in città chiedendo case e lavoro, con imprenditori di pochi scrupoli che non esitavano a mettersi in combutta con la politica cittadina per costruire e cementificare.
     L'uccisione di Fava per mano di Cosa Nostra sarà uno spartiacque per la vita dei ragazzi, dei carusi di Pippo Fava; qualcuno vorrà mollare tutto, qualcun'altro chiederà di andare avanti. A decidere del futuro del gruppo saranno dei ragazzi che arriveranno in redazione, per offrirsi di aiutare nel proseguio di quella lotta civile di cui Fava aveva suonato la carica, instradando i suoi ragazzi a guardare in faccia i mafiosi; per poterli riconoscere, con coraggio e dignità.
     Niente di strano, quindi, se all'inizio del Terzo Millennio Roccuzzo, appena trapiantato a Reggio Emilia a fare il capo-servizio alla Gazzetta di Reggio, si ritrova davanti una situazione che può ben conoscere: per averla già vista a Catania, vent'anni prima.
     Certo, non è più Cosa Nostra, quella che ha preso a costruire nella Città del Tricolore (e provincia); si chiama 'ndrangheta la criminalità organizzata che Roccuzzo si trova a fronteggiare dalla redazione sulla circonvalazione di Reggio Emilia. E un giorno, proprio davanti alla redazione reggiana, lo aspetta un uomo: "E' lei quel Roccuzzo che ce l'ha coi calabresi?", gli chiede. Roccuzzo lo manda a quel paese, in siciliano; e quello è stato il suo approccio con i Grande Aracri, cosca di 'ndrangheta che oggi, proprio oggi, è alla sbarra in tribunale a Reggio, a seguito dell'Operazione Aemilia.
     Un'operazione che Roccuzzo, da giornalista siciliano abituato a certi linguaggi, aveva già subodorato ben prima che forze di polizia e magistratura iniziassero a cercare di fermare i traffici criminali, con la politica che - nella terra dei Fratelli Cervi - pensava di poter fare affari con imprenditori vicini alle cosche. Roccuzzo parlava di mafia quando quella parola non poteva neanche essere pronunciata, lungo la Via Emilia.
     E oggi sappiamo che non è così; che Antonio Roccuzzo aveva ragione; il suo non era un vuoto "Al lupo, al lupo". Era un avvertimento che sarebbe bastato non prendere sottogamba; e oggi a Reggio Emilia e provincia (forse) non saremmo a leccarci le ferite lasciate da un trentennio di presenza indisturbata della 'ndrangheta. Ma così non è stato.

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Donato Ungaro

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Tra la via Aemilia e il West

Un'indispensabile "cassetta degli attrezzi" per poter comprendere un fenomeno.

 

di Gaetano Alessi, Massimo Manzoli, Silvia Occhipinti, Gr. Antimafia "Pio La Torre" di Rimini, Matteo Zappa (Mov. Civico R.E.T.E.), Salvo Ognibene.




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Un libro che non è da leggere, ma da STUDIARE. Un testo che andrebbe fatto apprendere, parola per parola, a tutti coloro che - per un motivo qualsiasi - possono venire a contatto con la 'ndrangheta e con le decine di associazioni criminali (italiane e straniere) che operano in Emilia-Romagna: amministratori pubblici, imprenditori, professionisti, parroci, bancari, direttori di uffici postali, pubblici dipendenti, soci di cooperative, dipendenti di aziende (in crisi e non), sindacalisti, insegnanti, appartenenti ad associazioni di categoria, volontari di associazioni benefiche, operatori culturali, studenti, giornalisti, studiosi del fenomeno criminale, forze dell'ordine, magistrati, camionisti, autisti di autobus, presidenti di società partecipate, elettori. In una parola: tutti. Perché oggi come oggi, dopo che la criminalità organizzata ha portato a termine la prima fase di infiltrazione, siamo passati al radicamento; e si sta ragionando sul fatto che, oramai, si sia arrivati alla colonizzazione di quell'Emilia-Romagna che un tempo era esempio di buona organizzazione. Una ricchezza - sociale e personale - che ha fatto gola a organizzazioni che sono in grado di attraversare l'oceano per sbarcare in Australia e America, che possono attraversare le Alpi e stabilirsi in Germania, in Svizzera. Figurarsi se temevano il viaggio dalla Calabria alla Via Emilia.


     Nelle pagine di Tra la via Aemilia e il West si può leggere di una ragnatela impressionante, che avvolge la regione da Piacenza a Rimini, con escursioni nella bassa Lombardia e in Veneto. Il primo capitolo non è di facile lettura, proprio per il continuo rimando a nomi, località, date, fatti che costituiscono un percorso a ostacoli attraverso il quale - per chi non è avvezzo al linguaggio delle procure - non è facile orientarsi: bisogna prendere carta e penna, e annotare i punti salienti di un continuo intrecciarsi di linee criminali. Bene hanno fatto Gaetano Alessi e Massimo Manzoli a mettere nero su bianco, a disposizione di tutti, il lavoro degli organi inquirenti e delle forze dell'ordine, che hanno portato a importanti operazioni di polizia volte a debellare il malaffare Made in E/R: Operazione Aemilia, Pandora, Untochable, Artù, Black Monkey, Zarina, Aurora, Golden Jail. A futura memoria, si potrebbe dire, perché oggi troppi dicono con finta innocenza: Io non sapevo. Domani, dopo un lavoro come Tra la via Aemilia e il West nessuno potrà più dire: Non potevo sapere.
     E poi c'è la cooperazione, nel secondo capitolo, di cui scrive Manzoli; di quella Cpl che ha visto i propri vertici indagati per la metanizzazione a Ischia e per un parco fotovoltaico in Puglia. Un tradimento della mentalità cooperativa che ha sposato il mercato, il dio denaro, portando il male direttamente alla base dei valori fondanti della mentalità solidaristica emiliano-romagnola.
     Si chiama droga, il "guaio" trattato nel terzo capitolo, con Bologna e l'Emilia Romagna che vengono confermate da Silvia Occhipinti uno snodo stragegico per lo spaccio e il commercio di stupefacenti, che arrivano direttamente dal Pakistan e dall'America Centrale. Con i "commercianti" che poi hanno il problema di investire in attività lecite il denaro guadagnato con il traffico della droga.
     I ragazzi del Gruppo Antimafia "Pio La Torre" di Rimini parlano, nel quarto capitolo, della mafia che ha investito i soldi sporchi di sangue nella capitale del divertimento, direttamente in viale Ceccarini; e anche qui, tutti sapevano dell'interesse della Camorra, della 'ndrangheta, di Cosa Nostra verso la Riviera romagnola: ma guai a parlarne. Si corre il rischio di rovinare il buon nome del parco giochi più lungo d'Italia.
     San Marino è disegnata nella palese apertura ai traffici "imbarazzanti", grazie a Matteo Zeppa che nel quinto capitolo traccia un percorso cronologico impressionante della Terra della Libertà, con la piccola Repubblica che, nel cuore dell'Emilia-Romagna, è stata classificata come un paradiso fiscale a tutti gli effetti, grazie al segreto bancario e societario garantito da politici che si erano prefissati lo scopo di attirare capitali dall'Estero, dall'Italia. Senza preoccuparsi della provenienza di quei soldi, di quelle montagne di soldi che sono arrivate a offuscare le cime del monte Titano. E ora il monte sta crollando, piano piano; procurando danni inimmaginabili all'economia del minuscolo Paese, che sembra essersi improvvisamente svegliato da un sogno, nel quale i suoi abitanti vivevano lussi che non si potevano permettere.
     E si arriva così al sesto e ultimo capitolo, curato da Salvo Ognibene, che si occupa di un aspetto inquietante del radicamento della mafia in Emilia Romagna: la Chiesa. E si passa, con le parole di Ognibene, dal bolognese d'adozione don Luigi Sturzo, il quale proprio a Bologna, un secolo fa, scriveva di come la "questione meridionale" e la "questione cattolica" fossero collegate (ben sapendo come la pensava il prelato siciliano a proposito della mafia), al parroco di Brescello don Evandro Gherardi, del quale Ognibene ricorda come l'erede di don Camillo avrebbe affermato che la "...video-inchiesta danneggia il turismo...", riferendosi al lavoro dei ragazzi di Corto-circuito, davanti alle cui telecamera il sindaco brescellese Marcello Coffrini definì Francesco Grande Aracri (condannato in via definitiva per associazione mafiosa), una brava persona. Non manca però Ognibene di elogiare i tanti buoni esempi di Chiesa schierata a favore della lotta alla mafia, citando sacerdoti che mettono a disposizione le parrocchie per opere di sensibilizzazione contro alla mafia. Perché "...la lotta alle mafie è una lotta per la vita...". E speriamo che siano in tanti a condividere quest'idea.

Tra la via Aemilia e il West, così come Periferie: Terre forti e gli altri libri curati da Gaetano Alessi e Massimo Manzoli, si può scaricare gratuitamente da Internet, in Pdf, dal sito Ad Est. Per acuistare il libro si può inviare una mail all'indirizzo adest1@libero.it, oppure partecipare alle tante presentazioni che "Gato" e Massimo curano lungo la via Aemilia: e non solo in terra emiliano romagnola

Donato Ungaro

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Periferie: Terre Forti

Quattro racconti "in giro" per l'Italia, per scoprire che la Resistenza è oggi.

 

di Gaetano Alessi e Massimo Manzoli


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Un viaggio, a quattro (e più) mani, nell'Italia del Malaffare e delle Buone intenzioni: dalla Val di Susa con i suoi NoTav alla Catania di Librino, dal quartiere fiorentino di Le Piagge alla Calabria di Gaetano Saffioti.
Il "Diario della Motocicletta" di Gaetano Alessi e Massimo Manzoli, accompagnati da diversi compagni di viaggio, inizia nei nuovi resistenti piemontesi, di cui ci offrono una lettura nuova e cosciente che getta una luce diversa su una vicenda della quale finora avevamo sentito una sola (e a volte stonata) campana.




     I NoTav valsusini si svelano, grazie alle pagine di Periferie: Terre Forti, precursori di una lotta alla 'ndrangheta e al malaffare, alla cattiva politica, che di fatto non si è mai fermata; la comunità della Val di Susa aveva raccolto l'eredità direttamente dalle mani dei Partigiani, per combattere la cosca portata in valle da Rocco Lo Presti, nel 1963. Quella 'ndrangheta che, si è scoperto appena qualche mese fa, uccise nel 1983 il procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, "colpevole" di aver indagato sul boss. E per far capire qual è il grado di penetrazione della 'ndrangheta in valle, basti pensare che il Comune di Bardonecchia, in Alta Val di Susa, è stato il primo comune sciolto per mafia, nel 1994. Oggi la battaglia continua nel tentativo di fermare un'opera dai mille interrogativi, che non esclude le ombre della malavita organizzata.
     Catania e il suo quartiere noto come "...una fabbrica di voti..." occupano il secondo racconto di "Gato" & Massimo, con una cronaca viaggiata tra le case solo abbozzate di Librino, il "...supermarket della droga..." dominato dall'abbandono e dal degrado prima di tutto sociale, a cui la non-amministrazione ha condannato il quartiere e i suoi abitanti; salvo poi ricordarsi di Librino appena prima delle votazioni amministrative. Perché i voti dei settantamila residenti fanno gola a molti. Questo è però contrastato dal centro sociale Iqbal Masih, che dal 1995 cerca di dare un'alternativa agli abitanti del quartiere. Così si può "leggere" della bella favola dei Briganti di Librino, la prima polisportiva popolare di quella che una volta era considerata la Milano del Sud: nasce una squadra di rugby, intorno alla quale si ritrovano i ragazzi di Librino. La sede dei Briganti è stata "occupata" (leggi: LIBERATA!) il 25 aprile 2012, data scelta simbolicamente per collegarla alla Resistenza, dopo che il Comune di Catania aveva destinato lo stadio del quartiere al Catania Calcio, senza che la squadra cittadina avesse mai preso possesso della struttura. Altra associazione del periferico Librino, è Terre forti, antico nome della landa che - come si può capire - dà il nome al libro. L'associazione Terre forti, come i Briganti e Iqbal Masih, rappresenta oggi un punto di forza del quartiere; una riscossa a cui i giovani (e non solo) guardano con speranza.
     Le Piagge è un quartiere fiorentino che rende attuale un famoso e straordinario libro di Vasco Pratolini, "Il quartiere", appunto. Lo scrittore partigiano, nato in via de' Magazzini, scriveva di amicizie e dello sventramento del quartiere di Santa Croce. E Periferie: Terre forti parla della stessa Resistenza che provano oggi gli uomini e le donne, i ragazzi di Le Piagge che si sono stretti intorno a don Alessandro Santoro, il parroco del "Bronx di Firenze" (come viene definito il quartiere), per cercare un momento di riscatto che si basa proprio sulla fragilità degli abitanti; fragilità individuali che finiscono per diventare i punti di forza della comunità, anzi della "Comunità di base Le Piagge", dove in un microcosmo Resistente si sperimenta quella realtà e quella mentalità che, se trasferita a un livello sociale superiore, potrebbe "rischiare" di essere una soluzione per affrontare il momento storico che stiamo vivendo, con la nascita di una nuova idea di inclusione sociale che, prendendo il via dalle piccole cose, arriva a far funzionare anche le cose "grandi" e importanti delle città che, sempre di più, tendono a ghettizzare le realtà come Le Piagge.
     L'ultimo capitolo è dedicato a Gaetano Saffiotti, un imprenditore di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, che dal 2002 è testimone di giustizia; Saffiotti è colui che ha reso possibile l'assalto da parte della Giustizia delle 'ndrine dei Bellocco, dei Piromalli, dei Gallico: permettendo il sequestro di beni per 50 milioni di euro. Alessi e Manzoli l'hanno incontrato nel suo "bunker", nella sua Palmi, dove vive con la famiglia e continua ad amministrare la sua azienda (la Saffioti Calcestruzzi), con la quale lavora in tutto il mondo: "...ma non riesco a costruire un metro della Napoli-Reggio Calabria...". Racconta di contatti con le cooperative emiliano-romagnole, Gaetano Saffioti, e di come queste l'hanno messo alla porta dopo che hanno capito che lui con la 'ndrangheta non solo non c'aveva a che fare, ma addirittura la combatteva. Il quarto capitolo di Periferie: Terre forti è un "libretto delle istruzioni", per capire come opera in ambito edilizio, nell'autotrasporto e nel movimento terra la 'ndrangheta. Pagine che tutti gli imprenditori dovrebbero leggere, prima di stingere la mano ai mafiosi.

Gaetano Alessi e Massimo Manzoli scrivono senza avere alle spalle nessun editore; perché i loro editori sono i loro lettori, i quali (se vogliono) possono comprare il libro. Che però non ha un prezzo di copertina: offerta libera. E non solo. Periferie: Terre forti si può scaricare gratuitamente da Internet, in Pdf, dal sito Ad Est. Un libro che, ne sono convinto, sentirete la necessità di acquistare dopo averne letto qualche pagine dal computer; e per farlo potete inviare una mail all'indirizzo adest1@libero.it, oppure partecipare alle tante presentazioni che "Gato" e Massimo curano in Italia e in Europa; contando solo sulle loro forze. Sulla loro (e nostra) Resistenza.


Donato Ungaro

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