Articoli "di carta"

Se sul 20 si parla di mafia

Tratto da: Piazza Grande — ottobre 2015

È tardi un bel po' e sul 20 sono rimaste poche persone. In Saragozza salgono un paio di ragazzotti, che subito “puntano” due studentesse che si trovano già a bordo. Osservo incuriosito la scena dallo specchietto, per cercare di comprendere le tecniche di abbordaggio dei giorni nostri. Niente di particolare, mi sembra all'inizio; le solite domande poco più che retoriche. Di dove siete? Che facoltà frequentate? A che anno siete? Poi uno dei ragazzi si allarga nel discorso e inizia a raccontare quello che ha fatto nell'estate appena trascorsa. «Sono stato in un campo di Libera, a coltivare la terre sequestrata alla mafia». È siciliano e parla dell'esperienza che ha vissuto nella sua terra. «Ho incontrato davvero molte persone, che volevano dare un segnale forte alla criminalità organizzata; la loro presenza nella mia provincia mi ha colpito e ho deciso di fare qualcosa anch'io». Parla di un notevole interesse intorno all'esperienza di Libera, con una televisione locale trapanese, TeleSud, che si è occupata della coltivazione dei terreni confiscati alla mafia. Un argomento un po' strano, per cercare di attirare le ragazze; mi aspettavo che le due studentesse scendessero alla prima fermata, ma invece il discorso ha iniziato a farsi interessante. «Noi veniamo da un paesino nelle Marche, Marotta; e lì la mafia non c'è». Ma il ragazzo trapanese le avvertiva di stare attente a dire che la mafia non è presente in un territorio. «Proprio dove si pensa che non ci sia la mafia, quella è presente; perché i mafiosi per condurre i loro sporchi affari hanno bisogno di tranquillità». Sono scesi tutti e quattro in via Marconi, continuando a parlare con un certo interesse di criminalità. E mi hanno lasciato sull'autobus la speranza di vedere dei giovani che si interessano di loro e del loro futuro. Ma anche la speranza che dai discorsi sulla lotta alla mafia possa nascere un amore: e un bacio. Mi piacerebbe poter dire ai mafiosi che proprio un bacio vi seppellirà. Non un mafioso: «Baciamo le mani», ma un semplice bacio d'amore tra due ragazzi che si vogliono liberare della mafia.
Donato Ungaro

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Quante sono 700 persone?

Tratto da: Piazza Grande — maggio 2015

È una bella domenica d'aprile; Bologna è piena di gente che va a spasso tranquillamente. Prima di uscire di casa per prendere servizio su un 11, ho sentito di Settecento annegati nel Canale di Sicilia, nel ribaltamento del barcone della morte a cui avevano affidato le proprie vite. Settecento è una cifra, solo una cifra. Voglio provare a dare un volto, una consistenza a quei Settecento corpi che giacciono in fondo al mare. Inizio a contare i passeggeri del mio autobus: uno, due, tre. Ci sono contemporaneamente tre passeggini sull'autobus. Quattro, cinque, sei; con le mamme: sette, otto, nove. E i papà: dieci, undici, dodici. Un paio di fratellini: tredici, quattordici. E poi nonni, amici: quindici, sedici, diciassette. Continua la mia mesta e silenziosa conta passando da piazza Minghetti, dove la gente aspetta carica di colori e boccioli, per “Bologna in Fiore”: centoventuno, centoventidue, centoventitré. Finisco il primo pezzo che la fatidica cifra non è ancora raggiunta. Mi tocca di continuare anche mentre guido il 30, con tanti bolognesi che scendono ai Giardini Margherita: trecentottantasei, trecentottantasette, trecentottantotto. E continuo inserendo nella lista quelli che si fanno i selfie a Monte San Michele: cinquecentotredici, cinquecentoquattordici, cinquecentoquindici. E ancora, aggiungo chi sale in stazione: cinquecentotrentotto, cinquecentotrentanove, cinquecentoquaranta. Finisco il mio turno e scendo in piazza Malpighi che non ho finito di contare. Salgo sul 14 che mi porta a casa e, senza dir nulla al collega, gli rubo i passeggeri; e continuo la mia “carontica” conta: seicentosedici, seicentodiciassette, seicentodiciotto. Scendo alla Barca che ho appena raggiunto la quota. Ecco, ora ho idea di quanti sono settecento morti: equivalgono a tutte le persone che io, autista di autobus, ho incontrato in una giornata di lavoro. Chi mi ha chiesto un'informazione, la donna a cui ho fatto il biglietto a bordo, il nonno che mi ha mandato a quel paese: tutti morti. È una metafora, per loro fortuna. Ma per Settecento esseri umani è stata una sfortunata realtà. 
Donato Ungaro

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Memorie antimafia di un ex vigile urbano

Tratto da: Piazza Grande — marzo 2015

Terreni agricoli comprati per pochi soldi per costruirci una centrale elettrica. Escavazioni illegali di sabbia nel Po che hanno deviato il corso del fiume. E troppi morti per tumore a Brescello. Per averlo raccontato, sono stato minacciato e poi ho perso il lavoro

Non è Mafia solo l'uccidere le persone, è Mafia anche il togliere la dignità agli uomini. È Mafia anche mettersi al servizio di un imprenditore che con la Mafia, secondo un prefetto, conduce affari; Mafia è fare dei favori – magari inconsapevolmente – alla Mafia, quella vera.
La mia storia è banale: Una storia semplice, come la titolerebbe Leonardo Sciascia.
È la storia di un vigile urbano di un paesino reso famoso dai film di Peppone e don Camillo, che si mette in testa di diventare giornalista. Incontra un certo Roccuzzo, uno dei carusi di quel Pippo Fava direttore de I Siciliani ucciso dalla Mafia catanese; e inizia a scrivere per la Gazzetta di Reggio. Scrive, il vigile-cronista, di una progettata mega-centrale elettrica da costruire dalla Ansaldo su terreni agricoli comprati per pochi soldi, terreni che prima del rogito – però – diventano area industriale grazie alla variante approvata dall'amministrazione. Un guadagno straordinario, con la Ansaldo ora pronta a pagare i terreni fior di milioni; ma al vigile-cronista giunge una voce raccapricciante: secondo un medico, troppa gente a Brescello muore di tumore. La redazione della Gazzetta di Reggio scrive un articolo dove vengono denunciate le impressioni del medico condotto: dal municipio arrivano strali e minacce al vigile-cronista. Ansaldo rinuncia a costruire la centrale e l'imprenditore rimane con i terreni “novelli” industriali senza un compratore. Il sindaco di Brescello, Ermes Coffrini, licenzia il vigile-cronista, accusandolo di essere un Erin Brockovich da strapazzo. L'Ausl conduce un'indagine e scrive che negli ultimi 7 anni il 45 per cento degli uomini è morto per tumore. Solo impressioni?
Nel frattempo l'imprenditore scava abusivamente sabbia nel Po, arrivando a deviare il corso del fiume. L'ex vigile, ora solo cronista, filma una draga mentre scava nelle acque del Po e Le Iene di Italia Uno ci fanno una puntata, con la Procura che acquisisce le immagini: una domenica mattina qualcuno taglia le gomme all'auto dell'ex vigile: proprio davanti alla caserma dei carabinieri! E la cosa si ripete dopo poco tempo, di notte. Il procuratore del tribunale di Reggio Emilia, Italo Materia, invita il cronista a sporgere denuncia: non dai carabinieri del suo paese, ma direttamente a lui. L'imprenditore, intanto, invita il cronista a passare da casa sua: «Ho un bel tatami – mi dice Claudio Bacchi –, vieni che sistemiamo le cose da uomini». Antonio Roccuzzo nel frattempo lascia la Gazzetta di Reggio: e la Gazzetta di Reggio “lascia” a casa l'ex vigile, ora solo cronista, il quale si trasferisce a Bologna e, oltre a fare il tranviere, scrive per Piazza Grande.
La Bacchi riceve un'interdizione dal prefetto di Reggio Emilia, per legami con la Mafia: non voglio immaginare, a questo punto, chi avrebbe potuto costruire la mega centrale Turbogas di Brescello. Forse, dico forse, le stesse imprese finite nel gorgo dell'operazione Aemilia delle scorse settimane, con un imprenditore edile, Alfonso Di Letto, accusato di avere legami con la 'ndrangheta e che è stato intercettato mentre “discute” di politica con un consigliere comunale di Brescello, Maurizio Dall'Aglio, il quale era stato invitato insieme ad altri consiglieri tra cui il sindaco Ermes Coffrini, a recarsi in Portogallo per visionare una centrale Turbogas già costruita dalla Ansaldo. Tutto mentre l'attuale sindaco di Brescello, un Coffrini junior figlio del Coffrini senior che mi licenziò nel 2002, definisce improvvidamente «...una brava persona...» il 'signor' Francesco Grande Aracri, suo concittadino condannato in via definitiva per Mafia. A fargli l'eco, il parroco brescellese, che in chiesa grida: «Brescello non è mafiosa». Dopo un paio di mesi gli elicotteri dei carabinieri volavano all'alba sulla parrocchia brescellese, per arrestare gli 'ndranghetisti.
Nella mia storia semplice, quasi banale, la Mafia non ha ucciso. E nessun brigadiere ha eliminato il suo superiore. Nessun parroco si traveste da “capo-stazione”.
L'unico a rimetterci sono stato io, Donato Ungaro; c'ho rimesso il posto di vigile urbano. E di cronista, perché la Gazzetta mi ha lasciato a casa.
Sono stato così semplicemente disarmato, perché togliere il lavoro a una persona è privarlo della propria dignità; che è l'unica vera arma civile di un Uomo. L'unica cosa per cui valga la pena di combattere.
La dignità è l'arma di cui la Mafia non può ammettere l'esistenza; e chi disarma un uomo dignitoso, fa solo un gran piacere alla Mafia.
Donato Ungaro

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Il mafioso che è in me...

Tratto da: Nuovo Informatore — marzo 2015

Non è Mafia solo l'uccidere le persone, è Mafia anche togliere la dignità agli uomini. È Mafia anche il togliere la dignità agli uomini. È Mafia mettersi al servizio di un imprenditore, o peggio, di una "cooperativa" (parole del sindaco Virgionio Merola) che con la Mafia conduce affari; Mafia è fare dei favori - magari inconsapervolmente (?) - alla Mafia, quella vera.
Ma il vero pericolo non è costituito dal mafioso con la coppola e la lupara in spalla: quello oramai non esiste più neanche nei film. Il vero pericolo è quello costituito dal mafioso che è annidato in ognuno di noi; e che è pronto a non credere nello Stato, nella giustizia, nella politica che oramai ha dato ampia dimostrazione che, oggi come oggi, essere onesti rischia di non essere più un valore, ma un disvalore.
E allora si è tentati, ognuno di noi, di cercare la scorciatoia o di usare un aiutino, pur di ottenere un risultato; magari saltando qualche passaggio, qualche regolina. Ed è questa la mentalità in cui il mafioso prende il sopravvento; è questo il sottobosco che si viene a formare, dove ognuno deve dimostrare di essere più bravo. Attenzione: ho detto dimostrare, che è un discorso ben diverso dall'essere. E anche quando non siamo coinvolti direttamente, come facciamo a condannare qualcuno perché ha cercato di fare una “furbata” uguale a quella che abbiamo fatto noi poco prima? Diventiamo complici; e giustifichiamo l'altro giustificando, quindi, anche noi stessi.
Semplicemente decidiamo di non denunciare; di voltarci dall'altra parte. Per falso quieto vivere e per ipocrita buonismo, quando non arriviamo alla più becera complicità. Ma non fare niente, di fronte a un sopruso consumato nei confronti di un nostro concittadino, equivale a essere complici di quel sopruso: e quando a non fare niente sono i rappresentanti delle istituzioni, la cosa è ancora più grave. Più grave il non fare che il fare. Si chiama omertà; e l'Emilia Romagna ha scoperto, alla fine dello scorso mese di gennaio, di non essere immune da questa malattia. È terra di Mafia. Punto.
Di più; ha scoperto che proprio la solidarietà e la cooperazione, il benessere che caratterizzano il civilissimo popolo emiliano sono l'incubatrice di una politica malata, malata di Mafia; dove il politico va a braccetto con l'imprenditore locale il quale, a sua volta, va a braccetto con i mafiosi, con i colletti bianchi della nuova Mafia che dagli anni Ottanta risiedono in Padania.
E allora ecco che la Via Emilia si sveglia da un sogno e si rende conto, nonostante i campanelli d'allarme suonassero da decenni, che i camion che scarrozzano terra, inerti, sabbia e altro materiale edile sono in mano alle cosche della 'ndrangheta. E quei mafiosi, quelle imprese mafiose, hanno fatto affari con le amministrazioni pubbliche: hanno costruito strade, ponti, linee ferroviarie ad alta velocità, strade e piazze. Addirittura, i titolari delle aziende legate alla 'ndrangheta sono entrati nelle cooperative di trasportatori, con sindacati e amministratori onesti che hanno tentato – tra difficoltà e minacce – di denunciare il fenomeno.
Ma in Emilia non è facile riconoscere la Mafia, perché non esiste la cultura del contrasto a questa cultura di morte e malaffare; ci stiamo svegliando ora, quando però i guai sono già fatti. Libera, l'associazione di don Ciotti, scende a Bologna per celebrare i suoi vent'anni; e per ricordare e dare solidarietà alle vittime della Mafia. E non poteva capitare in un momento migliore, con le forze dell'ordine che stanno scoperchiando un sistema fatto di inconfessabili collusioni, colpevoli indifferenze anche e soprattutto da parte dei rappresentanti della cosa pubblica, colpevolmente colpevoli di aver cercato gli “aiutini” dalle persone sbagliate, permettendo così alla Mafia di infiltrarsi nel territorio e nella gestione della cosa pubblica.
È questo il momento di alzare la voce, nel momento in cui la Giustizia è stretta da mille lacci e laccioli, anche grazie al “datore di lavoro” del famoso stalliere di Arcore. Con quale ingenuità possiamo pensare che il Presidente del Consiglio dei Ministri con una mano assuma un Mangano qualsiasi e, con l'altra mano, metta i giudici nelle condizioni di lavorare? Da anni i tribunali non vedono lo svolgimento di concorsi per l'assunzione del personale amministrativo: la polizia è senza i soldi per la benzina.
Quella che viene messa in discussione da questa politica che guarda solo il proprio ombelico, in un gioco di potere che a volte la vede andare spudoratamente a braccetto con i mafiosi, è la dignità dei semplici cittadini, di tutti coloro che contribuiscono con il loro onesto lavoro a dare un futuro ai nostri ragazzi, ai nostri figli, per i quali sogniamo tutti un futuro libero dalla Mafia.
Togliere a una persona il lavoro, l'amore per il proprio lavoro onesto, è privarlo della propria dignità; che è l'unica vera arma civile di un Uomo. L'unica cosa per cui valga la pena di combattere.
La dignità è l'arma di cui la Mafia non può ammettere l'esistenza; e chi disarma un uomo dignitoso, fa solo un gran piacere alla Mafia.
I politici, dall'ultimo consigliere comunale del più sperduto paese fino al Primo Ministro, devono imparare a riconoscere non solo la Mafia negli altri, ma devono riconoscere prima di tutto la Mafia in se stessi. Perché, parafrasando una famosa frase di Giorgio Gaber, non è il mafioso in sé a farmi paura, ma il mafioso in me.
Devo imparare a difendermi dagli altri, ma anche dalla mia mentalità che troppo spesso mi dice: girati dall'altra parte. E dobbiamo imparare a farlo senza temere per noi o per i nostri cari; anzi, dobbiamo farlo proprio in loro nome, come loro farebbero: e in molti, negli anni passati, l'hanno fatto per noi.
Donato Ungaro

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"Ero straniero e mi avete accolto"

Tratto da: Piazza Grande — novembre 2014

La porta si stava già chiudendo, quando un ragazzo appena salito si è girato di scatto ed è sceso, dalla salita. I passeggeri gli hanno urlato dietro qualcosa, lamentandosi della sua trasgressione ai cartelli: “di qua si sale”, “di qua si scende”; ma io stavo già partendo, mentre il ragazzo guardava a bordo, attraverso i vetri del bus che gli stava scivolando di fianco. La sua attenzione era attirata da un uomo con in mano un blocco e un cartellino al collo: stava scrivendo il verbale a un “portoghese”. A bordo, intanto, iniziava la tiritera dei luoghi comuni per condannare l'atteggiamento del ragazzo. «Tutti così; ne sbagliasse uno» si lamentava una donna. «Cosa ci vuole fare? finché gli permettiamo di farlo, loro se ne approfittano; siamo stupidi noi che paghiamo il biglietto». Le faceva eco un'altra. «E poi, neanche da dire, è un extracomunitario; noi li aiutiamo e loro non ci hanno neanche in nota. Altro che gratitudine». A quel punto interviene un uomo. «La settimana scorsa, uno di loro, ha accoltellato un controllore. E lo hanno lasciato andare via, senza fargli niente. Io lo chiuderei in galera e sbatterei via le chiavi». Ed Ebola, mi è venuto da pensare? «È meglio che sia sceso. Magari era malato; chi li controlla quando sbarcano?». Oramai la pentola era in pressione e luoghi comuni e frasi fatte eran belle che pronte, sciorinate al dente tra la folla del mio autobus. Mancava solo la frase madre di tutti gli stereotipi; ma alla fine è arrivata. «Aiutiamoli a casa loro». Io mi limitavo a osservare e pensare, almeno per quello che posso; ma dov'è questa casa loro? E soprattutto: dov'è casa nostra? Cosa la rende tale? Chiudendoci “in casa” rischiamo di trovarci prigionieri di una galera senza sbarre, dove i limiti sono quelli nostri, dei nostri ideali di difesa della razza. Stiamo ripetendo gli stessi errori che condanniamo retoricamente nelle manifestazioni; abbiamo il Giorno della Memoria, per ricordare la Shoah, e poi ci dimentichiamo Gaza. Difendiamo le radici cristiane e dimentichiamo: “ero straniero e mi avete accolto”. E questa non è una frase fatta.
Donato Ungaro

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La guerra SUI poveri

Tratto da: Nuovo Informatore — settembre 2014

Alta velocità: a chi non è capitato, almeno una volta, di rendere un treno Alta Velocità, Trenitalia o Italo che sia? Un gran bel viaggiare, non c'è che dire. Una certa puntualità (chiaramente quando le cose vanno bene...), pulizia, gentilezze varie da parte dei capitreno, disponibilità di servizio a bordo e in stazione. Un gran bel viaggiare, che fa sembrare l'aereo qualcosa di superfluo; partire senza arrivare in anticipi mostruosi in aeroporto per fare il chek-in e arrivare direttamente in centro nelle città di destinazione, non ha prezzo, soprattutto nelle tratte brevi dove a volte è più il tempo "accessorio" rispetto ai minuti di volo. Il treno ad Alta Velocità è stata una gran bella pensata.
Ma quando nasce l'idea dell'Alta Velocità? Incredibile a dirsi, ma nasce in Italia, nel 1939, con un ETR212 che sulla tratta Milano-Firenze raggiunge i 203 chilometri orari; poi, come al solito, altri sfruttano il nostro estro creativo e si sviluppano all'estero le reti dedicate all'Alta Velocità. Noi arriviamo a pensarci negli anno Ottanta, quando si inizia a ragionare sul Pendolino, che però viaggia su binari tradizionali. In seguito, in tempo di "vacche grasse", si progettano tracciati dedicati, con la speranza di riuscire a fare concorrenza agli aerei e riuscire a intercettare il traffico di manager che hanno l'esigenza di viaggiare da Milano a Roma in tre ore. Detto, fatto; con la flemma italica. E oggi abbiamo in esercizio straordinarie linee dedicate all'Alta Velocità, ma c'è solo un problema: nel frattempo le cose sono cambiate e la gente, i manager, non hanno più l'esigenza di viaggiare ad Alta Velocità. La tecnologia è cambiate molto velocemente e le video conferenza non sono più una 'roba' da Casa Bianca; oggi qualunque azienda è in grado di organizzare una videoconferenza tra i propri alti vertici, e con spese bassissime, senza più dover affrontare i costi per il trasferimento di dirigenti da una città all'altra.
Oggi, che le "vacche grasse" sono state sottoposte a una energica dieta, l'Alta Velocità non è più così 'strategica' come poteva esserlo negli anni Ottanta; ma oramai quello che è fatto è fatto. A complicare le cose tra i passeggeri e Trenitalia, già Fs, è arrivato il terzo incomodo: Italo treno. L'arrivo di Montezemolo e Della Valle nell'Alta Velocità ha scompaginato il mercato e all'inizio Trenitalia ha dovuto adeguarsi; la convenienza economica di Italo veniva cotrastata dalle offerte di Trenitalia: e si poteva effettivamente scegliere con il vettore con cui viaggiare, grazie a una guerra di prezzi praticata dalle due compagnie ferroviarie. Oggi, però, la mannaia della crisi – con qualche "aiutino" statale – è piombata sulle ruote ferrate di Italo; e si tracciano bilanci in profondo rosso, con la possibilità di una crisi che sembrerebbe destinata a far tracollare la società di Montezemolo. La faccenda strana sembra essere che i meno preoccupati sono i "proprietari" di Italo, perché sono riusciti a mettersi al sicuro dai rischi, i quali ricadrebbero unicamente sui mille dipendenti e sulle banche che hanno assicurato il capitale.
Ma se vogliamo analizzare bene la faccenda, c'è un altro aspetto che dobbiamo prendere in esame.
Treni pendolari: a chi non è capitato, almeno una volta, di prendere un "treno pendolari" di Trenitalia? Non è un gran bel viaggiare. Ritardi e soppressioni all'ordine del giorno, pulizia praticamente inesistente, capitreno che molto spesso non riescono a fare il proprio lavoro a causa delle condizioni del materiale rotabile, indisponibilità di servizi a bordo e stazioni abbandonate a se stesse. Non è un gran bel viaggiare per chi è costretto a prendere il treno tutti i giorni, per recarsi al lavoro o per raggiungere i luoghi dello studio. Certamente i motivi dei disservizi sono molti e non son imputabili a una sola ragione, ma certamente la lotta tra Italo e Trenitalia ha costretto l'ex Ferrovie dello Stato a sottrarre risorse ai servizi ordinari, ai treni pendolari – regionali e regionali "veloci" (sich!) – su cui viaggiano milioni di italiani tutti i santi giorni.
E allora la domanda sorge spontanea: aveva senso "permettere" l'ingresso di una società privata nel mercato dell'Alta Velocità? Basta riguardarsi i giornali degli anni passati per vedere che molti economisti avevano previsto l'attuale stato della società Italo. Ma non c'è il rischio che ora, dopo aver trascinato Trenitalia in una guerra in cui il "gestore pubblico" ha dovuto limare risorse nel servizio a "Bassa Velocità", i costi di un malaugurato fallimento di Italo ricadano sulla società italiana, con cassa integrazione e disoccupazione dei dipendenti? Perché, mi domando, Italo non ha offerto servizi a "Bassa Velocità" con standard di servizio elevati? Lì sì che la concorrenza avrebbe costretto Trenitalia a fare il suo dovere, per garantire treni pendolari in condizioni degne.
L'esempio c'è: ed è marcato Tper. Fino a un anno fa, circa, l'ultimo treno sulla tratta Milano-Bologna passava da Parma, per citare una città sul percorso, alle 22 e 30. Da un po' di tempo c'è un convoglio Tper che parte dalla Centrale di Milano alle 22 e 15, per arrivare in appena più di 2 ore a Bologna. Personalmente mi è capitato di prenderlo e il servizio offerto, a detta non mia ma di altri passeggeri, è migliore di quello offerto da Trenitalia: sia perché è stato coperto un orario prima scoperto, sia per la disponibilità di materiale rotabile nuovo. Certo, poi i servizi Tper hanno altri problemi su altre tratte: è innegabile. Ma la domanda è: perché Italo non ha pensato di entrare con la stessa logica dell'Alta Velocità anche nel servizio offerto ai pendolari? È chiaro che la domanda è reterica e la risposta la si può trovare nei fatti e nei bilanci; ma anche nell'atto costitutivo della società, grazie ai cui "cavilli" – legalissimi, ci mancherebbe – sarebbero derivati benefici per i soci fondatori, mentre i malefici derivanti dalle perdite vanno indirizzati ad altri soggetti.
A far l'imprenditore così sono capace anch'io; c'è un detto romanesco, e che tira in ballo una certa parte "anatomica", che si presterebbe bene alla chiusa di questo editoriale. Ma chiaramente non posso riportarlo, proprio a causa della schiettezza con cui viene citata la parte "anatomica". In ogni caso, appare evidente che, andando avanti così le cose, a metterci la parte "anatomica" sono sempre gli stessi: e, in questo caso, i poveri pendolari in prima persona.
Donato Ungaro

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Quel bacio gay a tarda sera

Tratto da: Piazza Grande — luglio 2014

All'una e mezza di notte guido verso la periferia un autobus di una linea “portante”; è l'ultima corsa e la gente accorre per non rimanere a piedi. In centro faccio una fermata: apri le porte, fai salire i passeggeri, chiudi le porte, riparti. Mentre pigio sull'accelleratore, una coppia di ragazzi sbuca correndo da un portico, agitando le braccia. Freno per rifare la fermata e farli salire, facendo nascere sulle loro labbra un sorriso. I due si avvicinano al muso dell'autobus e, a poche decine di centimetri dal parabrezza, si baciano: non sulla guancia. Si baciano, in un intrecciarsi di baffi dell'uno nella barba dell'altra. Io non riesco a non distogliere lo sguardo dal loro baciarsi; e dentro di me monta lo sgomento. Verso me stesso. Perché non riesco a reggere quell'immagine? Perché proprio a me, sincero estimatore – ad esempio – della cultura pasoliniana, quell'istantanea ha creato imbarazzo? Ho paura di me stesso, di aver scoperto una vena di omofobia in me; nel mio profondo che neppure io conosco. Riparto più stupito di me stesso che della scena che ho visto; il ragazzo rimasto a terra cammina sotto al portico ma, improvvisamente, scarta e decide di attraversare la strada davanti al mio autobus. Chissà perché, lo immaginavo e mi fermo senza problemi; e penso istintivamente: «è proprio innamorato». Lui s'accorge dello sbaglio e mi chiede scusa; io gli sorrido, con profondo piacere. Intanto il suo ragazzo mi si avvicina e mi chiede un'informazione; gliela fornisco con la massima cortesia, senza fare nessuno sforzo, intimamente grato a quel giovanotto per avermi permesso di capire che non mi imbarazza minimamente parlare con lui dopo averlo visto scambiarsi un bacio con il suo compagno.
È stato solo un atto d'amore; e il mio volgere lo sguardo altrove non era dovuto al fatto che a scambiarsi quel bacio erano due ragazzi, due uomini. Avrei rispettato quell'intimità, volgendo lo sguardo, anche se a baciarsi fossero stati un uomo e una donna.
Baciatevi finché volete davanti al 'mio' autobus: uomini con uomini, donne con donne, uomini e donne.
Basta che ci sia Amore.
Donato Ungaro

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Questione di etica

Tratto da: Nuovo Informatore — maggio/giugno 2014

Ho avuto modo, non molto tempo fa, di ascoltare le parole dell'Assessore regionale alla Mobilità, logistica e trasporti, il parmense Alfredo Peri: «La mobilità deve essere considerata un settore industriale a tutti gli effetti: e non un servizio sociale. Il sistema deve tenere», sono state le sue parole, pronunciate in un convegno pubblico. Questo ragionamento mi è sembrato subito in contraddizione con quanto affermato da Graziano Delrio, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, nell'intervista apparsa sull'Informatore nell'estate 2012, quando era sindaco di Reggio Emilia e presidente dell'Anci: «Come sindaci consideriamo il trasporto pubblico un servizio che attiene al Welfare, perché consente la mobilità a tutti i cittadini con costi calmierati. Un buon servizio di trasporto pubblico è fondamentale nel garantire il funzionamento non solo della mobilità, ma di tutta una città, riguarda la qualità di vita delle persone, delle famiglie, delle imprese, del sistema pubblico e privato, riguarda la salute pubblica perché è una scelta sostenibile». Stesso partito, diversa visione della stessa questione: ma ciò rientra in una dialettica politica tutto sommato accettabile, anche se – a voler ben vedere – rischia di creare un po' di confusione nei cittadini-elettori. Ma tant'è!
Dopo alcune settimane dal dibattito pubblico in cui l'assessore Peri sosteneva la necessità di una industrializzazione del settore Mobilità, con l'abbandono dell'idea di assistenzialismo e, quindi, con una ricerca di un sostegno quasi autonomo delle aziende di trasporto, ho avuto il piacere di ascoltare le parole di un industriale, anche lui parmense: Luca Barilla. Il patron dell'omonima multinazionale della pasta ha fatto un ragionamento per certi aspetti degno del miglior Adriano Olivetti: «Abbiamo capito che protagonista del nostro lavoro non può essere il profitto industriale fine a se stesso, ma dobbiamo mettere al centro del nostro operato la persona, il territorio in cui l'azienda è inserita, la salute pubblica. I nostri azionisti hanno capito che il profitto aziendale non è solo il dividendo di fine anno; e hanno accettato di condividere un bilancio etico prima che un bilancio economico».
Se confronto le parole del parmense Peri con quelle del reggiano Delrio mi sorprende la contraddizione, ma in qualche modo la posso capire, politicamente parlando; se rimango in terra verdiana, e confronto i concetti espressi dall'assessore Peri con quelle di Luca Barilla, mi appare in tutta evidenza lo stridore che contraddistingue il pensiero del politico da quelle dell'industriale. Quasi quasi, si potrebbe parlare di uno scambio di ruoli: del politico che, in tempo di spending review, tenta attraverso l'industrializzazione e l'autosufficienza di trovare la quadra economica di un settore – quello del Trasporto Pubblico Locale – che viene sempre meno sostenuto dai governanti nazionali; e dell'industriale che, dopo anni di forsennata corsa ai profitti, si rende conto che il rischio è di trovarsi isolato dal mondo che lo circonda. O, per dirla con la “Filosofia campestre” di Giovannino Guareschi, un altro parmense: «...l'uomo si troverà come un passero sul pomolo di un altissimo pennone e si affaccerà sull'infinito...», trovandosi nel vuoto pneumatico che egli stesso ha creato, senza più nulla da conquistare. Solo nella sola solitudine del bastare a se stesso.
E allora si torna a mettere in discussione il Capitalismo non-moderato da un fattore inscindibile dalla componente umana: l'etica.
L'etica è quel fattore che rende morale, sostenibile nei confronti degli altri, il comportamento dell'uomo, che sia un politico o che sia un industriale: o che sia un semplice tranviere. È quel fattore che fa si che ognuno gestisca la propria libertà nel rispetto dell'altro, con la coscienza che le scelte di ognuno hanno delle ricadute sulla società e, di conseguenza, sul modo di stare al mondo di chi vive il mio stesso mondo: vicino o lontano che sia. Il Capitalismo, principiatosi così come o conosciamo oggi con la Rivoluzione industriale dell'Ottocento, è arrivato fino a noi per forza d'inerzia e ha cercato di perpetuare se stesso sconfinando nel Consumismo, in seguito alla rivoluzione fordista e tailorista dell'inizio del Novecento. Il Terzo Millennio potrebbe essere quello della svolta etica, della scoperta del fattore umano nella produzione di massa; ascoltando le parole di Luca Barilla sembrano averlo capito gli industriali, ma la politica appare compiere un percorso inverso se invece si tende orecchio al ragionamento di Alfredo Peri.
Ognuno di noi avrà modo di ragionare e, soprattutto, di giudicare l'altrui operato nei limiti delle proprie competenze; ma la domanda, anzi le domande, con cui voglio concludere questo mio scritto sono diverse: Può la politica “fare” industria? Può la politica dare indicazioni sui comportamenti che i dirigenti delle aziende private devono tenere? Possono i politici “politicizzare” – scusate il bisticcio – gli obbiettivi industriali e i vertici aziendali? Può la politica dimenticare il servizio che è chiamata a compiere e confondere il proprio ruolo – di gestione del servizio pubblico – con la produzione economica e finanziaria?
Io non ho le risposte; in parte perché sono domande retoriche e in parte perché il confine con la demagogia e il populismo rischia di essere troppo sottile.
Io posso solo segnalare un concetto espresso dal sociologo Èmile Durkheim, il quale sosteneva che: la società impara a considerare i membri che la compongono non più come delle cose su cui ha dei diritti, ma come cooperatori di cui non può fare a meno e nei confronti dei quali ha doveri. È questa la base dell'etica, della solidarietà sociale la quale rappresenta l'antidoto a quell'individualismo verso cui il Capitalismo sfrenato e il Consumismo vorrebbero far scivolare gli uomini, gli italiani figli di una tradizione rurale e solidaristica secolare.
Fermiamoci nella scalata del pennone; e pensiamo se val la pena di arrivare in cima.
Donato Ungaro


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Il fanale di una graziella

Tratto da: Piazza Grande — maggio 2014

Pochi secondi alla fine della mia giornata di lavoro e sono fermo a un semaforo; il buio della sera avvolge tutto: strada, auto, le sparute persone che camminano sui marciapiedi e sotto i portici. Alla fermata successiva avrò il cambio, tornerò a casa; con il pensiero sono già a tavola, davanti alla mia cena. È scattato il giallo per gli inesistenti pedoni che dovrebbero attraversare la strada davanti al muso del mio autobus; e li immagino nel tepore della loro abitazione, contornati dall'affetto delle persone care. Sarò il freddo di una delle ultime serate invernali, a dipingermi in mente queste immagini tra il bucolico e il passionale. Un contasecondi scandisce il giallo pedonale: 15,14,13,12... e anche il tempo che mi manca per il cambio. Ma sotto al semaforo lampeggia un'altra lucina, la fioca lanternina rossa di un fanalino di bicicletta. È attaccata a una Graziella sospinta da una vecchina col foulard in testa; si guarda in giro circospetta la donnina. Il conto alla rovescia per il verde continua: 11,10,9,8... e gli occhi della signora sono soli sul marciapiede chiuso agli sguardi dei curiosi dalla fiancata del mio autobus. 7,6,5,4... avuta la certezza di essere sola, al sicuro da occhi indiscreti, infila la mano nel cestino dei rifiuti del semaforo e fruga tra gli scarti di chi ha qualcosa da gettare. 3,2,1: via. È così bassa che non arriverebbe alla bocca di un cassonetto; allora s'accontenta dei cestini, tra i bicchieri dei fast-food e i sacchetti con gli escrementi dei cani. Volo al punto di cambio e corro indietro; in un negozio compro tre cose: un pacco di biscotti, mezzo chilo di pasta, dei wurstel. Riprendo la corsa nelle vie buie, con la paura d'averla persa; ma ecco la lucina della Graziella. La raggiungo e non ho più fiato: per la corsa, per l'ansia, per la vergogna. «Buonasera» dico porgendo la mia elemosina. La donna trasale e mi guarda sbigottita. «Ma io non l'ho vista», si scusa allungando le mani. «Non fa niente; l'importante è che l'abbia vista io» ma mi devo interrompere e scappare, come un ladro; perché le lacrime la stanno già vincendo.
Donato Ungaro


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L'uomo ignorante

Tratto da: Piazza Grande — marzo 2014

Alle 8 di sera arrivo con il 20 in piazza Malpighi; iniziano a esserci pochi autobus in giro e la gente per strada è poca. Aprò le porte e il sorriso di una voce sale a bordo: «Scusi, arriva in stazione?»; la risposta dovrebbe essere negativa. «Mi dispiace, ci vado solo vicino: in via Indipendenza». La padrona della voce sale; è intabarrata da una giacca a vento e parte del volto è avvolto in una sciarpa, con un berretto di lana calcato fin sugli occhi bellissimi. Si intravedono alcune ciocche bionde di capelli; è una donna per me stupenda e io sono già innamorato. «Va bene; farò due passi a piedi». Nonostante il mio sentimento, la creatura celestiale mi abbandona e si perde alle mie spalle. Ordino al mio cuore di star zitto; e al bestione che sto guidando di ripartire. Dopo al fermata San Pietro devo voltarmi, attratto dalla forza del sentirmi osservato: e incontro i suoi occhi. «Devo scendere alla prossima?» dice la voce sorridente che mi ha fatto innamorare. «Sì; e proseguendo arriva in stazione». Gli occhi color del mare continuano a fissarmi, con un sorriso che irraggia luce. «Lei è sposato?». La domanda mi sorprende; e rido. «No, per carità; chi se lo prende uno come me?». Torno a guardarla, ma lei non risponde al mio insulso ridere; anzi, si è rattristata. «Non picchi mai una donna; per nessun motivo»: e scoppia a piangere, in un silenzio che è la più grande narrazione a cui abbia mai assistito. Ci si può figurare tutto, in quel pianto silenzioso; si può vedere un animale che picchia una Madonna. La sua mano è appoggiata al mancorrente; allungo la mia mano e cerco la sua. «Non lo farò mai» cerco di rassicurala, ma lei continua a piangere. Avverto il freddo che sale dal cuore di quella donna bellissima, di quella Madonna; che le attanaglia l'anima e sconfina nel fisico. Vorrei abbracciarla; non per scaldarla, ma per condividere il suo freddo: per prendere un po' delle sue botte, così che lei debba sopportarne qualcuna di meno. Ma è già scesa e cammina piangendo verso la stazione; spero riesca a star lontana dall'animale più pericoloso: dall'uomo ignorante.
Donato Ungaro


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Dove la mia voglia di scrivere può servire a qualcuno

Tratto da: Piazza Grande — dicembre 2013

Non ricordo le parole esatte, ma ne ricordo il senso: licenziato. Il fatto che non fosse la prima volta che una redazione mi comunicasse la cessazione del rapporto di collaborazione mi consolava solo in parte; ero ancora una volta in mezzo a una strada. Sfrugugliando nel mio cassetto dei ricordi, alla ricerca di un appiglio su cui fondare una nuova speranza, mi sono imbattuto in una vecchia patente di guida: cat. D. Proviamoci, mi son detto; tanto ormai ho capito che per me il giornalismo è una chimera irragiungibile. Qualche mese di attesa e, alla fine, la chiamata alla selezione Atc; poche settimane ed ero in via Indipendenza, ad aspettare il mio primo 20. Dopo un annetto una donna mi sale a bordo e, con accento siciliano, si lamenta degli immigrati; una bestia mi sale dallo stomaco e si riaffaccia davanti agli occhi la malattia da cui non ero mai guarito: devo raccontarlo, mi dico. Cerco nel solito cassetto il tesserino dell'OdG, ma non lo trovo; semplicemente perché non l'ho mai riposto: ce l'ho ancora in tasca. Anni di collaborazioni con giornali e televisioni, locali e nazionali, non si dimenticano in un giro di volante. Ma chi vorrà più un rottame di giornalista, ammalato di malinconia e sociologia? Piazza Grande, mi vien da dire. Ci provo e nell'aprile del 2010 esce il mio primo pezzo: 'Cipputi ha cambiato nome' è il titolo. Lo mando a don Andrea Gallo, a Genova; e il prete della Comunità di San Benedetto mi risponde: Carissimo Donato ti ringrazio per la tua e mail! Un racconto straordinario. Ancora grazie e “osiamo la speranza”. Ciao. Don Gallo. A queste parole ne sono seguite altre, di lettori che hanno scritto al mio indirizzo di posta elettronica, comunicandomi il loro apprezzamento: ed è una cosa bellissima. Allora ho capito che avevo trovato il modo di mettere insieme la malattia per il giornalismo con un'altra mia “infezione”: quella del volontariato. Quella del mettersi a disposizione degli altri per alleviarne le pene, per dare un contributo per raggranellare qualche spicciolo. Chi cerca le mie parole su Piazza Grande aiuta un diffusore; ecco che avevo chiuso un cerchio, in cui ero solo in parte protagonista. Dove la mia voglia di scrivere può servire a qualcuno, grazie all'aiuto di qualcun'altro; e serve a dare una nuova possibilità: una speranza da osare. Grazie don Gallo, grazie a tutti i miei lettori, grazie ai diffusori e ai miei colleghi di Piazza Grande. Senza di voi sarei un grigio fiore senza profumo; solo un uomo senza speranza.
Donato Ungaro


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Calderoli e i "truzzi"

Tratto da: Piazza Grande — settembre 2013

Mentre percorro una stradina stretta, in periferia, sono costretto a fermarmi dietro una macchina da “truzzi”, che mi blocca la marcia. Gli occupanti dell'automobile stanno parlando con una ragazza sgallonata che si sporge dentro i finestrini aperti; attendo pazientemente alcuni secondi, fino a quando il “truzzo” alla guida si accorge della presenza di un autobus e chiude la conversazione, riprendendo la marcia. Partiamo insieme e, poco più avanti, c'è una fermata; all'avvicinarsi dell'autobus una donna africana in attesa alza il braccio, per farmi segno di fermare il mezzo. Mentre mollo l'acceleratore, dal finestrino del passeggero dell'auto “truzza” che mi precede di pochi metri spunta un braccio, con una mano che agita il dito indice con fare negativo. La donna non se ne cura e continua a fissarmi, facendo segno di fermarmi. Il proprietario dell'indice negante capisce improvvisamente che la donna di colore non si sta rivolgendo a lui e al suo compare conducente dell'auto “truzza”; e chiude l'indice nel pugno, per poi riaprire la mano con il dito medio verso l'alto. La signora non li degna neppure di uno sguardo; e l'indifferenza della giusta scatena la malvagità del cattivo, che sibila una parola ad alta voce, che sovrasta il rombo dei motori sia dell'auto che del bus: «Scimmia».
Sono ancora sospese nell'aria le parole pronunciate a Treviglio dall'onorevole Calderoli; e i “truzzi” bolognesi ripetono a pappagallo la lezione del vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana.
La domanda mi sorge spontanea: ma è Calderoli che insegue i “truzzi”, oppure l'onorevole è maestro? In pratica: è nato prima Calderoli o il Porcellum?
Se è nato prima Calderoli, e quindi i “truzzi” prendono a modello l'odontoiatra bergamasco, è triste vedere un'alta carica dello stato che da lezioni di inciviltà; se invece è nato prima il Porcellum, e quindi è l'onorevole che insegue gli elettori sulla stretta strada della maleducazione, è comunque triste vedere che il Vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana scende a patti con i maleducati e gli incivili per inseguire un voto.
Donato Ungaro

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"Io non ho fatto niente"

Tratto da: Nuovo Informatore — settembre/ottobre 2013

Forse ma dico forse, è un po' colpa della nostra cultura 'fondamentalista' cristiana; io faccio una cosa e ricevo in cambio qualcos'altro; compio una buona azione e Dio mi concede la "grazia" di andare in Paradiso. Per contro, vivo una vita da peccatore e sarò dirottato all'Inferno. L'arte è piena di rappresentazioni del giudizio universale; una particolarmente rappresentativa è scolpita sulla facciata del Duomo di Ferrara. E dall'arte alla vita di tutti i giorni il passo è breve; fin da bambini. Faccio il bravo e a Natale Gesù Bambino mi porta i regali; mi scappa di fare il monello e la Befana mi porta il carbone. La nostra vita è scandita fin da piccoli dalla terza legge della dinamica: «A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria». Secondo questa logica, a ogni nostro comportamento succede un comportamento altrui, che rispecchia il nostro moto iniziale.Niente di strano; la vita è relazione e comunicazione tra individui. Se offendo qualcuno, nulla di più facile che venga a mia volta offeso. Se sorrido a una persona, mi aspetto che il mio approccio riceva in cambio una risposta intrisa di simpatia. Ma il problema sorge quando ribaltiamo la faccenda; quando subiamo un accidente, riceviamo del male. Cosa abbiamo fatto, di così grave, per ricevere il male? Credo che sia naturale, per un Cristiano ma non solo, porsi questa domanda. Del resto, riprendendo alla mano la religione, non possiamo dimenticare che proprio Gesù, sul punto di morire sulla Croce, gridò: «Elì, Elì; lama sabactanì?». Ovvero: «Dio mio, Dio mio; perché mi hai abbandonato?».
Quando siamo nel male, quando subiamo il male, ci domandiamo anche noi perché 'Dio ci abbia abbandonato'. Ma se non fosse questa la domanda da porsi? Se non fosse da domandarsi il perché noi, che in quel momento stiamo subendo il male, abbiamo 'abbandonato Dio'? Lasciando perdere Vangeli e Sacra Bibbia, e parlando più miseramente della vita di tutti i giorni, siamo certi che proprio il "non aver fatto niente" ci possa concedere di vivere senza incidenti?
Non troppo tempo fa, la Rai ha trasmesso un classico del Neorealismo italiano: "Il generale Della Rovere". Un film del 1959 con un magnifico Vittorio De Sica, guidato dalla regia di Roberto Rossellini su un soggetto di Indro Montanelli. In una delle ultime scene, quando in uno spazio angusto sono stati raccolti alcuni uomini destinati per rappresaglia al plotone d'esecuzione, uno dei rastrellati pronuncia la fatidica frase: «Io non ho fatto niente». Altri che sono con lui, a condividere la stessa cella e lo stesso destino, gli fanno notare che proprio il non aver fatto niente è la sua colpa, il suo peccato. L'aver accettato che tutt'intorno a lui si compisse il disastro della guerra, della barbaria, della povertà dei propri concittadini e, anzi, arricchendosi attraverso il 'mercato nero'; è quella la sua colpa!
E oggi? Possiamo dire anche noi: «Io non ho fatto niente» quando la 'crisi' mina la nostra vita di tutti i giorni? Quando l'amministrazione della 'cosa pubblica' porta allo sfascio la nazione, le pubbliche amministrazioni? Quando la scarsa qualità lavorativa e progettuale di molti fa chiudere le fabbriche, le aziende? Siamo sicuri di non aver alcuna colpa? Certo, noi non avremo commerciato sottobanco farina, zucchero e caffè, come si faceva durante la Guerra. Ma c'è la possibilità che noi si sia ceduto a un peccato più subdolo: all'egoismo, alla superficialità, all'individualismo. Può darsi che non si sia messo il giusto impegno nel lavoro, nel DOVERE del voto (no, non è un errore; il voto non è un diritto. è un DOVERE di ogni cittadino, di qualunque idea politica), nella famiglia, nella vita di tutti i giorni; nel proprio comportamento di Uomo. Potrebbe essere capitato che, ognuno di noi – io stesso forse – abbia girato la faccia dall'altra parte, quando ho visto un amico sbagliare; e non gli abbia detto: «Amico, guarda che ciò che stai facendo non è giusto». Perché sono gli amici che devono far notare, amorevolmente e non con l'aria di giudici, gli errori.
è l'indifferenza, il «vivi e lascia vivere» e il «'cca nisciun è fesso» (mi perdonino, se possono, gli amici napoletani) il peccato originale della società moderna, dell'uomo moderno. Ma l'indifferenza non è una problema di oggi; lo scriveva Antonio Gramsci nel 1917. Rileggiamo quelle parole, con l'accortezza di non leggerle come l'opera di un politico, ma di un letterato, di un uomo italiano che è studiato all'estero come uno dei più grandi filosofi che il Novecento abbia avuto. Leggiamole quelle parole, di qualunque idea politica si possa essere.
Odio gli indifferenti [...]: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.Son o partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

11 febbraio 1917
Donato Ungaro

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"Siamo soli"

Tratto da: Piazza Grande — giugno 2013

Al mio autobus, quando sono fermo ai semafori, non si avvicinano i mendicanti. Al massimo questi mi guardano sorridendo, ma non mi mostrano i loro cartelli con su scritto «Ho fame». Oppure «Ho perso il lavoro» e anche «Ho tre bambini piccoli». Sanno che difficilmente i finestrini di autobus e camion, ma anche dei furgoncini, si aprono per lasciar cadere qualche monetina nel bicchiere di plastica o nel palmo della mano. Ma qualche giorno fa, uno di quei cartigli mi ha colpito come una rasoiata su un labbro; non era in mano a un nomade, ma appoggiato a terra, sul pavimento di uno dei portici più esclusivi di Bologna: in via Farini. Non c'era scritta la solita e inflazionata frase di circostanza, per convincere chi ce l'ha a sganciare qualche monetina. Era davanti a un ragazzo che se ne stava buono buono a sedere per terra, su una coperta, con un cagnolino a fianco; aria povera ma pulita: non la miseria messa in scena per commuovere, bensì la dignità di chi non chiede soldi per mangiare, ma qualcosa di più importante del cibo e indispensabile per poter vivere.
«Siamo soli» c'era scritto sul cartone. Due parole semplici e terribili, più dense di significato di un'intera enciclopedia. «Siamo soli»; in pieno centro storico, a Bologna, a due passi dalla Galleria Cavour e proprio di fronte al tribunale. «Siamo soli». Alla fermata dell'autobus, dove c'è un sacco di gente in attesa; eppure «Siamo soli». Nell'epoca di Internet, di Facebook, di Twitter: «Siamo soli». Io e il mio cane, isolati da tutta questa gente che ci circonda e ignora: «Siamo soli». Non è il mangiare che ci manca, non è un posto per dormire; il guaio è che «Siamo soli». Perché la povertà, la discriminazione, ti toglie gli altri di torno, ti lascia da solo col tuo cagnolino in mezzo alla gente; e quindi «Siamo soli».
Mi si è stretto lo stomaco a leggere «Siamo soli», mentre ero alla guida del mio autobus pieno di gente. è una sconfitta per la città, quel «Siamo soli». Perché se è facile dare una monetina, o un pezzo di pane, è ben più difficile dare un po' di noi stessi.
E allora «Siamo soli»: tutti quanti.
Donato Ungaro

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Il bisogno di cultura

Tratto da: Piazza Grande — maggio 2013

«C'ho avuto l'infarto e mia figlia non vuole più che guidi». L'ho aspettato alla fermata, l'omarello che si avvicinava al 13 accennando a un claudicante passo di corsa; ora è accanto a me. «Mi dispiace un po' non poter prendere l'auto; ma mia figlia ha ragione» continua l'uomo. Provo a trovare qualcosa di positivo, nella condizione del mio passeggero. «Ma dai che è bello girare in autobus, guardarsi intorno; si vedono cose che sfrecciando in macchina, chiusi nella lamiera, non notiamo più». Cambia espressione e sorride il mio interlocutore. «Questo è vero; mi ricorda di quand'ero giovane e Bologna la giravo in bici». Piano piano sta perdendo il fiatone e parla sempre più spedito; sia nello spirito che nel tono. «Proprio qualche settimana fa mi son preso la briga di contar le banche, da Santo Stefano a San Ruffillo: sedici ne ho contate. Una volta erano due sì e no». Sedici banche in quattro chilometri: troppe. E mentre penso così, mi si insinua in testa un ritornello. “You load sixteen tons, what do you get? Another day older and deeper in debt”; “Carichi 16 tonnellate e cosa ottieni? Un altro giorno più vecchio e pieno di debiti”. è una famosa canzone Spirituals: Sixteen tons. Ma Bologna ha bisogno di sedici banche in quattro chilometri? Non finisce per essere schiacciata sotto un peso enorme, ben oltre le sedici tonnellate? Se esistono sedici banche in quattro chilometri, mi rispondo da solo, è perché chi vive in quel tratto di strada ha bisogno di depositare soldi in banca; oppure ha la necessità di contrarre dei debiti, come l'uomo della canzone di Merle Travis. E allora, se questa è la logica, posso vedere di quanta cultura ha bisogno una strada contando le librerie che si affacciano su di essa; ci provo, ma ne conto appena di che riempire le dita di una singola mano. Il bisogno di soldi batte il bisogno di cultura; ma visto lo stato della nostra società, siamo sicuri che sia la strada giusta? Mi vengono in mente altre parole, quelle di un ministro il quale ha detto che con la cultura non si mangia. Figuriamoci con l'ignoranza, dico io che non sono ministro.
Donato Ungaro

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Da "...l'amor che move il sole e l'altre stelle..." al "Ghe pensi mi!"

Tratto da: Nuovo Informatore — gennaio/febbraio 2013

Nel 1633 Galileo Galilei veniva costretto ad abiurare le sue scoperte, davanti all'Inquisizione: non è il Sole che gira intorno alla Terra, come sostiene la Chiesa basandosi sulle teorie tolemaiche, ma è il nostro pianeta che gira intorno al Sole, sosteneva Galileo. Tutto sommato non era una teoria nuova, ma lo scienziato pisano aveva messo nero su bianco le teorie di Copernico, teorie che aveva potuto osservare nella realtà attraverso le lenti del cannocchiale inventato dallo stesso Galileo.
La Chiesa si scagliò contro Galileo, perché con le affermazioni dello scienziato si scardinava un passo delle Sacre Scritture, ovvero il racconto in cui Giosuè chiede a Dio di fermare il Sole, per far durare più a lungo la giornata. Ma tutto il mondo allora conosceva la realtà; lo sapevano soprattutto i marinai, che adattavano le loro conoscenze astronomiche alla rotazione terrestre e all'orbita di questa intorno al Sole. Però la Chiesa aveva la necessità di far discendere tutte le conoscenze umane da Dio e dalle Sacre Scritture, che non potevano essere messe in discussione; chiunque avesse avuto idee diverse, che mettevano la Cattedra di Pietro non più al centro dell'umanità ma alla … periferia, era un pericoloso eretico da portare incatenato davanti alla Santa Inquisizione.
La Scienza, invece, si stava attrezzando per fare quel gran salto che sarebbe arrivato con Cartesio e il suo “Cogito ergo sum”, ovvero “Penso, dunque sono”; era ancora lontano l'Illuminismo e il suo porre l'uomo al centro, a discapito della centralità di Dio, ma il sasso era lanciato e nel giro di un paio di secoli saremmo arrivati a mettere al movimento illuminista, e il suo tentativo di mettere al bando ignoranza e superstizioni. è forte il passaggio, dalla visione della Chiesa del 1600 alla nascita di una coscienza nuova dell'uomo; la coscienza di essere il centro del proprio mondo.
Non c'è più Dio e infatti, nel 1882, Nietszche scriverà "Dio è morto". Ma se è venuto a mancare Dio, con cosa lo sostituirà l'uomo? L'essere umano ha bisogno di un riferimento assoluto, non neghiamolo. A questa domanda, arriva una risposta vecchia di due secoli; Io sono Dio. Ed è una risposta già contenuta nella formula cartesiana “Penso, dunque sono”. Ma non possiamo prescindere l'Io dal Noi; e allora ecco che piano piano si arriva alla coscienza che è la comunità la nuova divinità; o almeno dovrebbe esserlo. Ma per l'uomo è sempre più facile mettere l'Io davanti al Noi; lo vediamo tutti i giorni, anche guidando gli autobus.
E allora se “Dio è morto” e se la comunità non la riconosciamo come nuova divinità, quali saranno i nostri riferimenti? Se la forza dell'amore non muove più il Sole e le altre stelle, chi ci darà la prospettiva di un futuro? Ma il “Ghe pensi mì”; la politica, anzi la partitica, che hanno preso il posto della Chiesa come riferimento, con i partiti che oggi si stanno comportando né più né meno, di come si comportava la Chiesa al tempo di Galileo. Se da una parte c'è un tentativo di alcune forze di sinistra di osare una scommessa sociale, almeno a parole, dall'altra parte prevale il “Ghe pensi mì”: sono io il vostro riferimento, non preoccupatevi, che controllo tutto io. E non sempre, come forse starete pensando, la frase è detta in milanese, o in arcorese (così sono detti gli abitanti di Arcore); può essere detto, ma anche solo fatto intendere, in mille altri vernacoli: compreso il genovese!
Se Dio e la Chiesa hanno smesso di essere il riferimento, ora come ora questo compito è assolto da altre figure “sociali”; i partiti, appunto. Ma con una contraddizione nei termini; l'uomo che si ritiene il centro dell'universo, dopo aver scalzato Dio, crede che una volta conosciuto l'ambiente che gli sta intorno questo si muova in base alle sue esigenze, alla sua centralità presunta; e invece sbaglia, perché i riferimenti, nonostante abbiano giurato e spergiurato di rimanere immobili, cambiano deludendo e spaesando l'uomo orfano di Dio, quello che davanti a un “lenzuolo” elettorale si gratta la testa, indeciso. Noi pensiamo, ci illudiamo che i partiti ma anche i sindacati e la società rimangano fermi, al nostro servizio; invece si muovono perché, i partiti soprattutto, sono enti che andavano bene per l'epoca in cui sono nati, agli inizi del Novecento. Ma è passato un secolo e tutto è cambiato, togliendoci da sotto i piedi tutti i riferimenti. Tutto è cambiato intorno a noi; la città, i suoi abitanti, i palazzi, i mezzi che girano per le strade della città, i negozi, i politici che amministrano. Ma noi vorremmo che tutto rimanesse fermo e immobile, perché abbiamo nel sangue la pigrizia verso il cambiamento; ma pretendere di bloccare il cambiamento significa bloccare il progresso. Ecco che allora siamo come Giosuè, che chiedeva a Dio di fermare il Sole, per far durare più a lungo la giornata. è pericoloso, il “Ghe pensi mì”, perché chiunque si può sentire autorizzato a recitare questa formuletta; ma non sta dicendo, fidati perché io penso al bene comune. L'individualismo e la difesa dei propri interessi è una brutta bestia, che si nasconde anche dietro ai ritornelli elettor-dialettali.
Me ne frego”, recitava un motto fascista: “I care” rispondeva don Milani dalla sua Scuola di Barbiana.Mi importa”, voleva dire il prete che riusciva a mettere d'accordo Dio e l'Uomo; attraverso i giovani cittadini di domani.
Donato Ungaro

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Un angelo nero

Tratto da: Piazza Grande — ottobre 2012

Mentre guido un 14 sento dei passi concitati alle mie spalle, lungo il corridoio. Guardo lo specchio interno e vedo una ragazzo africano che si avvicina rapidamente, con l'ansia disegnata in volto ed entrambe le mani occupate: in una ha un vecchio cellulare e nell'altra un logoro portafogli da donna. «L'ho trovato sotto a un sedile, incastrato tra il pianale dell'autobus e il seggiolino» mi spiega, consegnandomi il secondo degli oggetti che ha in mano. Tipico: i borseggiatori, dopo aver svuotato dai contanti i portafogli sottratti agli ignari passeggeri, si liberano dell'imbarazzante oggetto nascondendolo proprio a bordo dell'autobus, spesso incastrandolo sotto a un sedile. Prendo in mano il portafogli intanto che guido e capisco che deve essere stato nascosto per parecchio tempo, dato lo sporco e la polvere che si sono accumulati sulla pelle. «Mi era caduto il cellulare e mi sono chinato per prenderlo; così ho visto il portafogli sotto al seggiolino» mi dice il ragazzo, come per giustificarsi del gesto, mentre mi mostra un cellulare tenuto insieme con il nastro adesivo. Sono arrivato a una fermata e, assieme alle porte, apro le tasche del portafogli, mentre la gente sale e scende dall'autobus; chiaramente è vuoto e all'interno ci sono solo alcuni documenti e vecchie foto in bianco e nero. «Grazie, se mi dà il suo nome lo comunico a chi di dovere; magari la proprietaria del portafoglio la vorrà ringraziare» dico al ragazzo. «No, non posso; per piacere. Non mi denunciare: sono clandestino» e mentre dice queste parole scende dall'autobus e si allontana. Al capolinea controllo meglio il contenuto del portafogli: una carta d'identità, un abbonamento e foto ingiallite di bambini che ora saranno sicuramente adulti. Ricordi, che alla signora ritratta nelle foto in compagnia dei suoi cari farà piacere ritrovare; e magari si figurerà l'anonimo ritrovatore come un angelo biondo con gli occhi azzurri. E invece è un angelo nero e clandestino. D'accordo, non sappia la tua mano destra quello che ha fatto la sinistra; ma la “Bossi-Fini” non era prevista nel Vangelo: anzi.
 Donato Ungaro

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Sorella Morte

Tratto da: Nuovo Informatore — luglio/agosto 2012

Alle volte Sorella Morte ci passa vicino; e ci strappa un familiare, un amico, un conoscente: un collega. è un po' come se prendesse anche un pezzo di noi stessi, un parte di noi. Ci accorgiamo improvvisamente che ci manca qualcosa: una voce cara entrando in un luogo, un sorriso salutandoci per strada, una parola al cambio in guida. E inizia così il lungo e penoso percorso di elaborazione di un lutto; ma cosa dobbiamo "elaborare", veramente? La mancanza fisica e corporale di una persona, della cui esistenza eravamo certi e che davamo per scontata? Oppure, l'elaborazione del lutto è un dialogo con noi stessi? Probabilmente è giusta la seconda ipotesi, perchè la prima è un dato di fatto contro il quale, purtroppo, non possiamo nulla. E allora; cosa cerchiamo in noi stessi? Se fosse un lavoro di accettazione e metabolizzazione di un senso di colpa? per ciò che non abbiamo fatto, nei confronti di quella persona che improvvisamente ci è venuta a mancare. Per una conoscenza che avrebbe potuto diventare un'amicizia; ma non ne abbiamo avuto il tempo. Per un interesse di cui solo ora, dopo la morte della persona in questione, siamo venuti a conoscenza; se l'avessimo saputo prima, magari avremmo potuto condividere esperienze e conoscenze. Per un saluto un po' troppo frettoloso, come se qualcuno avesse potuto prevedere l'evento. Ma chi può prevedere l'arrivo della morte? Rabby El'azar, un rabbino ebreo, diceva: "pentiti un giorno prima di morire". Ma i suoi discepoli gli obbiettavano: "in che modo l'uomo può conoscere quando morirà?". La risposta del maestro era: "Tanto più! Pentiti oggi e il tuo pentimento ti varrà per tutta la vita". Non sappiamo la data della nostra morte e nemmeno quella degli altri; e per questo esistono cose che non dovremmo rimandare a domani, perchè forse il domani non è contemplato nel nostro e nell'altrui futuro. Ma noi non lo possiamo sapere. Anzi, pensiamo ad altro e ripudiamo la morte, come se non facesse parte della nostra vita; e non abbiamo più nè la voglia nè il coraggio di recitare le parole di San Francesco: "Laudato si' mi' Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare". E se fosse questo il passaggio chiave? Ovvero, la "morte corporale" slegata dalla morte spirituale. Una morte corporale che pesa sugli altri prima che su noi stessi, che ci rende responsabili per tutta la vita del nostro comportamento, perchè è in base a quello che saremo ricordati da chi resta. Ecco allora che si vive ogni attimo della propria vita non tanto come una serie di momenti fini a se stessi, ma per creare negli altri un ricordo di noi che così riuscirà a prevalicare la morte; anzi, se saremo riusciti a farci amare, trasformerà la nostra morte corporale nell'immortalità spirituale. Ci accorgiamo di questo poderoso passaggio quando, trovandoci in situazioni difficili, ci domandiamo: "come si sarebbe comportato Lui o Lei?", mettendo al posto del generico Lui o Lei il nome e il volto della persona alla quale non possiamo più fare domande, alla quale non possiamo più chiedere consigli. è nell'imitazione delle persone che sono state per noi un esempio, ovvero veri e propri maestri di vita, che concretiziamo la nostra stima in loro; che perpetuiamo il loro ricordo; che cristalliziamo il nostro amore. Sorella Morte fa meno paura, se riusciamo a credere non tanto in un qualsiasi Dio, ma nella forza dell'amore verso il prossimo, verso le persone che ci sono vicine e anche verso le persone che, almeno apparentemente, ci appaiono un po' più lontane. L'immortalità dei nostri cari nasce nel nostro cuore e nei nostri pensieri, nei ricordi e nella stima, nell'insegnamento che traiamo dal confronto con le differenze che ci hanno unito in vita e che suggellano il legame in morte. La nostra stessa immortalità nasce da piccole azioni intangibile che compiamo tutti i giorni, senza sapere se i nostri giorni sono o meno giunti al termine. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese. Come i servi non sanno quando il loro padrone rientrerà dal ricevimento di nozze, come un uomo non può sapere quando entreranno i ladri nella sua casa, così noi non conosciamo l’ora della nostra morte. Essere pronti, a vivere per sempre nel ricordo di un sorriso regalato, di una parola scambiata con affetto, di un segno dato per risollevare una persona. Ci vuole coraggio, certamente, ad accettare la morte; ma ci vuole più coraggio ad affrontare la vita in un fare di indifferenza e di egoismo.
Donato Ungaro

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Come Umberto D.

Tratto da: Piazza Grande — maggio 2012

Ho visto un film; anzi, credevo di aver visto un film. Stavo guidando il 39, in via Guidotti; davanti a me alcune macchine pronte, allo scattar del verde, a superare il portico di Saragozza. Da un lato un omarello, con un bel vestito grigio scuro, un golfino in tono e un cappello in testa. Guarda le macchine, l'uomo; e scruta la gente che c'è dentro. Non guarda me, mi ignora come se non ci fossi. A un certo punto lascia il marciapiedi e s'avvicina a un'auto, si toglie il cappello e lo porge, con gli occhi bassi; non una parola, non un gesto. Come se quello appena compiuto non parlasse più di mille schiamazzi. Un finestrino si abbassa, esce una mano e lui, l'omarello, ringrazia inchinando ancora di più il capo, già piegato sotto al peso della vita e della vergogna.
Ho visto un film, tanti anni fa; si chiamava Umberto D., per la regia di Vittorio De Sica e la sceneggiatura di Cesare Zavattini. Credevo, speravo che l'Italia l'avesse superata quella parentesi di nobile miseria; ma forse mi ero sbagliato.

L'omarello di via Guidotti passa a un'altra macchina, ma il conducente di questa scatta in avanti di un metro, quel tanto che basta per allontanare gli occhi di uno dall'altro. Altra auto; ma questa volta il finestrino resta chiuso. Rimango io, ma il volto dell'uomo è ben lontano dal volersi alzare; e si gira, riprendendo a camminare verso il portico. Scatta il verde e le macchine sfilano via, mentre io mi avvicino piano piano. L'anziano se ne accorge; si volta verso di me e mi guarda. Non ha più il cappello in mano, ma sta solo aspettando che scatti un altro rosso. Sembra proprio il protagonista di Umberto D., italianissimo allora come oggi. Ma intorno non ci sono macchine da presa, faretti d'illuminazione, registi e sceneggiatori. è tutto reale.

Mi sorride l'omarino, mentre sfilo via col 39; io ricambio il saluto. Al giro successivo non c'era più, e neanche l'indomani.

Ho visto un triste film, ma non sono riuscito a pagare il biglietto; e la cosa mi mette un gran magone.

Donato Ungaro

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Se il tranviere scende dal bus

Tratto da: Piazza Grande — marzo 2012

Alle volte i tranvieri guardano fuori dal finestrino; e vedono una banca nascere quasi da un giorno all'altro. Alla volte i tranvieri scendono dall'autobus; e girano a piedi, per il centro. Alle volte i tranvieri si fermano a parlare con gli sconosciuti; e nascono delle amicizie. Così è successo con il mio amico Florian, un senza tetto che bazzica spesso in via San Felice, nei pressi del nostro circolo dopo-lavoro. Ci salutiamo in francese, per gioco. “Bonjour monsieur, comment ça va?”; e lui, di rimando. “Bien, merci”. Poi scambiamo quattro chiacchiere sul tempo, sulla gente che passa davanti a Florian e alle sue sacche a quadretti abbandonate a terra. Forse non è neanche la lingua di Napoleone, ma noi ci capiamo; non conosco il vero nome del mio amico clochard di San Felice: e così ho iniziato silenziosamente a chiamarlo Florian. Nei giorni della grande nevicata su Bologna, tutte le volte che lo vedevo seduto sui suoi sacchi, all'angolo con via Marconi, davanti alle vetrine scintillanti di una banca nuova nuova, mi faceva una gran tenerezza; e mi faceva riflettere quel contrasto tra ricchezza e nobiltà d'animo, all'ombra della targa che ricorda la citazione dantesca nel De Vulgari Eloquentia, a proposito della differenza di parlata tra: “...i Bolognesi del Borgo di San Felice ed i Bolognesi di Strada Maggiore”. Nei giorni dell'Inferno bianco bolognese noi tranvieri abbiamo saltato tutti i capolinea; e alle volte il desiderio di un caffè si faceva feroce. Così un giorno ho deciso che in una pausa, tra un turno e l'altro, un caffè me lo sarei concesso; un caffè con Florian, in Borgo San Felice. Ho preso un caffè e un thé al circolo e sono uscito in strada, da Florian. Abbiamo gustato le nostre bevande calde con i passanti che ci guardavano straniti. E l'emozione è stata grande; forse non è stata la stessa di prendere un caffè all'alba, in piazza San Marco, a Venezia. Ma in quel caso Florian è solo un bar, mentre nel mio caso Florian è qualcosa di più: è un Uomo. 
Donato Ungaro

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E se fossimo in guerra?

Tratto da: Nuovo Informatore — novembre/dicembre 2011

All'inizio di tutto, le guerre venivano combattute a colpi di pietra e a mani nude, forse per il possesso di un luogo, di una caverna; o per contendersi il cibo. Poi ci si è "civilizzati", nella guerra, e si è passati alle clave; poi alle lance, alle lame di selce e ai metalli come ferro e bronzo. Ma la corsa alla ricerca nell'Arte della Guerra non si è mai fermata e l'umanità, per avere ragione sui propri nemici, è passata all'arco e alle frecce, alla catapulta, ai fucili ad avancarica, ai carri armati, all'artiglieria, ai gas e alla chimica, alla bomba atomica: e credevamo che davanti a Hiroshima e Nagasaki tutti i popoli, i governanti, si sarebbero fermati per interrogarsi. è stato sicuramente così, ma ognuno ha trovato risposte diverse, davanti a quei funghi radioattivi; si potevano abbandonare propositi di conquista del mondo, ci si poteva consorziare internazionalmente per evitare nuove guerre, si immaginava possibile iniziare a pensare a una globalizzazione della Pace. Ma il potere ha finito per esercitare il suo perverso fascino, facendo riprendere le corse agli armamenti e le corse all'esportazione della democrazia sulle punte delle baionette. Ci siamo armati e siam partiti alla conquista di paesi e nazioni che volevano pesare sul mondo con la propria disponibilità di risorse; abbiamo rovesciato dittatori padroni del petrolio, mascherandoci da giustizieri internazionali: peccato aver dimenticato altri tiranni, padroni solo della fame del loro popolo. E ora ci si trova, tutti noi occidentali, come un passerotto sul pomo di un alto pennone; cosa posso conquistare, ancora? ma soprattutto, come posso farlo? Alla fine le guerre hanno insegnato qualcosa; che la conquista attraverso la distruzione - la guerra tradizionale - è deleteria. Mette in moto l'economia attraverso piani per la ricostruzione, ma i vincitori spesso diventano padroni solo delle macerie. Non era questo lo scopo per cui sono nate le guerre: all'alba dell'umanità si voleva eliminare il nemico per poter disporre dei suoi benefici, del suo cibo, della sua casa: della sua ricchezza. E per farlo bisognava eliminare fisicamente il nemico, sostituirsi al padrone originale e originario. Sostituirsi al padrone originale e originario, nel godimento della sua ricchezza: ecco lo scopo della guerra. Ma siamo sicuri che sia necessario uccidere? e che debba spendere di tasca mia per conquistare i beni del mio antagonista? Non mi interessa più uccidere il nemico, tant'è che alle volte il nemico non è più tale; non è più lo straniero, il diverso per carnagione o cultura. Addirittura "l'altro" può essere della mia stessa nazionalità. Mi serve solo la ricchezza, dell'altro, non la fame di un popolo; e le nuove tecnologie sono diventate le nuove armi attraverso cui si possono "conquistare" soldi e potere politico. Mettere sotto attacco un paese, oggi come oggi, è una bazzecola; l'aver spostato la capacità di "misura" di un popolo, di una nazione solo sugli aspetti economici ha indebolito quel popolo. E allora ecco che noi italiani non siamo più poeti, santi e naviganti, ma un popolo di risparmiatori, con le banche alla ricerca dei nostri salvadanai. Le pubblicità di questi giorni stanno reclamizzando la possibilità di ricavare interessi incredili, fino a qualche mese fa, dai conto deposito; facile immaginare che ci stanno proponendo il riacquisto del nostro debito sovrano, acquistato dalla bance con la promessa di un ricavo del sette per cento e rivenduto, dalle stesse banche, al quattro per cento. Quello che fa rabbia è che noi italiani, titolari di quel debito, finiamo per perderci due volte; pagando, come nazione, interessi derivanti dall'attacco speculativo all'Italia, e permettendo alle banche di fare la "cresta" rivendendo, a noi italiani, il nostro debito nazionale; ma con un interessi minori. E Confidustria mi viene a dire, attraverso la Marcegaglia, che lei li comprerebbe quei Bot e Btp, con fare patriottico; no, signora Marcegaglia, se lei acquista Bot o Btp allo stesso interesse con il quale viene venduto agli speculatori non fa patriottismo, ma solo altra speculazione. Se vuole "gettare la stampella contro al nemico", acquisti il debito pubblico italiano senza pretendere interessi. L'Italia, ma forse il mondo intero è sotto attacco; finanziario, e non più militare. Siamo in guerra! L'hanno capito i ragazzi di Occupy Wall Strett, sorretti da personalità che hanno smesso di guardare il dito che indica la Luna, per tornare a guardare la Luna, nuovo Sol dell'Avvenire. L'hanno capito i ragazzi di piazza Tahrir, che hanno ripreso eroicamente le uniche armi a disposizione del Popolo: le pietre. In un mondo Capitalistico che non riesce a distribuire benessere, i nuovi invasori non sono i barbari o le armate straniere: sono gli speculatori e i finanzieri. Marx, nel 1848, ha scritto che nelle basi stesse del Capitalismo vi erano i germi che minavano la solidità di quel, di questo, sistema; e allora bisogna trovare alla base della Civiltà, dell'Umanità, gli antibiotici per combattere quei germi. Li conosciamo già, i nomi di quei "medicinali" salva vita; si chiamano Dignità, Libertà, Uguaglianza, Democrazia, Giustizia. E chi altri ne ha, ne metta. La "meglio gioventù" di tutto il mondo li conoscono bene, i nomi di questi farmaci; lasciamo che ce ne spieghi gli effetti benefici e desiderati.  
Donato Ungaro

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Le lacrime di un padre

Tratto da: Piazza Grande — ottobre 2011

Odore di fumo, sul bus che sto guidando; guardo lo specchio ma non capisco chi sta fumando a bordo, oppure se un passeggero è salito facendo l'ultimo tiro e portando su quell'odore. Mi sporgo dal posto guida e noto un uomo sui trent'anni, che fuma vicino alla porta di discesa: «Signore, non si fuma a bordo» dico a voce alta. Questo alza la mano per scusarsi e caccia via la cicca attraverso la porta aperta. Dopo un attimo è al mio fianco. «Tu scusa me; mia figlia morta». Non è italiano e parla come può; ha un braccio fasciato e il volto segnato dalle cicatrici, come un gatto randagio. Subito faccio fatica a credere a quello che ha detto; poi penso che è una scusa un po' grossa, per giustificare due tiri su un autobus: e poi la faccenda era già finita e lui poteva anche evitare di venire a parlarmi, a giustificarsi. Decido di credergli. «Quanti anni aveva?». Non risponde, ma alza le dita in segno di una vittoria che è la più amara delle sconfitte: due anni. Penso a una malattia, a una morte in ospedale, qui a Bologna. «Come è successo?» chiedo soffocando il magone che mi chiude la gola. «Una palla» risponde. Un incidente mentre giocava, mi verrebbe da dire; ma la teoria non mi convince e faccio un'altra domanda. «Come una palla?». Il mio interlocutore mima lo sparo di una pistola e ripete. «Palla, palla: revolver. A Tunisi». Un colpo d'arma da fuoco, durante la Primavera Araba; ecco improvvisamente il sangue di una bimba di due anni scivolare sul pavimento del mio autobus, tra i piedi ignari dei passeggeri, mescolandosi alle immagini trasmesse dalle TV al plasma dei nostri salotti. Stento ancora a credere alle parole di quell'uomo, che si copre gli occhi in un silenzioso pianto. Prego Iddio che abbia voluto prendermi in giro, farsi burla di un tranviere ingenuo; prego perché quella bambina morta non esista, perché lui non sia mai stato padre. Ma in un angolo recondito della mia anima una voce mi dice che invece è possibile sia tutto vero; e io non ho parole per consolare quell'uomo che ho di fianco. «Sei musulmano?» gli chiedo appoggiando la mia mano sul suo braccio bendato. Mi risponde di sì, con un cenno della testa. «Allah akbar: Dio è il più grande e tua figlia ora è con lui» gli dico guardandolo oltre le palme che gli celano gli occhi. Lui abbassa le mani e mi guarda esterrefatto; approfitta della prima fermata per scendere dall'autobus e piangere rumorosamente senza più coprirsi il volto. Se ho sbagliato a parlare Dio - un qualsiasi Dio - mi perdoni.
Donato Ungaro

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Sogno un bus ecumenico

Tratto da: Piazza Grande — dicembre 2010

«I have a dream». Io ho un sogno: parole del pastore protestante Martin Luther King. E anch'io mi permetto di avere un sogno: guidare un autobus non tanto ecologico, quanto ecumenico. Un luogo dove il significato greco di questa parola, che anticamente identificava la parte abitata della Terra, riunisca non solo Protestanti e Ortodossi, Cattolici e Copti; ma anche appartenenti a religioni diverse. Perché ci si renda conto di essere tutti …sullo stesso autobus; perché se un cristiano può dire, recitando il Vangelo: “...ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” un musulmano può rispondere leggendo il Corano “...ero ammalato e non mi hai visitato; l’uomo dirà: O Signore, e come avrei potuto visitarti quando tu sei il Signore delle creature? Egli dirà: Non sapevi che il tale mio servo era ammalato e non l’hai visitato? Non sapevi che se tu l’avessi visitato mi avresti trovato presso di lui?”. Io ho un sogno; che questi scritti non siano pergamene da museo, ma divengano vivo pane quotidiano; mio e dei miei passeggeri. Perché oggi il “ero malato e mi avete visitato”, ma anche “mi avresti trovato presso di lui” divengano: “mi hai visto sofferente e mi hai ceduto il posto a sedere”. E ancora: “mi hai visto affranto e mi hai regalato un sorriso”. Di più: “prima di avermi visto chiedere, hai pensato di prendere un caffè in mia compagnia”. Senza indagare sul mio stato sociale, sulla mia idea politica, sul colore della mia pelle: sulla mia religione. Io, tranviere ateo e miscredente, ho un sogno; che il rispetto verso gli altri diventi la normalità. Perché una volta un Cristiano e un Ebreo discutevano su quale fosse, oggi, l'indicazione più saggia della Bibbia; dopo aver scartato “ama il prossimo tuo come te stesso”, visto il dilagante autolesionismo dell'uomo, decisero che la frase più bella era “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Quante “pietre” da deporre. Ho un sogno: e non svegliatemi, per favore. 
Donato Ungaro

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Lo specchio dei tempi

Tratto da: Piazza Grande — ottobre 2010

Maledetto retrovisore. Ero già ripartito dalla fermata: che bisogno c'era di mostrare quell'immagine? Non c'era più nessuno sul marciapiede, sotto la pensilina rossa. Solo una nonna che mi aveva fatto cenno di non dover salire sul mio bus. Era sbucata da dietro il tabellone pubblicitario, nello spazio tra il supermercato e la fetta di marciapiede dove attendevano i miei passeggeri. Vestitino a fiori, una mano sulla “zanetta” e nell'altra una borsa di stoffa: vuota. Avevo già chiuso le portiere e il piede era sull'acceleratore. Lei si è materializzata e io ho fermato la partenza del bus; ho fatto un segno interrogativo, con la mano: “Deve salire?”. Lei mi ha sorriso sotto l'ordinata zazzera candida: “No”, diceva muta scossando la testa. L'ho salutata e il bestione arancione è scivolato via dalla fermata. E tu, specchio malvagio, salti fuori con la tua immagine riflessa. La nonna si sposta di pochi passi dalla fermata e si avvicina al cassonetto dell'immondizia; con una mano alza il coperchio e infila la testa bianca nella bocca aperta. Con il bastone rovista nel rusco ed estrae un sacchetto, che appoggia a terra per cercarvi dentro qualcosa da trasferire nella sua borsa. Lì, sulla strada, davanti al supermercato, con la gente che esce da quella cattedrale del consumismo e non vede una nonna che cerca un cespo di insalata non più commerciabile, ma ancora commestibile: una baguette infilata nella carta da bottega, ma buttata nel cassonetto perché tanto domani non la vuole più nessuno. E tu, specchietto che ti credi televisione, proietti quell'immagine a me; solo a me? mi vien da chiederti. Dovrebbero vederla tutti quell'immagine; non solo i passeggeri dell'autobus e i gestori del supermercato. Dovrebbero vederla i politici, gli amministratori pubblici. E non mi fare della retorica; non rispondermi che anche le auto blu hanno gli specchietti retrovisori. “Non si vede bene che col cuore”, scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne “Il piccolo principe”: ma quando al posto del cuore c'è un portafoglio, non si vedono le principesse che cercano l'insalata nell'immondizia.
Donato Ungaro


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I Rom che giocano la partita dell'integrazione

Tratto da: l'Unità — 23 gennaio 2007

CASALECCHIO (Bo). Don Arrigo Chieregatti, parroco di Pioppe di Salvarano, ha un’idea particolare della preparazione alla Cresima. Il sacerdote da diversi anni accompagna i ragazzini e le loro famiglie in visita ad altre realtà di vita, ad altre scuole di pensiero, ad altre religioni. E domenica è toccato al campo nomadi di Casalecchio di Reno. Una visita sulle rive del fiume, ai confini del mondo che noi consideriamo civile, ma a due passi dal salotto buono di casa nostra; per scoprire altri modi di vivere, con le parole e i sorrisi dei bambini che, innocentemente e istintivamente, strappano la maschera dei pregiudizi costruiti dai grandi. «Don Arrigo, ma dove sono i bambini zingari?» ha chiesto un piccolo parrocchiano. «Ma come dove sono? Ci state giocando insieme», ha risposto con un sorriso il parroco. E in quel breve colloquio la rivelazione di una verità; non esistono bambini diversi, ma solo adulti che costruiscono barriere al di là delle quali riescono a relegare il diverso. «Questo campo è nato nel 1994 _ spiega Antonella Gandolfi, l’operatrice interculturale del Comune di Casalecchio che si occupa di mantenere le relazioni con gli abitanti del campo _ ed è nato riunendo altre realtà Rom spontanee. Oggi ospita una sessantina di nomadi che portano cognomi italiani, essendo di antica origine abruzzese. Qui il comune ha studiato due progetti di lavoro: uno che si occupa di gestione delle aree verdi, mentre un altro prevede l’allevamento di cavalli da corsa. I ragazzi frequentano le scuole». Difficoltà? «Certo, i pregiudizi, che possono essere scardinati con iniziative come questa, che porta i ragazzini a giocare tutti insieme, con gli adulti che alla fine imparano a conoscersi, prendendo esempio dai bambini». Ma esistono anche problemi di delinquenza. «Purtroppo si, ma si tratta di episodi». A questo proposito si avvicina una donna; suo marito è stato arrestato pochi giorni fa. «Un consigliere comunale ha fatto il mio nome ai giornali, fornendo dati e indirizzo di casa della moglie dell’arrestato _ dice con fermezza la donna _ e spiegando che ho 7 figli. Ma cosa centrano i bambini? Grazie a questo modo di comunicare le cose ora possono essere additati da tutti, in paese». I grandi parlano insieme, come se fossero davanti al bar; qualcuno presenta ai familiari persone che conosce, vivendo e lavorando al di fuori del campo. Nessuno è in «divisa» da zingaro e anche tra gli adulti, dopo di un po’, non ci sono differenze. I bambini continuano a giocare, superiori ai luoghi comuni e alle diffidenze; correndo qualcuno cade e si procura un taglio. Da una roulotte escono garza e disinfettante, come da una casa qualsiasi. «Nel corso degli anni, con i ragazzi che frequentano il catechismo e le loro famiglie, abbiamo visitato una comunità che ospita ragazzi disabili _ spiega don Arrigo _ e poi chiese ortodosse e protestanti; e la moschea islamica. In ogni realtà veniamo accolti con benevolenza e con la voglia di farci conoscere mondi e civiltà che conosciamo solo superficialmente. L’ignoranza verso il modo di vivere degli altri è la madre di pregiudizi e razzismi». Dubbi da parte dei genitori, a proposito di queste esperienze? «Proprio stamattina, durante un incontro comune con le famiglie, una mamma mi ha chiesto il motivo di questa visita. Un bimbo mi ha preceduto nella risposta. “Lo facciamo gratis” ha detto il piccolo, senza pensare a quello che ci tornerà indietro; solo per amore».
Donato Ungaro


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«Sorbolo non vuole il cementificio»

Tratto da: l'Unità — 11 gennaio 2005

SORBOLO (Pr). Le bandiere rosse dei Ds che sventolano a lato di quelle della Lega, con il «sole che ride» dei Verdi a fare da cornice ai due vessilli di partito. Non è la fine del mondo, politicamente parlando, ma quello che accade sulle rive dell’Enza, nella Bassa parmense, dove anche l’onorevole Massimo Tedeschi si è unito ai cittadini per manifestare contro l’apertura di una attività ritenuta inquinante. Ad accomunare compagni e simil_discendenti di Alberto da Giussano, l’impianto per la macinazione del klinker e per l’insacchettamento del cemento che una azienda calabrese, per conto di una multinazionale del cemento messicana, sta impiantando a Sorbolo. Tutto è iniziato nel novembre del 2002, quando il Comune di Sorbolo rilasciava alla Cal.Me. di Catanzaro l’autorizzazione edilizia per il recupero di una vecchia fornace in cui venivano cotti mattoni. Per alcuni mesi tutta la procedura si è svolta nel silenzio più assoluto; poi in consiglio comunale alcuni rappresentanti dell’opposizione hanno fatto esplodere il caso «cementificio» di Sorbolo. Da allora i cittadini, diverse migliaia, hanno iniziato a protestare; ad oggi sono 5 i gruppi o comitati che si sono costituiti in paese per dire il proprio no al «cementificio». Ed oltre a ciò tutte le forze politiche sono scese in campo per impedire la realizzazione di quell’impianto di cui l’amministrazione comunale di centro_sinistra aveva di fatto dato il benestare, con la firma della concessione edilizia. Nel frattempo un uragano di accadimenti sconvolgevano la vita politica ed amministrativa della piazza della cittadina parmense; le passate elezioni comunali hanno visto la vicenda del «cementificio» portare alla trombatura di alcuni assessori, mentre Rifondazione Comunista abbandonava gli scranni dell’opposizione per entrare nella lista di centro_sinistra guidata dall’ex consigliere provinciale Franco Picelli. Ma tra proposte di screening volontario, presentate e poi ritirate dalla ditta che nel frattempo era diventata Parmacementi, e pareri favorevoli dell’Arpa, con l’Ausl che consigliava una capillare controllo delle emissioni, la Provincia di Parma autorizzava la ditta a liberare sulla testa dei sorbolesi qualcosa come, grammo più, grammo meno, 6 tonnellate e mezzo all’anno di polveri sottili. La responsabilità è una brutta bestia e non la vuole nessuno, politici prima di tutto. «Il peccato originale è del comune che ha rilasciato la concessione edilizia» tuonano dalla Provincia di Parma. «Prima di rilasciare l’autorizzazione l’amministrazione provinciale doveva aprire un dialogo con il comune, in quanto abbiamo dato parere negativo al rilascio dell’autorizzazione» replica il sindaco Franco Picelli. Nel frattempo l’azienda, che ha già tutti i titoli necessari e nel giro di poche settimane potrebbe ultimare l’intervento e dare il via alla produzione, ha avanzato timidamente ma ufficialmente la proposta di ridurre le emissioni; la Provincia di Parma ha preso la palla al balzo, dimezzando le quantità di polveri sottili da liberare in atmosfera. Ma nel frattempo nel municipio della cittadina della Bassa parmense erano già arrivati gli avvocati; ed il Comune di Sorbolo ha chiesto al Tar di Parma di bloccare l’autorizzazione rilasciata dalla Provincia di Parma. A giorni dovrebbe esserci il pronunciamento del tribunale amministrativ.
Donato Ungaro



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Viadana, offre droga ai carabinieri: 28enne arrestato e condannato

Tratto da: Gazzetta di Mantova — 16 ottobre 2004

VIADANA. E’ già stato condannato a sei mesi di carcere e 600 euro di multa un inesperto spacciatore che ha cercato di vendere del «fumo» a tre persone mai viste. In realtà erano tre carabinieri in borghese che lo hanno subito arrestato. Non è la scena di un film; è accaduto giovedì sera a Boretto dove un operaio 28enne residente a Viadana ha offerto la marijuana ai militari.
 A. P. è stato fermato giovedì sera tra la via Colombana ed il ponte della Fiuma dopo avere offerto gli «spinelli» a tre persone tranquillamente in attesa, a bordo di un’auto. Ma i carabinieri stavano proprio cercando lui, dopo che alcune persone avevano segnalato al comandante della stazione carabinieri di Boretto, il maresciallo Vincenzo Trovato, la presenza di un ragazzo che si muoveva con fare sospetto.
 E il sospetto era proprio che il ragazzo fosse uno spacciatore di droga.
 Ai tre carabinieri in borghese non è sembrato vero che per vendere la sostanza lo spacciatore si rivolgesse direttamente a loro: ma la professionalità ha avuto il sopravvento sulla comicità della situazione. Gli agenti hanno così condotto la trattativa con la massima serietà possibile fino a concordare con il pusher la somma per la dose di marijuana che i militari avevano già in mano. Il 28enne pregustava già la cifra da incassare, 70 euro, ma quando dal portafogli i carabinieri non hanno estratto il denaro in contanti ma il tesserino del ministero con la loro foto in divisa, non gli è rimasto che arrendersi all’evidenza dei fatti.
 I militari hanno perquisito il ragazzo e l’Alfa 145 con cui era giunto in via Colombana: hanno così recuperato dieci grammi di marijuana e uno di hascisc. Per lui sono scattate le manette, poi è stato accompagnato nella stazione dei carabinieri di Boretto in via Torino dove sono state svolte le procedure del caso fino all’arresto per flagranza di reato. A. P. ha passato la notte nella caserma di Guastalla, a disposizione del sostituto procuratore della Repubblica, Giampiero Nascimbeni. Ieri mattina è stato condotto a Reggio e processato per direttissima: ha patteggiato sei mesi di detenzione e 600 euro di multa.
Donato Ungaro

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Schianto in moto, è grave Giorgio Bucci

Tratto da: Gazzetta di Modena — 29 agosto 2004

BRESCELLO (Re) Uno schianto terribile contro un’auto poi il volo sull’asfalto. Pauroso incidente ieri pomeriggio nel reggiano per Giorgio Bucci, 68 anni, noto in città per essere il titolare dell’agenzia pratiche auto ‘Carpicar’ in viale Carducci. L’uomo è ora ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Parma. Bucci da sempre è appassionato di motociclismo, come il figlio Lucio che lavora con lui in agenzia.
 Ancora una moto sull’'asfalto ed ancora mezzi di soccorso avanzato per garantire le condizioni vitali primarie ad un centauro infortunato, in via Cisa, a Lentigione di Brescello, nel reggiano.  Ieri pomeriggio intorno alle 14 Giorgio Bucci, noto titolare dell’'agenzia Carpicar di viale Carducci, tamponava violentemente con la sua motocicletta una Opel Station Wagon. La grossa autovettura, a seguito dello schianto, carambolava in mezzo alla strada, infilandosi fortunatamente sul ponticello che collega la provinciale R62 della Cisa a via Vignoli. Bucci restava a terra a poca distanza dalla sua moto nera; immediatamente gli automobilisti di passaggio e lo stesso conducente della Opel prestavano le prime cure al motociclista, allertando attraverso i telefonini cellulari il 118. La centrale operativa di Reggio Soccorso inviava sul posto un equipaggio della Croce Azzurra di Poviglio e contemporaneamente faceva alzare in volo l’elisoccorso dell’ospedale Maggiore di Parma, che giungeva a Lentigione dopo pochi minuti. Il 68enne non avrebbe mai perso conoscenza durante le fasi di soccorso, ma i sanitari mostravano preoccupazione per una probabile lesione alla colonna vertebrale; l’uomo veniva trasportato a bordo dell’elicottero verso l’ospedale di Parma. Sul posto restava, incolume, il conducente della Opel, Giorgio Benassi.  «Stavo iniziando la manovra di svolta a sinistra - racconta l’'uomo - quando ho sentito un colpo incredibile all’'auto; poi la vettura ha iniziato a girarsi su se stessa senza che io potessi fare nulla per fermarla. Infine si arrestava nel punto in cui la vede adesso». Ora si attende l’'esito dei rilievi effettuati dalla polizia stradale.
Donato Ungaro


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Bambino al volante sfonda una vetrata

Tratto da: Gazzetta di Reggio — 11 febbraio 2004

LUZZARA. Si è sfiorata la tragedia, ieri mattina in via Filippini, per un incidente dai contorni quasi cinematografici. Un bambino di appena 4 anni, lasciato solo in auto dalla mamma, è riuscito a mettere in moto il motore girando la chiave lasciata infilata nel cruscotto. La vettura è partita e dopo alcune decine di metri si è schiantata contro la vetrata della filiale della Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Per una serie di coincidenze fortunate, nessumo è rimasto ferito. Illeso anche il piccolo autista.  La scena si è svolta sotto gli occhi di decine di passanti e qualcuno ha creduto addirittura ad un tentativo di rapina con «spaccata». 
Tutto è cominciato ieri intorno a mezzogiorno. Una giovane madre ha fermato la propria auto, un’Alfa Romeo 155, nell’animata via Filippini che dalla piazza porta verso la Cisa e la stazione ferroviaria. La donna è scesa per andare in un negozio vicino ed ha lasciato nell’abitacolo da solo il figlio, un bambino di appena 4 anni, con le cinture allacciate sul seggiolino di sicurezza.  Ma uscendo ha lasciato anche la chiave d’accensione infilata nel cruscotto. E quella piccola e lucente chiave ha attirato l’attenzione del bambino. Dimostrando notevole abilità, il piccolo è riuscito a sganciare le cinture che lo trattenevano e poi carponi e scivolando tra i sedili anteriori è riuscito ad arrivare con la manina a toccare quello strano e irresistibile giocattolo che ciondolava sotto il volante.  Ma giocandoci ha finito anche per girarlo, forse per imitare il gesto visto fare chissà quante volte dalla mamma. Un attimo e il motore si è messo in moto. Con ogni probabilità la marcia non era ingranata, altrimenti l’auto sarebbe schizzata in avanti, anche con il rischio di investire qualche passante, un ciclista, o di finire magari contro un altro veicolo di passaggio.  A velocità moderata l’Alfa ha però cominciato a muoversi: sotto gli occhi atterriti di tante persone che hanno visto l’auto partire senza «nessuno» al volante, la vettura poco dopo è finita contro la vetrata della vicina filiale della Banca Popolare dell’Emilia Romagna. E’ bastato questo urto a fermare l’auto, ma dentro la filiale si è pensato subito ad un tentativo di rapina.  Di corsa, col cuore in gola, è arrivata la giovane mamma: ha preso il piccolo e lo ha stretto forte. Non si era fatto niente, ma la paura è stata davvero tanta. Sul posto anche i vigili. Chiarita la questione, nei confronti della donna è scattata una multa per incauto parcheggio.
Donato Ungaro 

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«Il Lido quasi come Cuba»

Tratto da: Gazzetta di Reggio — 10 luglio 2003

BORETTO. «Mi piace molto questo posto - esordisce Red Ronnie mostrando un depliant del Lido Po di Boretto - e sto già pensando di realizzare alcuni programmi». Il sindaco di Boretto, Mariella Gavetti, è al suo fianco e gli consegna una targa e un libro su Boretto; neppure le zanzare sono riuscite rovinare la festa borettese del fondatore del Social Club, dei Los Van Van e dei Ng La Banda.
 E la serata si è trasformata in un tripudio caraibico da fare invidia alla stessa «noche de Cuba». Quasi tremila le presenze stimate dall’organizzazione, che per fare fronte all’invasione pacifica dei patiti della latino-americana hanno dovuto trasferire la manifestazione dal patio dell’Ikebana al palco allestito dal Comune di Boretto e dalla Infrastrutture Fluviali, a pochi passi dal locale borettese. E Juan Formell con tutti i musicisti eccezionali delle due band hanno divertito ed appassionato i presenti con una musica impossibile da descrivere con le parole. Proprio Formell prima di salire sul palco ci aveva spiegato cos’è la musica per i cubani: «E’ comunicazione, è sangue che vibra con le note e che si trasmette agli altri con movimenti di una sensualità assoluta, è Cuba».
 «Io a Boretto non c’ero mai stato - ci ha detto Red Ronnie - ma mi rendo conto che qui ci sono potenzialità eccezionali; si suona e si balla all’aperto, proprio come a Cuba, il clima è lo stesso, con la stessa umidità. Visto che il Social Club d’estate chiude potremmo dire che la trasferta a Boretto sarebbe un’ottima opportunità».
 Tra le schiere dei presenti una folta rappresentanza di cubani «made in Avana», che hanno stupito per la naturalezza delle loro danze; uno spettacolo nello spettacolo. Donne meravigliose che si muovevano in una elettrizzande «macumba» musicale, magica e sensuale. Ha ragione Formell: questa è Cuba.
Donato Ungaro

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La Centese brinda in coppa a Brescello

Tratto da: La Nuova Ferrara — 13 giugnio 2003

BRESCELLO (RE). Grande Centese che ieri, pur priva di numerosi titolari, ha espugnato il campo del Brescello nel match di andata della Coppa Italia di serie D giocato al “Morelli”.
A mostrarsi subito pericolosa è la Centese, che con Tagliente, ad appena 8 minuti dal fischio d’inizio del signor D’Ascoli di Arezzo, impegna Schianchi. Risponde il Brescello con Franzese che al 14’ parte dalla metà campo con una gran galoppata, che conclude con un preciso assist per Morelli, il quale perde il tempo nell’area avversaria, permettendo ai difensori della Centese di rubargli il pallone.
L’azione che decide questo tiepido derby è al 26’: Tagliente «cicca» la palla a due passi da Schianchi, si accende una mischia nell’area brescellese e Simeoli infila la porta indovinando uno spazio beffardo tra l’incolpevole portiere e il palo.
La ripresa si apre con un’incursione al fulmicotone di Franzese che però si spegnere tra le braccia del portiere estense. Al 20’ Morelli viene atterrato in area da Venturi: calcio di rigore che Carmine Franzese spara sopra la traversa.
Il Brescello non alza bandiera bianca e ancora Franzese, al 44’, costringe Braga alla deviazione in corner. Un minuto più tardi tocca a Pagliarulo scaldare le mani dell’estremo ospite ma è l’ultimo sussulto del Brescello.
Per la Centese un ottimo risultato che conferma la qualità delle alternative agli abituali titolari e lancia la squadra biancazzurra in vista dei prossimi appuntamenti di campionato. La caccia alla capolista Castel San Pietro è apertissima e la Centese può sicuramente dire la sua: i mezzi li ha, non resta che trovare la giusta continuità.
Donato Ungaro

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